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Narrativa

PEZZI

Pubblicato il 18/12/2019

Il primo pezzo si era staccato che ancora era un bambino. Uno schiaffo, uno schiaffo da sua madre... aveva sentito quello strano rumore, un tintinnio, il suono di una moneta che cade e rimbalza, e rotola, rotola via... Aveva guardato per terra...

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Il primo pezzo si era staccato che ancora era un bambino.

Uno schiaffo

da sua madre.

Aveva rovesciato un bicchiere di succo sulle lasagne appena sfornate, era tutta mattina che lei ci stava lavorando.

Era stato un colpo improvviso.

Non aveva mai ricevuto uno schiaffo da sua madre.

Qualche scapaccione, un paio di scappellotti sulla testa, ma schiaffi mai.

E gli aveva fatto male, malissimo.

E non era tanto il male fisico, quanto quello dentro, un dolore interno, forte, insopportabile. Gli aveva preso lo stomaco, l’intestino, glieli aveva annodati, poi era salito fino alla gola, stringendola fino quasi a farlo soffocare, e solo alla fine si era spostato sul cuore, ed era stato lì, in quel momento, che aveva sentito per la prima volta quello strano rumore, quasi un tintinnio, il suono di una moneta che cade e rimbalza, e rotola, rotola via, proprio come una monetina.

Aveva guardato per terra.

Sua madre lo stava osservando severa

è inutile che abbassi lo sguardo

ma lui non lo aveva abbassato per paura o per vergogna, lui stava solo cercando

cosa mi è caduto?

Un dente, forse davvero una monetina, un bottone, che cosa?

e poi eccolo, sotto la sedia, quel pezzettino, rosso, che brillava, lo aveva raccolto, nascosto, infilato nella tasca dei pantaloni.

A letto senza cena.

Sguardo basso, magari ce ne sono altri, si era incamminato verso la sua camera, poi, chiusa la porta dietro le spalle, aveva sfilato quello strano oggetto dalla tasca, si era seduto sul letto e aveva cominciato a studiarlo.

Cos’è?

Era rosso, brillava, il rosso si attaccava alle dita, le colorava, sembrava quasi sangue. Era duro, ma premendolo cedeva un po’, aveva qualcosa di davvero strano, sembrava muoversi, piccole contrazioni, quasi impercettibili, ma lui le sentiva, sotto le dita.

Provò a lasciarlo cadere per terra, lo stesso tintinnio, rimbalzò un paio di volte, rotolò per un po’ per poi fermarsi vicino ai suoi piedi. Provò a sfiorarlo con la punta dell’alluce. Era caldo. Ecco, era anche caldo. Lo raccolse e lo nascose in mezzo alle pagine del libro che teneva sul suo comodino, poi spense la luce.

Era ora di dormire.

Fece per chiudere gli occhi, ma una leggerissima luce attirò la sua attenzione.

Proveniva dal comodino, dal libro, dalle pagine del libro.

Era quel pezzettino, quel piccolo pezzettino rosso.

Il primo.

Poi vennero gli altri.

Piccoli pezzi, di vario colore, grigi, rosa, rossi, quasi neri. Piccoli pezzi che cadevano, tintinnavano, rimbalzavano. Pezzi da raccogliere, nascondere.

All’inizio proprio non riusciva a capire cosa fossero, da dove venissero. Loro cadevano, tintinnavano, e lui li raccoglieva, li studiava e li nascondeva, infilati in una busta che poi sistemava sotto il materasso.

Ogni tanto li tirava fuori, li rovesciava sul pavimento, li osservava. Lo faceva anche la sera, al buio.

Brillano.

Cosa sono?

Da dove arrivano?

Non trovava risposte, ma poi cominciò a capire. Ormai ne aveva già un piccolo gruzzoletto. Cadevano sempre e solo in momenti particolari. Si trattava quasi sempre di momenti tristi, dolorosi, momenti difficili, momenti di rabbia e rancore.

