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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Prova a non sentirti in colpa perché stai ad occhi chiusi a pensare

Pubblicato il 03/06/2018

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 Eravamo sei o sette a giocare, sei sette satelliti orbitanti intorno al condominio: Lucia Nava, Manlio Brioschi, Marco e Pietro Biraghi...

Mentre dall'attico stavamo alla larga perché l'artista Ottolina che aveva lo studio lassù era sempre nervoso e gridava, le cantine, il cortile e l'ingresso erano il nostro territorio d'avventura. 

L'artista Ottolina aveva creato un pannello per rendere più elegante l'ingresso. Rappresentava una famiglia. La donna teneva per mano un bambino. L'uomo non era in rilievo ma ritagliato nel pannello e a specchio.

Madre e figlio avevano l'aspetto caldo e rassicurante del legno, la sagoma del padre invece era delicata, pregiata, nel passarci davanti correndo frenavamo intimoriti di rompere lo specchio e di mandare in bestia l'autore dell'opera e nostri padri.

Il pomeriggio era partito giocando a nascondino. Toccava a me stare sotto. Non mi piaceva quel ruolo. Avrei voluto trovarmi in cantina con Marco Biraghi, quando la luce a tempo si spegneva e con la scusa del buio ci cercavamo con le mani.

Le braccia conserte sopra la testa, cominciai a contare. Di solito ero ligia alle regole, quel giorno però diedi una sbirciata. Manlio stava immobile in mezzo al cortile, le braghe mezze calate da cui uscivano le mutande, la maglietta sollevata sopra l'ombelico. Non seppi cosa fare, una volta Manlio mi aveva preso il polso e aveva cominciato a stringere forte, sempre più forte e anche quando mi ero messa a urlare non si era fermato. Mentre pensavo avevo smesso di contare. Dov'ero arrivata? Manlio era un tipo strano, viveva solo con sua madre che dopo il lavoro accendeva l'aspirapolvere per ore, e noi che abitavamo di sopra subivamo il casino. Il padre non ce l'aveva. Di nuovo non stavo contando. Ricominciai daccapo e alla fine mi girai. Manlio era ancora fermo nella stessa posizione. Sembrava un sacco vuoto, di lui era rimasto soltanto l'involucro. Qualcosa si muoveva però. Le palpebre gli sbattevano, gli occhi gli si rivoltavano indietro, e tra le labbra sporgeva una vescica che sembrava una prugna. Gli passai di fianco dicendogli “mi fai pena” e corsi a cercare il resto della banda. Pronta a scattare afferrai la maniglia dello sgabuzzino della spazzatura con due dita e venni investita dall'umidore fetido prima ancora di vedere Lucia, dietro al bidone che raccoglieva i rifiuti che piovevano dalla tromba delle scale, la bocca semiaperta e gli occhiali pieni di ditate, il volto apertamente ostile.

“Mi-mi h-h-anno lasciato qui. H-h-anno scavalcato. Non è va-valido”, balbettò con voce sorda.

Mi girai e corsi alla tana. Manlio non era più dove l'avevo lasciato e nemmeno lì intorno. Alla spicciolata vennero fuori gli altri, qualcuno lo presi, Marco Biraghi però mi batté in velocità e liberò tutti quanti.

Verso le sette la signora Brioschi cominciò a chiamare Manlio dal balcone che dava sul cortile. Noi avevamo scavalcato il muro ed eravamo sopra all'albero di more a mangiarne a più non posso. La signora Brioschi si affacciò alla finestrina del bagno, che era lunga e stretta. Chiamava chiamava, noi la sentivamo ma non ci preoccupavamo per Manlio. Scese in ciabatte e collant con una gonna nera, era magra e fumava. Manlio non si trovava e alla fine arrivarono i carabinieri. Un poliziotto in divisa volle sapere quanto tempo avevo contato, quanto avevo pensato, perché non avevo cercato aiuto. Poi fummo spediti di sopra e all'ingresso rimasero i grandi. Il ragazzo era scomparso, forse morto. Non sarebbe mai cresciuto quindi, non avrebbe avuto dei figli, una bella auto da lavare la domenica pomeriggio, riempiendo di schiuma il tombino.

In cortile non potevamo più stare perché i nostri genitori non si fidavano più. La cantina era chiusa a chiave. Ci trovavamo sui pianerottoli, spargevamo di borotalco le scale poi scendevamo i gradini col sedere. Andavamo su in cima, a spiare se l'artista Ottolina faceva qualche rumore, o riceveva delle amiche. Di tanto in tanto ci gridava di andare via, “via mazzo!”, gridava. Dabbasso, all'ingresso giocavamo a saltare i quattro gradini che portavano fuori. Manlio aveva avuto un attacco epilettico. Poi era scomparso. Era stato rapito dai marziani, assorbito in una realtà aliena di cui non sapevamo niente.

Era passato un mese circa e un mattino presto si scoprì che qualcuno aveva rubato il pannello all'ingresso. Al suo posto l'intonaco grezzo martellato e bucato e sul pavimento calcinacci, sporcizia e qualche tassello divelto. Anche l'artista Ottolina non c'era più. Aveva lasciato la porta dell'attico aperta e dentro poche tele dipinte da una mano infantile. Casette, fiori, automobiline. Per i nostri genitori il colpevole della scomparsa di Manlio era proprio lui, e facilmente era anche il padre di Manlio, ma io sapevo benissimo che non era così. Cercai di non sentirmi in colpa perché ero stata ferma ad occhi chiusi a pensare.


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