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Narrativa

Per puro caso

Di vita e passione - Editato da Maddalena Frangioni
Pubblicato il 24/07/2017

E' la storia di una ragazzina straniera che si reca a scuola con i genitori per iscriversi alla prima classe delle medie. La situazione che si crea tra direttore scolastico e genitori ha un che di drammatico e surreale. Alla fine tutto si risolve così, per puro caso, e si scopre l'assurda realtà.

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 La ragazzina di circa 12 anni arrivò un giorno a scuola accompagnata da tutta la famiglia: padre madre e un fratellino. Non voleva farsi notare, era timida, ma soprattutto impaurita dal personale scolastico.

La segretaria aveva allungato il naso dal piccolo oblò del suo ufficio per dare un’occhiata, i professori le passavano davanti indifferenti, i bidelli guardavano i nuovi arrivati con curiosità, mista a diffidenza, il direttore, affacciato sull’uscio del suo ufficio aveva fatto segno ai nuovi venuti di aspettare e nell’impartire ordini precisi e ricordava a tutti, con voce tonante, il rispetto dell’autorità, la sua, naturalmente.

Il colloquio con quegli stranieri non era così importante.

Il gruppetto fu lasciato in piedi nel corridoio in attesa dell’udienza per più di un’ora. Dopo un po’ il bambino più piccolo si svincolò dalle braccia della madre, per poter giocare con la macchinina che stringeva nella mano.

I genitori appoggiati alla parete, muti, si scambiavano ogni tanto qualche sguardo o accennavano un sorriso, così per rincuorarsi e sperare...

Parlavano una lingua diversa da quella delle persone nella scuola, loro venivano da un altro Paese, molto lontano.

Nel loro villaggio, bellissimo, affacciato sulle acque dell’oceano, la temperatura era elevata tutto l’anno. Non esisteva l’inverno, il rigore del freddo invernale era sconosciuto e impensabile.

Al contrario in quella fredda giornata autunnale erano avvolti in giacconi pesanti in cui si muovevano con goffaggine.

Stretti in un angolo del corridoio per non dare fastidio, tenevano gli occhi abbassati.

Ubbidienti e sottomessi agli ordini ricevuti, non capivano bene il motivo di tanta attesa, ma vi si adeguavano.

I loro sguardi sembravano altrove, lontani...

Da quando erano arrivati il loro pensiero tornava spesso al Paese abbandonato per disperazione dopo la tragedia del terremoto che aveva colpito la popolazione all’improvviso senza dare il tempo a nessuno di salvare la propria casa, le proprie cose.

Conoscevano molto bene la storia della loro terra, sapevano di cataclismi spesso distruttivi che più volte avevano fatto sparire nel nulla tutte le case di paglia e di legno della povera gente. Anche quella volta era andata così.

Il terremoto arrivato di notte in modo furtivo e silenzioso si era abbattuto sulle strade, distruggendo le case, riducendole in rovina, seminando la morte. Loro erano stati fortunati, avevano perso la casa, ma si erano salvati tutti ed ora erano lì tutti insieme in quel corridoio ad attendere...

Non avevano più niente, avevano perso tutto, non però la speranza di ricominciare.

I due figli li avevano spinti a partire, desideravano per loro un futuro migliore.

Speravano in una vita meno pesante di quella dei loro paesani.

Nell’affrontare il lungo viaggio di fuga dalla disperazione si erano dimostrati molto coraggiosi e determinati.

Sapevano che ci sarebbe voluto tanto tempo per cambiare la loro condizione di vita, ma erano molto pazienti

E la pazienza che dimostravano nell’attesa di essere ricevuti dal direttore ne era una testimonianza. Erano in un Paese straniero, in una scuola straniera e era normale dover seguire la procedura per l’iscrizione della figlia più grande, il più piccolo sarebbe stato a casa. Avvertivano però una certa ostilità nel personale scolastico che quasi li ignorava.

