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Fantastico

Per un pugno di semi

Pubblicato il 19/01/2018

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Vennero subito a cercarlo nel silo centrale.

Non poteva biasimarli. Anche lui sarebbe partito da lì, a ruoli invertiti, ma sfortunatamente non molti altri luoghi avevano le caratteristiche adatte alla protezione di quei piccoli. Era scontato che sarebbero arrivati in fretta.

Grazie a Dio, non era rimasto con le mani in mano. Oh, certo che no. Si era dato da fare. Molte sorprese attendevano i suoi inseguitori.

Scaltramente, prima di precipitare a nascondersi aveva fatto una breve ricognizione dei silos circostanti, racimolando diverse parti di ordigni dismessi, connettori, ma anche lame, detonatori, esplosivi micronici, e altre simili delicatezze. Da quando i Dispari erano stati contrassegnati come inutilizzabili dagli esseri umani, erano diventati una sorta di giganteschi magazzini - per non dire discariche - di tutta l'attrezzatura pericolosa.

Pro: perlomeno, in questo modo, l'attrezzatura stava lontana dai semi.

Contro: era molto, molto facile da reperire adesso.

Definizione di contro che per ora lui era felice di non condividere. Doveva difendersi con le unghie e con i denti. E proteggere i piccoli, ovviamente.

Una volta messi al riparo appena entrato nel silo centrale, si era prodigato a sistemare una serie di sofisticate trappole che, nonostante il poco materiale e l'ancora meno tempo a disposizione, doveva ammettere essergli uscite piuttosto bene. Maestro ne sarebbe rimasto impressionato.

E ora era lì, immobile, stringendo i piccoli, attendendo e pregando che gli inseguitori si convincessero che lì dentro non c'era proprio nessuno, cosa di cui già stavano discutendo, poteva sentirli fin da dentro il suo nascondiglio. O che, quanto meno, incappassero in una delle trappole e rimanessero tutti stecchiti. 

Come si era potuti arrivare a tanto? Tutto quell'odio, tutta quella violenza... Non era sempre stato così, ne era certo. Sebbene quella fosse la vita che aveva sempre vissuto, così come i suoi genitori e i loro genitori prima ancora, e indietro, indietro fino a che non si riesce a tener conto del numero di "bis" e di "tris" davanti agli avoli, lui era sicuro, sicurissimo che la vita, la vera vita, non era quella. Non poteva esserla.

Tutto perchè gli antichi avevano distrutto le piante. Quelle stupide piante! Ma così importanti.

La storia insegnava che isolare i silos - dove tutti erano stati costretti a vivere durante la guerra e nel periodo post-bellico,  poi invece diventati luogo dove tenere le scorte di cibo, le sementi che già stavano iniziando a diventare rare e indispensabili, ed infine locazione delle armi per tentare di arginare la dispersione di scorie dovute al loro deterioramento - era servito a poco e niente. A lungo andare, tutto si era consumato, a beffa di ogni tentativo di arginare il problema. Nulla si poteva ricostruire. Non senza civiltà. Non senza sostentamento. Non senza piante.

Gli animali, morti. Metà della popolazione mondiale, morta. L'unica carne che si trovasse da mangiare, umana. E chi non voleva cedere al cannibalismo, morto. A meno che non trovasse qualche rimasuglio di erba selvatica, che solo una volta su mille si poteva sperare non essere contaminata dalle radiazioni.

Poi, la scoperta. Sacchetti di semi. Dal nulla. Sparsi nei silos, di solito uno per ciascuno, a volte anche due o tre. Ancora non si era capito come potessero essere sopravvissuti, ma si è subito visto che all'interno di alcuni silos si conservavano, in altri invece si deterioravano più in fretta. I Dispari. Per non parlare poi dell'esterno. All'esterno, rinsecchiti nel giro di ore. 

La gente era impazzita. I primi che riuscivano a metterci le mani sopra, presi dalla follia, li ingoiavano come ne dipendesse della loro vita, per poi rendersi conto della propria stupidaggine e fiondarsi su un altro sacchetto, ma solo per ricadere nella bramosia.

Alcuni capirono che invece andavano protetti. Studiati. Comprendere se potevano essere coltivati. Inutile dire che erano in minoranza, e alla fine iniziarono a rivoltarsi anche uno contro l'altro. Furono massacrati e si massacrarono pure tra di loro. Lui era forse l'ultimo, insieme a Maestro, a condividere l'ideale originario. Come ultimo probabilmente era il sacchetto che stava stringendo tra le sue mani. I suoi piccoli. I suoi ultimi piccoli. Alla fine, aveva anche smesso di studiarli. Ormai li venerava e basta, e li doveva proteggere, a tutti i costi.

Improvvisamente, un'esplosione lo riscosse dal flusso dei suoi pensieri. Poi urla. Rumore di coltelli nelle carni. I suoi ordigni stavano funzionando. 

Si mosse veloce. Sarebbero stati occupati dalle esplosioni mentre lui cambiava silo, aveva già in mente il prossimo posto in cui nascondersi, quello ormai era compromesso.

Era quasi all'uscita, quando un dolore lancinante lo squassò, partendo dalla schiena e arrivando fino la petto. Abbassò gli occhi e vide la punta di una freccia spuntargli dal torace di una buona trentina di centimetri.

Si voltò, allibito, e vide tre uomini giungere dalla direzione in cui aveva posizionato la bomba micronica e la trappola di lame. Si sentì anche un poco ferito nell'orgoglio: pensava di aver fatto un buon lavoro, avrebbe dovuto farli fuori tutti.

- Prendetelo.

Riconobbe la sua voce, e anche il compare con l'arco di fianco a lui. Due dei suoi vecchi compagni. Il terzo invece, non sapeva chi fosse.

- Perchè mi avete colpito? Amici...

- Parla chi hamesso su questo mattatoio.- Arco si avvicinò e gli strappo di mano i piccoli. I suoi piccoli. - Dobbiamo proteggere i semi. Non posso credere che sia impazzito anche tu. Eri il preferito di Maestro...- Non lo guardava nel parlargli. Anzi, spinse ancora di più la freccia nel suo petto con il tacco, come se fosse una cosa disgustosa anche solo da calpestare.

Ancora una volta, non poteva biasimarli di averlo colpito. Per lo stesso motivo, lui aveva ucciso Maestro. Chissà, si chiese, se ho lo stesso sguardo che aveva lui negli occhi allora. Ma dovevo proteggere i piccoli. Loro non lo avrebbero saputo fare come invece potevo fare io.

Mentre accasciato a terra, esanime, attendeva di morire dissanguato, udiva stralci di conversazione provenire dai suoi assalitori:

- Dai qua, dobbiamo sbrigarci, rischiano di consumarsi.

- Piantiamoli subito!- Arco fremeva, passandoseli di mano in mano.

- Ma che dici idiota, sai quanto possiamo fare rivendendoli! Carne a vita!- Questo era lo sconosciuto.

- Se chiami quella carne...

- Smettete di dire cazzate! Venderli? Abbiamo la possibilità di dare una svolta, qui! Dai a me, me ne occuperò io...

- Vuoi forse fregarmi? Guarda che non mi fotti! Non do proprio un cazzo a nessuno.

Le voci divennero lontani brusii. Poco riusciva a distinguere, ora. Solo di una cosa si accorse, un'ultima cosa prima di spirare. Il rumore di un corpo che cadeva a terra, forse più di uno, e del liquido caldo, viscoso, vicino alla sua testa. E le ultime parole che udì in quella vita: 

- Devo sbrigarmi. Nascondermi. Proteggerli. Devo sbrigarmi...


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