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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

Perle vere

Pubblicato il 25/08/2017

Cosa è vero? Cosa è falso? Il sogno o la realtà?

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Perle vere

Un venerdì pomeriggio di aprile, appena velato da nubi senza forma né intenzione. In una cittadina del Nordest, un po' come Treviso.

Antonella Beretton teneva in mano l'invito alla vernice della mostra di Balthus a cui avrebbe partecipato di lì a poco. Un'occasione rara e preziosa: le opere più significative dell'artista riunite nello stesso luogo, a due passi da casa. Quanti avrebbero voluto essere al suo posto... Lei, invece, guardava il cartoncino e sbuffava, sfinita.

La mattinata trascorsa sui campi da golf era stata faticosa. Benché si impegnasse molto per compiacere il marito, il green non era né il suo ambiente né il suo colore preferito. Tanto valeva ammetterlo.

«Stupido handicap: invece di diminuire, continui a crescere!» sibilò rivolta a un immaginario essere deforme, pensando che quella sera stessa avrebbe informato il marito della sua decisione irrevocabile di non prendere più in mano una mazza.

Posato l'invito, si preparò per l'evento: bagno con idromassaggio, spuntino _ leggero perché tanto c'è il rinfresco _, asciugatura dei capelli con la piastra, trucco e scelta del vestito.

All'interno della sua cabina armadio, Antonella Beretton (nata Bureghin) si sentiva a suo agio. Lì c'erano gli abiti, le pellicce, le borse e le scarpe _ tutto di gran firma _ che confondevano le sue incertezze. Stava per compiere cinquant'anni e, pur essendo più a suo agio con la bilancia che coi bilanci, qualche conticino aveva cominciato a farlo.

Le rughette a ventaglio intorno agli occhi, i sottili solchi orizzontali sulla fronte e quelli verticali sopra le labbra, disegnavano una mappa che non conduceva a nessun tesoro.

Passati in rassegna tutti i capi primaverili, aveva finito per indossare un tubino blu di Armani, scarpe Ferragamo, borsa Gucci, collana e orecchini di perle vere. Guardandosi allo specchio, perplessa, si era domandata: «Ma chi xeo 'sto Balthus?» Non sapendo chi si sarebbe trovata di fronte, pensò che un'eleganza sobria fosse vincente in ogni occasione.

Per raggiungere la sede espositiva, Antonella preferì la Smart della figlia alla sua BMW X5. La distanza era breve e l'arte del parcheggio lungo le strette vie del centro un eterno mistero.

Una volta scesa dall'auto, guardò l'ora sul suo Cartier di platino: non voleva arrivare in anticipo, ma neppure in ritardo. Le entrate a effetto erano ormai soltanto un ricordo.

Mancavano pochi minuti, giusto il tempo per salutare qualche conoscente. Terminata la serie dei “tesoro, ma stai benissimo!”, “lo sai che ti trovo ringiovanita?”, “dimmi la verità: hai fatto un patto col diavolo.” tutti i presenti si sedettero.

Durante la lunga e densa prolusione del curatore, Antonella iniziò a risentire delle fatiche di golfista. I muscoli delle braccia le dolevano. Le gambe, quelle no. Se ne stavano accavallate e tranquille, belle come un tempo.

Mentre tentava di resistere alle lusinghe di Morfeo, la visione sfocata dei dipinti esposti davanti ai suoi occhi socchiusi la trasportò in una dimensione onirica dalle tinte sfumate della terra e del cielo. Una fanciulla osservava il proprio volto allo specchio e un gattone tigrato seduto a tavola mangiava il pesce con le posate. Creature simili a gnomi sembravano fissarla intensamente. Nel frattempo, le parole fluivano con monotona regolarità dalla bocca dell'oratore facendo da sottofondo alle loro movenze. Antonella vide uno gnomo sbirciarle le gambe, un altro riflesso in un vetro segnato dalla pioggia, un altro ancora dondolarsi appeso alla cravatta del curatore. Rimase immobile finché uno dei tre mostriciattoli non le diede una spinta da dietro per spronarla ad alzarsi e iniziare la visita.

