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Narrativa

Processione

Di isa
Pubblicato il 09/10/2018

Il lunedì venivano da mio padre. Era il giorno delle consegne.

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Ricordo che nel quartiere io ero soprattutto figlio di mio padre. Molti venivano da lui a chiedere. Accadeva verso sera, soprattutto. Era come una processione.

C’era una via qui – c’è ancora - che faceva un enorme ferro di cavallo, andava giù, verso la campagna e poi tornava su, verso i capannoni al centro. Ecco, mio padre comandava su tutte le case che ci stavano dentro e anche oltre.

La sera i lampioni si accendevano a singhiozzo su via Recanati. Le zone d’ombra si alternavano a fasci di luce popolati da nugoli di insetti. Noi piccoli giocavano in strada e sui tetti dei palazzi. Soprattutto il lunedì sera – era un bel gioco per noi - bisognava guardare che non lampeggiassero in giro macchine bianche e azzurre. Aspettavamo le auto lunghe invece, scure e lucide. Scendevano i grandi – pure Tonino, com’era cresciuto - con abiti avvitati, cangianti, il gel nei capelli. Scambiavano i pacchetti e poi se ne partivano per Frosinone, Tor Bella Monaca, i Castelli. Altri verso il centro, molti in Vaticano. Erano tanti a fare le consegne per mio padre, alcuni senza barba ma già al polso l’orologio d'oro.

Mio padre, camicia candida sotto il gilet, è pettinato appena con la riga, e porta a braccia la statua del santo, in un’aria azzurra d’aprile. Per mano a mia madre, guardo inebetito il broccato rosso, i rosari di madreperla. I chierichetti con i jeans troppo lunghi sotto la tunica, le grosse scarpe da ginnastica. Su in cielo, sopra i palazzoni, il sole – spade d’aria bianca - scava nelle nuvole grotte di luce.

In casa, alle pareti, croci e madonne incoronate o con il bambinello in braccio mi guardavano. Sul comò quasi antico, sbalzato, dorato, un chiodo fatto di ruggine trafiggeva un rametto secco d’ulivo, figlio d’una vecchia domenica delle Palme. Tutti i mobili erano fatti di merletti, tarli e croci. In chiesa ci andavo – solo nel piazzale - per incontrarmi con gli altri, qualche volta. Il cinema lo avevano chiuso da un po’, perché qualcuno c’era morto sparato.

Ricordo mio padre, la mattina, nascosto, spiava dal vetro, cupo e buio come un temporale. Oppure buttato sul divano, i puntini neri della barba, le occhiaie gonfie d’umor nero. E fumava, fumava. Le mani gialle come il muro sopra i radiatori. Anche a me la mattina non è mai piaciuta. Il buio pesto dell’inverno, la scuola e tutto il resto. Mia madre che s’alzava presto anche la domenica, il fastidio di quel suo sbatacchiare in cucina.

Mio padre porta il baldacchino sulla spalla destra. Le guance rosa e pulite, i capelli tirati indietro, le scarpe lucide. Il legno dorato sembra la cornice di un quadro. Ma al santo hanno dipinto gli occhi troppo aperti, pare che veda un terrore, da lassù, che noialtri non vediamo.

Sasà fumava a scuola, accovacciato dietro il muretto, subito vicino ai bidoni. Rubava le sigarette dalla giacca di suo padre, neanche fossimo già alle medie. Sbuffava e tossiva come un cane. Sofia l’aveva visto, una volta. Che te ne fai se ti vede? Gli dissi. Guarda che le femmine sono sciocche. Ma Sasà non capiva. Non era mica figlio di mio padre.

Quanta gente sui balconi. C’è la banda, qualche petardo, l’incenso che brucia in gola. La statua d’oro ondeggia sui completi neri dei portatori. Papà ha il collo gonfio per lo sforzo, il rossore gli scoppia nella camicia di neve. Dall’altra parte del baldacchino c’è un tipo unto, le dita grasse, l’anello al mignolo. O’assessore. Viene da giù, ogni anno, per portare il santo.

Le anziane dai balconi, sopracciglia fitte, scure, unite sulla fronte, paiono vecchie madonne barbariche, ostili, nelle loro edicole, che son nicchie di smog, d’intonaco a croste. Con i fazzoletti in testa, nere nere, schioccano baci minacciosi, proiettili. Uno stendino ripiegato e una vecchia bici dormono nell’angolo.

Il prete lo conoscevo, veniva sempre a casa. Ricordo come la pancia gli stampava i bottoncini neri, mentre mia madre gli porgeva il caffè. Si chiudeva con mio padre nella stanza degli affari. Là non c’erano croci alle pareti, né madonne o foglie d’ulivo. Nel muro c’era, però, una cassaforte.

Stradoni e traverse, davanzali e incroci, la parrocchia. C’è caldo ora, gente che spinge, che parla forte. Fa caldo nella folla e ho sete. Ho i piedi gonfi nelle scarpe nuove. Macchine bianche e azzurre si avvicinano. Sento la canottiera, sotto la camicia, fradicia di sudore.

Ogni sera di lunedì venivano tutti da mio padre, come una processione. Il lunedì era il giorno delle consegne.

Mio padre, il collo arrossato nel colletto di neve, si gira verso i poliziotti. Mette la mano sotto la giacca, quasi cade il santo. Mentre lui non fa in tempo a far nulla, io faccio in tempo a vedere mia madre coprirsi il viso con le mani, il prete buttarsi a terra, qualcuno spalancare la bocca e gridare aria muta.

Il proiettile va lento. Si ferma, schizza, sporca. Mio padre si affloscia, cade nel buio. Lì, a terra, i suoi occhi ciechi son rimasti aperti – sbarrati – come quelli del santo, tinti d’orrore, su qualcosa che noialtri quaggiù non possiamo vedere. 

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Sebastiano P ha votato il racconto

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Sono un fan della tua creatività, sei sicuramente una penna! Segnala il commento

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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francesca colombo ha votato il racconto

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MAQUET ha votato il racconto

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Rosnikant ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Flash nitidi, vivi, ricchi di contrasti, come l'alternarsi corsivo / stampatelloSegnala il commento

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Anna Tomasi ha votato il racconto

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Gran bel racconto e tu brava come sempreSegnala il commento

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Grazia Ferro ha votato il racconto

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carres ha votato il racconto

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Raffocinematic ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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bello, elegante, brava!Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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BravaSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Editor

Mi ripeto! Grande, grande scrittura. Immagini che catturano il cuore. =0)Segnala il commento

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di isa

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