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Narrativa

Qualcosa su di me

Pubblicato il 07/11/2019

Non proprio narrativa, direi un monologo, uno spaccato del mio mondo. Diciamo un esperimento colloquiale. Chiedo venia in anticipo agli scrittori che potrebbero rabbrividire.

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Amo tutto ciò che è mare.

L’onda che si infrange sullo scoglio, il salino che avvolge come nuvola, i suoi odori, la maestosa potenza che sprigiona.

Per non parlare della serenità che regala in quelle mattinate invernali, quando hai mille pensieri che ti ballano il tip-tap sulle tempie (con tanto di scarpette da professionista) e lui ti ascolta, come un mago li fa sparire, quasi li assorbe, scagliandoli nelle sue spietate profondità. Impagabile.

Ah dimenticavo…i suoi frutti. Come resistere ai ricci di mare da mangiare sulla spiaggia appena pescati? Il mare in bocca.

Ma il mare è tanto generoso quanto sa essere nefasto.

Ricordo che, prima di insegnare ai miei figli a nuotare, dissi loro: "Non abbiate paura del mare, abbiatene profondo rispetto, non sfidatelo mai!".

Non a caso un vecchio proverbio genovese ci avverte: -Se ti vae in guaera dinne una preghiera, se ti vae in mà dinne due-.  Non credo serva la traduzione.

A questo punto, forse, avrete intuito che la mia affermazione iniziale era fondata: adoro il mare, si.

Ma anche gli alberi.

Sin da bambino mi hanno sempre trasmesso un senso di sicurezza, piantati così saldamente al suolo.

Così spudoratamente forti da resistere alle mie folli rampicate verso il blu (da bimbo le mie ginocchia erano costantemente incerottate) e persino capaci di sostenere con sorprendente semplicità il peso del mio primo rifugio; una casetta sospesa a due metri e mezzo di altezza costruita alla meno peggio da me e da tutta la banda dei miei amichetti di allora, piccoli, molesti e improbabili architetti tuttofare. Avevamo utilizzato come base l’incrocio naturale di tre grossi rami che un paio di gentili querce ci avevano messo a disposizione. Da lassù i nostri occhi scintillanti potevano scrutare il mondo e i suoi movimenti, rubandone i segreti.

La sfida era lanciata, ci sentivamo tutti indipendenti e invincibili.

Ebbene sì, gli alberi mi danno sicurezza, ma non solo.

Li trovo anche curiosi e affetti da un'indomabile forma di coraggio che gli dona quella naturale propensione al protendersi senza paura verso l'ignoto, come se volessero afferrare le nubi.

Stabili nella loro fermezza, curiosi nel loro desiderio di affacciarsi oltre la conoscenza, temerari abbastanza per compiere l’opera di oltrepassare il confine della consapevolezza, e pure giocherelloni. Scommetto una conchiglia, che ancora oggi continuo a raccogliere sulla battigia, che Miss Quercia e le sue anziane amichette si divertivano un mondo a guardarci dall’alto, noi così bambini, così impavidii, così forti e curiosi; ecco mi vien da dire dei piccoli alberelli.

Insomma, avevo compreso che gli alberi avevano alcune delle qualità che dovrebbe possedere un essere umano per poter esser definito tale.

Ma il colpo di scena si cela sempre dietro l’angolo, assolutamente imprevedibile: si cresce e cresce la distrazione, figlia dello stress da studio, da ragazzine, da lavoro e improvvisamente...gli alberi svaniscono.

Del resto li vedi tutti i giorni, sono lì da anni, prima o poi doveva subentrare l’inevitabile assuefazione. Risultato: per molto tempo gli alberi scomparvero dalla mia mente, mentre il mare mi è sempre rimasto dentro. Singolare situazione mentale.

Ma un bel giorno, come una scintilla scatenata dall’elaborazione di una lacrima di emozione latente, riemersero, imponenti, cogliendomi all’improvviso, come vento alla schiena. Un brivido.

Rieccoli, davanti a me, evocativi più che mai. Paiono danzare in balletti primordiali, come oscure ombre protettive. Riaffiorano in me le antiche emozioni.

Tutto questo mi porta a riflettere e a giungere alla conclusione, o meglio, alla decisione, definitiva.

Ecco sì, voglio essere un albero!

Sì proprio un albero, dal tronco spesso, dal ramo slanciato e dalla chioma lussureggiante.

Un supereroe che potrebbe salvare il mondo, detergendolo dal sudore marcio delle bruttezze che lo divorano.

Un albero per farmi abbracciare.

Un albero per farti sostenere.

Un albero per farti osare.

Un albero per farti giocare.

Un albero per farti respirare.

Io, nel frattempo, lo faccio.

Respiro e per un istante ritorno bambino.

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Giulia_F ha votato il racconto

Esordiente

Intendevi “scrittori potrebbero rabbrividire” per il vento alla schiena che hai sentito tu? L’ho sentito anch’io :-)Segnala il commento

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Debora Pezzetta ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Phi ha votato il racconto

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albero o non albero? questo è il problemaSegnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Un albero che si affaccia sul mare. Gradevole, migliorabile in qualche punto: presente - passato... Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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NuMo ha votato il racconto

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Editor

Un racconto senza pretese, ma vero e leggero, introspettivo. Hai descritto bene il fanciullo che è in tutti noiSegnala il commento

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Vaguzzina ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto piaciuto. A volte la narrazione rallenta un po'. Non del tutto convinto dall'uso in alcuni punti dei tempi verbali.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Esordiente

Bello e delicatoSegnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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MauriRobi ha votato il racconto

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Ah! Magari tornare bambini per un giorno!Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore

Molto diretto e sincero. Belle le "rampicate" :)Segnala il commento

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di Il Verte

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