Un dipinto dopo l'altro, una breve sosta davanti a ognuno, qualche parola di commento, e avanti a passo cadenzato: quasi una via crucis.

Gli gnomi la seguirono, invisibili, lungo tutto il percorso fino al buffet. Poi tornarono al loro posto, dentro i quadri di Balthus. E lì rimasero fino alla fine del rinfresco.

Il buffet era stato allestito in modo impeccabile, secondo la tendenza del momento: il finger food.

Salatini di tutti i tipi, vol-au-vent e tartine, riportarono Antonella nel “qui e ora” da cui si era inconsapevolmente concessa una breve evasione. Mentre addentava un arancino di riso, percepì delle vibrazioni: era Aldo, suo marito.

«Tesoro, non aspettarmi per cena. Sto andando dall'avvocato Mari. Sai, i soliti problemi...».

«Tranquillo. Sono qui da Balthus, quello della mostra. Tu lo conosci, vero?»

«Non di persona, è ovvio. Ma trovo le sue opere davvero potenti».

«Se lo dici tu... A me sembra roba tanto strana. Pensa che c'è un quadro _ si chiama La Strada _ dove un uomo con una faccia da pervertito afferra una bambina alle spalle, mentre più in là una donna tiene in braccio un nano. In mezzo alla via! Sarà anche arte, ma questo pittore non mi pare uno tanto per la quale. Ascolta: assaggio ancora qualche finfùd e, tra una chiacchiera e l'altra, cerco di individuare 'sto Balthus così gli dico che sei un suo estimatore e poi me ne scappo a casa». Dopo aver riattaccato, si servì il quarto prosecco.

Lo studio di Laura Mari si trovava proprio di fronte allo spazio espositivo, sotto i portici, al primo piano di un palazzo d'epoca. Antonella ne era all'oscuro, così come suo marito ignorava dove fosse la mostra.

Parcheggiata la sua Cayenne in una viuzza nascosta, Aldo si avviò verso i portici con due dozzine di rose rosse in mano. Appena entrato nell'androne, il portiere _ un ometto minuto dallo sguardo maligno _ gli disse: «Sua moglie la sta aspettando».

L'imprenditore ebbe un sussulto, ma si ricompose quasi subito pensando di essere stato confuso con il marito della sua amante per via dei fiori.

Salite le scale trovò Laura ad accoglierlo sulla porta. Tutto come da copione. E quella era la centesima replica, più o meno.

«Ciao, amore. Mi dispiace che non ti sia liberato prima: ho l'invito per un vernissage proprio qui di fronte».

«Ah, ma allora è un'epidemia! Anche mia moglie è a un vernissage. E dovrei esserci anch'io, in fondo gli affari si fanno anche così».

«Balthus è il mio artista preferito, lo sai. Perché non scendiamo a vedere se si può ancora entrare? Mentre tutti si abbuffano al rinfresco, magari riusciamo a dare uno sguardo ai quadri».

Alla parole “Balthus” e “rinfresco” Aldo Beretton impallidì. Rivide la faccia del portiere e riascoltò sue parole. Lui aveva ben presente le opere di Balthus grazie ai tanti poster appesi nello studio del suo avvocato.

«Ma... Ti senti bene? Se proprio non ti va, posso anche farne a meno». disse Laura, odorando le rose.

Aldo non rispose. Fissò il poster che riproduceva La Strada per qualche istante. Poi guardò fuori. Vide sua moglie uscire dalla mostra barcollando, sorretta da due strani figuri terribilmente somiglianti al portiere. Da una tasca del più giovane faceva capolino un filo di perle. Perle vere.

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Panna ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Ghiro Sveglio ha votato il racconto

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rabolas ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Superfrancy

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