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Porta Cicca

Pubblicato il 22/05/2018

Un personaggio misterioso che si svela solo al lettore. Gira per il quartiere che insieme ad altre voci e personaggi è oggetto della raccolta.

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Le sette del mattino. Solo a quest’ora si respira, in luglio, in questa città balorda.

Esco dal vicolo dove ho sistemato il mio materassino per l’estate. Qualche carcassa di bicicletta, gatti randagi tra i bidoni dell’immondizia, il retro di un fast food. Un posto tranquillo, casa mia da maggio a ottobre, tutti lo sanno e stanno alla larga.

Quando arrivai era il retro dell’osteria di un brav’uomo, il Gianfranco, che mi ha aiutata dal primo giorno. Mi lasciava in pace e ogni sera mi veniva a portare gli avanzi della giornata. Possiamo finire tutti così un giorno, mi diceva, anche se io non parlavo. Mi è dispiaciuto non rispondere mai al Gianfranco, sono sincera, ma ancora dovevo costruire un personaggio credibile.

Ci è finito per davvero come me, o quasi. Il ristornate è fallito, troppa concorrenza, i prezzi non tenevano il passo con i tempi. Ha chiuso ed è finito a sopravvivere nella stazione Centrale, in una scatola di cartone. Non sono mai andata a trovarlo, ma per strada le notizie corrono rapide.

La nettezza urbana fa il proprio dovere. Io intanto vado a cercare la colazione, i resti del fast food fanno schifo.

Il bidone davanti al bar Marchesi non è ancora stato svuotato. Proprio davanti all’imbocco della metro, dove tutti prendono il loro caffè in piedi prima di andare a lavorare. Un po’ di rincorsa, un bel respiro e via, all'aria, faccio vivere il mio personaggio. Ormai ho capito come si fa. Basta prenderlo un poco più sotto del mezzo, con forza, e si ribalta anche se è pieno. Li rovescio solo pieni, altrimenti che gusto ci sarebbe?

Qualcuno mi guarda, i più mi conoscono. Cesare continua a fare i caffè, senza fare caso a me.

La pazza di porta Cicca.

Mi piace fare la pazza, è un ruolo che mi si addice. Creativo. Rilassante e liberatorio talvolta. Lo consiglio a tutti.

Basta non esagerare per non avere guai con la polizia. Un paio di volte sono finita dentro per atti osceni, ma si è risolto tutto in un paio di giorni. Del resto gli atti osceni fanno parte del mio personaggio, non posso eliminarli.

Lo sanno tutti che la pazza da un momento all'altro potrebbe fare i suoi bisogni lì nel marciapiede davanti a te. Mentre mangi il tuo gelato o sorseggi lo spritz nel localino del momento.

"Ecco è lei.. quella che chiamano la pazza di porta Cicca". Vengono le persone per vedermi, come una celebrità.

Vero è che sono secoli che non ho una discussione normale con nessuno, cosa che potrebbe rendere pazzi sul serio. Tuttavia io non ne sento la mancanza. Sono stanca delle parole, confondono. Mi esprimo solo a versi, ma davvero ben studiati. Rantoli, latrati, gorgheggi, sussurri, urla…

Ecco il sagrestano che apre la chiesa.

Il miserabile ruba le offerte e se le gioca alle slot machines del bar dei cinesi, la sera, poco prima dell’ora di chiusura. Un giorno ci ha provato a farmi la carità con quei soldi. Si vuole sanare l’anima il meschino! Gli ho sputato addosso, che non li voglio i soldi rubati ai poveri io!

Ormai il quartiere non mi nasconde più niente. A nessuno importa che la pazza possa vedere o ascoltare. Tanto è pazza.

Ma quante altre cose posso dire!

Che don Claudio se la fa con la Gloria del ristorante San Cristoforo, per esempio. Lo vedo spesso uscire dal retro, a notte inoltrata, bello felice. A lei è morto il marito l'anno scorso, è davvero una bella donna. Del resto anche lui non è niente male.

La Mariuccia. Ormai allontanata dal mondo dalla demenza senile, che se ne va in giro in vestaglia. La Mariuccia che è ricca sfondata. I parenti sono lì ad aspettare che schiatti, lei non voleva lasciare un soldo a nessuno, chissà che le hanno fatto poverina. Questo non lo so nemmeno io.

Il ragazzo che va in giro con la chitarra non è più propriamente un ragazzo. 42 anni, mantenuto dai genitori danarosi. E non sa leggere la musica.

Gianni del supermercato di via Giolitti, perfetto padre di famiglia, sempre a messa la domenica, se la fa con Juliette, la marionettista di 30 anni più giovane di lui. Justine è figlia sua.

E l’Irlandese. Sull’Irlandese posso dire poco, ma ha un fascino che non lascia indifferente nemmeno me.

Non giudico nessuno, siamo tutti dei miserabili, nesuno escluso.

Sono arrivata in questo quartiere quindici anni fa, 23 ore di treno da Barcellona dopo avere peregrinato qualche mese in Europa, perlopiù sotto l’effetto di droghe. Mi sono sentita a casa e ho smesso di farmi.

Sono un medico. Lo sono ancora, anche se ho perso tutto, anche se ho perso un figlio.

Posso vivere ai margini, umiliare la mia vita, ma ne ho troppo rispetto per togliermela del tutto. La solitudine è ciò che cerco.

Nessuno chiede qualcosa alla pazza. Nessuno tenta di ragionare con qualcuno che strepita. Spaventa i bambini.

In inverno dormo nel ricovero dei senzatetto. Peggio della strada, roba da dormire con il coltello in mano. Ho subito due stupri lì dentro. Gli altri senzatetto della città hanno paura di me. Eppure quanti ne ho aiutati, quanti ne ho salvati dall’assideramento, perchè un medico lo sei sempre, anche se sei pazza.

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Marco Fabbrini ha votato il racconto

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Dem74 ha votato il racconto

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