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Fantastico

Per i suoi occhi

Pubblicato il 24/03/2021

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“Nella seconda settimana, all'ora sesta del pomeriggio, Stefania moriva, a soli ventidue anni”

Conclusi con la voce strozzata non osando guardarlo, leggendo l'ultimo capitolo. Lui strinse l'enorme mano sul mio avambraccio e per un attimo percepii una fitta lancinante.

“Ecco,” dissi “cosa mi ha portato da te, Pasquale; la tua storia. La bellezza potente della tua scrittura”

Finalmente avevo il coraggio di fissarlo negli occhi.

Lasciando la presa del mio braccio, sorrise beffardo “Non crederai a quello che ho scritto!?”

“Perché?”

“Caro, non è una storia vera! È inventata.”

Avevo trepidato per conoscerlo, all'improvviso, crollava ogni certezza. Il suo romanzo, dalle pagine macchiate e ingiallite, mi aveva spinto a cercarlo e ora scoprivo che quella vicenda terribile, ma bellissima, era una invenzione letteraria! Lo ascoltai ancora per dieci minuti, in una fredda sintesi d'una vita banalmente ordinaria.

Ammutolito, lo salutai.

Ora che ero lì, però, avrei potuto cercare tracce della casa editrice Marta cinque, magari qualcuno avrebbe potuto riferirmi maggiori particolari.

Era probabile che Pasquale mentisse.

Via Palestro!

“Dov'è via Palestro?” chiesi ad una ragazza che incrociai. La vidi ritrarsi quasi avesse visto un fantasma; dovevo avere una faccia parecchio affranta. Mi accesi una sigaretta contro il vento. Finalmente mi calmai. Arrivai ad una piccola palazzina orribilmente moderna fra bellissime case antiche. Fogli ai vetri frantumati e giallognoli indicavano un destino funesto, al pari del colore con cui sembrava dipinto di sofferenza il volume che possedevo solo da una settimana, e che m'aveva irretito fin dalle prime parole. Un piccolo capolavoro sconosciuto, che mi ero trovato tra le mani dopo una sortita ad un mercatino dell'usato. Chissà quante erano le copie di quell'opera e se fosse esistita davvero la casa editrice con quel nome curioso Marta cinque!

Feci il giro dell'isolato. L'intera cittadina trasudava storia da ogni vicolo, ben più del luogo da dove venivo e in cui abitavo da anni. I passi mi condussero al porticciolo, fra le colorate abitazioni. Eccomi nel posto ch'era così nitidamente descritto che pareva d'esserci già stato. Qualcosa mi legava a ciò che vedevo, forse una vita ancora tutta da vivere. Il volto di Pasquale aveva, indubbiamente, qualcosa di familiare. Aveva un occhio trafitto da una cicatrice, ma l'altro? Non era simile al mio? Al pari delle impronte digitali è ciò che permane identico in un uomo anche quando invecchia. O Dio! No, non può essere! Ero arrivato in quella che sarebbe diventata la mia città, alla piccola imbarcazione Marta cinque con la quale, ogni giorno, avrei affrontato il mare con la testa piena di sogni. Questa volta, però, avrei potuto evitare l'incidente di pesca che mi avrebbe devastato il volto. Seduto su una fredda bitta d'ormeggio, vicino alla rampa di alaggio delle imbarcazioni, m'osservai in una pozzanghera d'acqua dal fondo sabbioso. Riconobbi Pasquale col suo volto rugoso da vecchio lupo di mare. Ero arrivato in ritardo. Respirai, desolato, l'aria salmastra col capo chino trattenendo con entrambe le mani bitorzolute il mio bastone di melo. Risollevai la testa cercando la spiaggia al di là dell'attracco; un ragazzo e una fanciulla vociavano allegri, rincorrendosi sulla battigia dorata, lungo il confine delle onde. Sarebbe stato bello tornare indietro, a quella spensieratezza; a bordo della mia Marta cinque che avevo smaltata di verde! Quel colore, mai visto, che tentai inutilmente di copiare e rubare agli occhi incredibili di Stefania. Occhi di cui m'ero innamorato follemente. Da temerario, avrei voluto che mi osservassero mentre camminavo, con la grazia di un equilibrista circense, sulla murata fino a prua. Per loro non mi sarei sottratto dallo sporgermi, aggrappato al bompresso, verso le onde, con la barca non governata, lasciata al vento di tramontana. Seduto sulla pedana dell'albero di prua, con le gambe penzoloni nel vuoto, li sognavo continuamente, cullato dal rollio della barca, per ritrovarmi, spesso, a osservare incantato, con la testa sporta in giù, le onde frangersi sullo scafo a formare, con la schiuma, ali di gabbiano. Ubriaco di brezza marina, aprivo ogni giorno il quaderno bruciato dal sole del meriggio, per scrivere e raccontare il mio amore desiderato che mai, purtroppo, avrei vissuto.

Giace squassata sul fondo marino, Marta cinque. Pagai cara la mia follia di cambiarle colore; sopravvissi per miracolo. Verniciata di verde bosco, con sfumature gialle per darle la luce degli occhi smeraldo di Stefania, la resi invisibile tra i flutti delle onde a chi come me s'avventurò, quel giorno, sul mare tempestoso.

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di Mauro Serra

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