Finalmente il bidello scortò la famiglia nell’ufficio del direttore facendo sedere genitori e bambini su delle sedie di legno opportunamente preparate.

Iniziò il colloquio: da una parte il direttore seduto alla scrivania, sommersa da fogli e carte, con la penna tra le dita, dall’altra i genitori con i documenti della figlia richiesti per l’ iscrizione. Sui fogli soltanto i dati da cui dedurre l’età e la frequenza di scuole precedenti, niente sulla loro storia di povertà e di sofferenza.

Il padre con deferenza espose in modo incerto e non sempre chiaro per la conoscenza molto limitata della lingua italiana la richiesta d’iscrizione di sua figlia alla prima media.

La moglie, con pudore, annuiva in silenzio facendo finta di capire ciò che diceva il marito. Il bambino piccolo, sempre più irrequieto, giocava con alcuni timbri trovati sulla scrivania.

La ragazzina seduta a lato ascoltava con grande dignità, dopo aver trascorso la lunga mattinata in piedi senza dar segno di insofferenza.

Osservava la stanza del direttore piena di scaffali colmi di fascicoli e faldoni, di libri dalle copertine scure tra cui facevano bella mostra di sé alcune coppe.

Una piccola finestra in alto faceva penetrare una debole luce e illuminava in modo sinistro la testa del direttore quasi priva di capelli che si muoveva avanti e indietro nel leggere le carte.

L’uomo leggeva e rileggeva quei documenti, pieni di timbri, di sigle stando attento a non incorrere in qualche errore.

In silenzio ogni tanto alzava la testa, osservava la famigliola, poi tornava a sfogliare le diverse pagine dei documenti presentati.

Nella stanza l’aria era quasi irrespirabile e l’ansia dei genitori si toccava con mano. Il bambino sdraiato sul pavimento mostrava segni di impazienza. Soltanto la ragazzina mostrava autocontrollo e se ne stava seduta composta, gli occhi fissi sul direttore.

Sebbene molto giovane sapeva che si stava parlando di lei e dalla risposta del direttore sapeva sarebbe dipeso il suo futuro.

A tratti per allentare la tensione del suo animo abbozzava un timido sorriso, poi si ricomponeva in una espressione seria.

Il direttore a un tratto lasciò cadere sul tavolo le carte, troppi discorsi, troppa confusione in quei fogli. Decise di affidarsi al suo istinto, faceva sempre così quando non sapeva che pesci prendere e gli era sempre andata bene.

Sapeva che da tempo anche in Italia le leggi che riguardavano l’immigrazione erano più restrittive e anche le scuole dovevano soppesare bene se accettare o no nuovi ragazzi stranieri.

Il direttore si sentiva sicuro avrebbe utilizzato tutta la sua esperienza insieme al buon senso. La sua scuola era abbastanza rinomata nel quartiere e i genitori avevano fiducia in lui nell’iscrivere i figli. I pochi alunni stranieri accettati non pesavano e non rallentavano il programma di studio.

Seduto sulla poltrona dall’altra parte della scrivania inforcati gli occhiali cominciò l’ispezione. Il direttore osservò attentamente la ragazzina seduta di fronte cercando di immaginarla nella veste di una sua alunna. Oh non c’era dubbio era davvero graziosa e da come stava seduta in silenzio senza dubbio sarebbe stata una brava allieva.

Ma fu la luce improvvisa penetrata dalla finestra che fece il miracolo. Il direttore rimase colpito dalla lucentezza dei suoi lunghi capelli neri, dalla sua carnagione levigata e liscia, dagli occhi incastonati nel suo bel viso dolce, dalle labbra socchiuse e ad un tratto si alzò dalla poltrona e allungando la mano verso il padre pronunciò in modo netto e chiaro il fatidico :”SI!”

Era accaduto tutto per puro caso, ma questa volta si trattava di un caso molto fortunato.

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Danilo ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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