Cesare, mio cognato, aveva organizzato tutto. Con la sua idea liberavamo il loculo di nonna per poter affiancare a mia madre la bara di papà, deceduto da poco. Avremmo messo nonna Maria con suo marito Agostino, morto nel 1950, nella stessa fossa, a terra. Riunivamo fisicamente ciò che la morte aveva diviso. Gianni, il titolare dell'impresa funebre che si era occupato di procedere alle autorizzazioni comunali, era amico d'infanzia di Cesare. A suo dire, ci aveva fatto un prezzo di favore per un lavoro rognoso. Se volevamo, potevamo presiedere. Partimmo in una notte di ottobre con una pioggerellina sottile. Cesare ci impose di avviarci alle quattro del mattino per stare in zona già alle cinque e mezza. Perché, poi, ci fosse la necessità di muoversi così sul presto, lo capimmo, ahimè, solo all'arrivo. Gianni doveva essere all'opera già con i suoi operai. Trovammo solo lui affiancato da un individuo con una faccia triste e un braccio immobilizzato da una fasciatura. Mancava Cesare; con me c'era solo Gigi, l'altro cognato. Eravamo in quattro, o meglio in tre e mezzo, vista l'impossibilità dell'operaio di Gianni di darci una mano. Il tipo, però, raggiunto il luogo dov'era sepolto il nonno, conficcò nel terreno quattro aste di metallo negli angoli e ci disse “scavate”.

- Cesare dov'è? E tutti gli altri? E no! Io non scavo. Sono venuto solo ad assistere!-

Dovevo urlarle quelle cose e non solo pensarle, ma non lo feci. Forse perché stavamo in un cimitero. La giornata iniziava malissimo, scurita da una nebbia che ristagnava fitta, bagnando ogni cosa.

- E che cazzo! E no. Io piglio e me ne vado! - Mi dissi, pensando con orrore a ossa da recuperare. Ben altra cosa è fare l'archeologo, sotto un ombrellone in una calda giornata di sole con secchiello, paletta e un pennellino tra le mani!

“Dai Mauro! Inizia tu, poi Gigi; noi, nel frattempo, tiriamo fuori la nonna dal suo posto” disse Gianni allungandoci vanga e pala.

Iniziammo a sterrare. Il suolo, bagnato dalle continue piogge dei giorni precedenti, era molle e di un colore assai più scuro rispetto al terreno della zona. Zappare non risultò particolarmente faticoso per l'assenza di pietre calcinate, si procedeva speditamente. Ogni tanto s'affacciava l'operaio con la fasciatura al braccio. La nebbia, nel frattempo, s'era diradata; intravedemmo una signora ch'era entrata nel cimitero, appena un istante prima che si allontanasse spaventata.

Raggiunta la profondità di poco meno di un metro, la prima sorpresa. C'erano le radici di un albero spesse un paio di centimetri che attraversavano il terreno obliquamente. Dovevano essere quelle di un grande ippocastano al di fuori della cinta muraria a sette, otto metri. Erano di un bel colore marrone, coperte da sottili filamenti. Non erano particolarmente dure; si tranciavano con la pala. Le osservai attentamente, avevano percorso un tratto assai lungo per arrivare a cercare nutrimento sulle tombe dei defunti. Scavammo ancora mezzo metro nel terreno più compatto fin quando non trovai un frammento di un osso, la parte iniziale di un femore, una rotula che aveva assunto lo stesso colore marroncino delle radici dell'albero. Con stupore, mi resi conto che era avvolta da minuscole ramificazioni sanguigne, identiche a quelle dei rametti appena trovati. Tuttavia, quel pezzetto d'osso così piccolo, sembrava appartenere al corpo di un fanciullo. Dovevamo andare più giù. Dandomi il turno con Gigi si faceva fatica a uscire dalla fossa tanto era profonda. Però dovevamo esserci; tutte le paure erano scomparse. Ogni tanto, tra zolle dure, affioravano bianche pietruzze che sfarinavano inconsistenti. La nebbia era svanita, il cielo appariva sgombro di nubi, si sentivano gli uccellini cantare, scavare era diventato piacevole. Arrivò Gianni con una cassetta zincata dove riporre i frammenti ossei. Valutò che la profondità dello scavo fosse adeguata per mettere la bara della nonna. Dovevamo fermarci, ma avrei continuato; sentivo che il nonno era lì, e che non poteva essersi dissolto in polvere. Con l'aiuto di un ragazzo del paese, calammo la bara che s'arrestò storta sul fondo irregolare, cercammo di raddrizzarla, ma inutilmente. Ricoprimmo col terreno ripulendolo dai ciuffi d'erba. La mattinata era andata; ero stanco, accaldato, inzaccherato di terriccio con le scarpe pesanti di fango, ma sereno, tranquillo. Restai per un po' ai piedi del tumulo di nonna. Solo qualche ora prima, buttando lo sguardo intorno alle ricche cappelle marmoree, pensavo ai poveri dimenticati sepolti in quel prato in ombra la cui presenza era a mala pena segnalata da croci arrugginite, lapidi sbilenche, vanamente abbellite da fiori di plastica, tra sparute margherite. Invece, era il miglior posto. Avvertii una mano sulla spalla; era Cesare. Finalmente era arrivato. Non avevo nulla da rimproverargli. Anzi, avevo vissuto una bella esperienza. Il vento sibilava agitando le chiome degli alberi. Volsi lo sguardo in alto, all'ippocastano; le sue foglie umide rifulgevano di luce dorata.