Piccola delusione d’amore, un piccolo pezzo rosso rotolava sul pavimento. Denigrato, sminuito, sei proprio uno stupido, e un piccolo pezzo grigio rimbalzava e si nascondeva.

Preso in giro, insultato, e il nero cadeva e si schiantava.

Piccoli pezzi di cuore, stomaco, fegato, cervello.

Uno spavento, paura di non farcela, ansia, ed era il polmone a lasciar cadere un piccolo frammento. E lui raccoglieva, raccoglieva i pezzi, raccoglieva pezzi quando sua madre lo sgridava, raccoglieva pezzi quando il padre lo prendeva a ceffoni, quando a scuola arrivava un brutto voto o quando gli amici lo scherzavano e deridevano. Raccolse pezzi quando la ragazza che gli piaceva scoppiò a ridere davanti alla sua goffa dichiarazione d’amore.

Piano piano, arrivarono pezzi sempre più grandi, pesanti, le aspettative deluse dei suoi genitori, che lo volevano laureato, le menzogne, i primi problemi sul lavoro, le delusioni d’amore, i fiaschi, i fallimenti, il licenziamento per l’accusa di aver truffato un cliente. E i pezzi cadevano, e lui li raccoglieva.

Ora viveva da solo, un piccolo appartamento. La sera svuotava le tasche, pezzi di tutte le dimensioni, colori, li lasciava cadere per terra, li osservava, cercava di dare loro un ordine, una forma, e poi li infilava nella busta, sempre più gonfia, piena, e andava a dormire. Viveva e raccoglieva.

Arrivò il giorno in cui si sposò. Una splendida moglie e dopo pochi mesi un bellissimo, piccolo, marmocchio. Per un po’ i pezzi smisero di cadere e tutto sembrava essersi calmato. Aveva trovato un buon lavoro, era innamorato, aveva una bellissima casa, una splendida famiglia. La sera tornava, si sedeva a tavola con loro, nel loro splendido salotto, le chiacchiere, l’intimità, la serenità, la gioia, la felicità. Presto si dimenticò della busta, chiusa in un cassetto del suo studio, fino a quando, un giorno, un piccolo litigio, un dolore, un rumore, un piccolo tintinnio, una stupidata. Abbassò lo sguardo e lo vide, rosso, un piccolo pezzettino rosso

e piano piano ricominciarono, a cadere, a cedere, staccarsi, schiantarsi

e ricominciò la raccolta.

Tornava a casa sempre più stanco, problemi sul lavoro, l’economia, le tasse, il governo, i colleghi, l’umore sempre più nero, come i pezzi, che cadevano, e poi le incomprensioni, con il figlio che cresceva, la moglie, che non capiva.

Tornava a casa e quasi non salutava, evitava la moglie, il figlio, e loro evitavano lui, entrava in casa e si chiudeva nello studio, svuotava le tasche

e guardava.

Un giorno decise di provare a mettere un po’ di ordine, dare un senso, una forma, a ciò che vedeva. In fondo si trattava solo di un grande, immenso puzzle. Cominciò a prendere i pezzi e a metterli insieme. Li attaccava gli uni agli altri, i colori diversi, le forme diverse, e ogni volta qualcosa di diverso si formava davanti ai suoi occhi. Cercava di creare un’immagine, l’immagine che egli aveva di se stesso, ma ogni volta quello che vedeva era sempre più simile a un mostro, fino a quando cominciò a pensare che forse era proprio questo che era

un mostro.

Un giorno al lavoro ci fu una forte discussione con un cliente, urla, insulti, la rabbia gli prese lo stomaco, nausea, crampi, e tanti piccoli pezzi

per terra.

Li raccolse

e poi chiese se poteva uscire prima.

Non sto bene. No, niente di grave, un malessere. A domani, ci vediamo domani.

Quando rientrò a casa passò davanti alla camera del figlio

non c’era

sarà dagli amici, a giocare, col computer, o all’allenamento

poi, andando verso lo studio, sentì dei rumori provenire dalla camera da letto.

Si affacciò, in silenzio.

Sua moglie era a cavalcioni del vicino di casa.

Rimase lì, impietrito, immobile, mentre quei due corpi si muovevano, si penetravano, si abbracciavano. Rimase lì fino a quando non sentì il rumore di tanti piccoli pezzi che crollavano al suolo. Si chinò a raccoglierli, in silenzio, vicino a quel letto.

Ultimo cadde un grosso pezzo rosso

dal petto.

Lo prese, lo strinse a sé, e andò verso lo studio. Per terra c’erano i pezzi lasciati lì dalla sera prima. Si riconobbe in quella figura mostruosa che giaceva sul pavimento. Mancavano pochi pezzi a completarla. Li tolse dalle tasche, li attaccò, e per ultimo mise quello che ancora si stringeva al petto.

Ora l'immagine era completa.

Si sedette vicino alla porta dello studio, per un’ora, forse due, a guardare, guardarsi, contemplarsi in quella figura che giaceva a terra. Sentì le risate della moglie, i saluti con il vicino, il sussurrare complice, il rumore di baci. Passò un’altra ora, fino a che sentì la porta di casa aprirsi, la voce del figlio che rientrava. Aspettò ancora qualche minuto, fino a che le voci si spostarono in salotto. Si sentiva vuoto, svuotato. Staccò l’immagine dal pavimento, la piegò, senza alcuna rabbia, quasi con rassegnazione, la piegò più e più volte, come un fazzoletto, e poi la infilò a fatica nella busta, ma prima staccò un piccolo, piccolissimo pezzo rosso, proprio lì, dove doveva esserci il cuore.

Lo prese e se lo mise dentro il taschino sinistro della camicia, vicino al petto, dove una volta doveva esserci un cuore.

Ci mise sopra la mano

e sentì una piccola vibrazione, come un piccolo battito.

Uscito dallo studio cercò di non fare rumore e poi andò in salotto, fingendo di essere appena rientrato dal lavoro. Salutò il figlio, la moglie, e sentì il piccolo pezzettino rosso agitarsi nel taschino.

Provò ad abbracciarli.

Forse non era troppo tardi

forse si poteva ancora rimediare

forse...

o forse no…

Vado in bagno, torno subito.

Passò prima dallo studio e, presa la busta, entrò in bagno e si chiuse la porta alle spalle.

Seduto sul bordo della vasca rovesciò tutto il contenuto della busta in terra e per qualche minuto si fermò ad ammirarsi

ad ammirare il mostro che era

per un'ultima volta

poi

poi buttò tutto nel water e tirò l'acqua.

Tenne con sè il solo piccolo pezzo rosso, quello dentro il taschino

lo tenne perché...

perché sì

perché in fondo

non si può mai sapere.

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giumer1972 ha votato il racconto

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Helenas ha votato il racconto

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Malaparole ha votato il racconto

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Antonio M. ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Mi è piaciuto sia per il tema, sia per la costruzione. Non ho capito però perché è lui il mostro?Segnala il commento

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Elis ha votato il racconto

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Antonino Impellizzeri ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Me l'ero perso. Bellissimo.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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un racconto che ha la delicatezza delle illustrazioni acquerellate e diafane di Folon, ma tagliente come il bordo di un foglio di carta.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Molto bello e scritto divinamente Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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La Farfalla ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Ho incominciato a leggerlo ed intorno a me si è creato il vuoto. Non c'era più nulla che potesse distogliere la mia attenzione. Complimenti!Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Davvero eccellente. Avvincente. La narrazione tiene gli occhi legati al testo. Testo kafkiana e di genere surreale fantastico.Segnala il commento

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Otorongo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Bel racconto , originale , con un finale che lascia spazio alla speranza . Complimenti !Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

MERAVIGLIOSO!! Il ritmo, i personaggi, l'originalità del tema. Solo gli a capo frequenti non mi convincono molto ma è un'opinione. Bravo! Segnala il commento

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di Dalcapa

Scrittore
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