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Narrativa

Controluce

Di anna siccardi - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 20/11/2017

A Federico

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Di padri, io, ne ho avuti diversi.

Il primo, dopo quello naturale, fu Franco “il Barone” Causio.

Salito da Lecce a Torino nel glorioso ’70, si era passato il testimone con mio padre, che proprio quell’anno era partito per dedicarsi a grandi imprese in Brasile. Di papà aveva i baffi e il destro naturale.

Causio trionfava sul muro della stireria, bianco e nero e lanciato in corsa a braccia alzate, preda della tata Milena che ogni tanto si baciava il dito indice e glielo passava sulla faccia.

Io a calcio ero una pippa, troppo garbato e sempre a terra, ma avrei fatto carte false per piacere alla Milena anche la metà di così. Poi il vapore della stirella l’aveva tutto sbiadito e riempito di bolle, e la Milena s’era rassegnata a portarlo nel cuore.

Mia madre invece teneva duro e archiviava con cura le cartoline di papà.

Le riponeva nel cassetto del suo comodino, da cui ogni tanto, con incursioni da ladro, pescavo e leggevo: Qui molto freddo. Mi mancate! Oppure Qui un caldo incredibile, vi penso con amore. Le condizioni meteo suggerite dalle cartoline non erano mai le nostre e questo alimentava in me il sospetto che il Brasile, patria di Pelè e del calcio fantasmagorico, fosse un pianeta a sé.

Il 1973 fu l’anno in cui il Barone fece da matti. Indimenticabile il cross per la testa di Altafini che portò la Juve in pareggio all’Olimpico, espugnato poi con un gol di Cuccureddu all’88’.

Quella sera chiesi a mia madre di scrivere a papà e non trovando parole per dire tutta la gloria che avevo in petto ricordo che mi limitai a tracciare una processione di zebre. Lui avrebbe capito.

Il ’73 fu anche l’anno del catechismo e di Padre Settimio.

La pelle bianca, la veste nera, Padre Settimio sussurrava misteri, mischiando a sorpresa italiano, latino e dialetto. E lui, il padre, raccontava di un altro padre, uno più generale, padre di tutto e di tutti, con cui si poteva parlare senza bisogno di parole, dritto dal petto.

Nelle lettere che mia madre scriveva a mio padre restava sempre uno spazio per me.

Mi metteva davanti un foglio stipato della sua calligrafia minuta e aguzza, indecifrabile.

Scrivi due righe qui sotto, mi diceva. Sii gentile, scrivi.

Io scrivevo, ma non per gentilezza. Anzi, avrei voluto scrivere di più, dirgli che anche se ormai ero grande abbastanza per andare allo stadio, avrei aspettato lui, ma c’era sempre un’aria di fretta, con mia madre alle mie spalle, la busta in mano, quella pancia che cresceva e cresceva. E allora andavo via liscio: Qui sole discreto. Avanti sabaudi. Ciao.

Poi arrivò l’Ingegnere. Comparve una sera, a cena, e si portò dietro una serie di stranezze. La tavola apparecchiata in modo complicato e Milena che serviva piatti enormi con un grembiule tutto ricami. L’ingegnere mi chiese della scuola e delle ragazze, come se potessero essere argomenti di conversazione. Lui, del resto, di calcio non sapeva niente e quindi tra i tintinnii delle forchette era sceso un silenzio sinistro e uno sguardo nuovo di mia madre. Mi fu improvvisamente chiaro quel parlare senza parole, dritto dal petto, che ci aveva spiegato Padre Settimio. Che mia madre fosse Dio? No, troppa carne in ballo, se n’era accorto anche l’Ingegnere. Lo osservai mentre guardava le ginocchia di mia madre, e un po’ lo odiai. Mi chiesi cosa potesse esserci da guardare in quelle ginocchia. Poi lei accavallò le gambe, lui smise di guardarle e io lo odiai ancora un po’.

Quando l’Ingegnere se ne fu andato, mia madre mi chiese come mi sembrasse.

Gentile, dissi. La mia mente volò a Claudio Gentile, il terzino fuoriclasse che proprio quell’anno avrebbe consegnato la Juve alla leggenda. Sorrisi.

“Scriviamo a papà?”, mi chiese poi. Io dissi di no, per la prima volta. Stasera no.

E allora lei mi parlò della sua pancia. Della vita che porge doni inaspettati e cambia corso come un fiume. Di papà che era lontano e che sarebbe tornato, sì, ma non come marito. Come amico, per lei, e sempre come padre, per me.

Disse che l’Ingegnere era una brava persona e poi aggiunse qualcosa sulle donne ancora giovani e sole, come lei.

Io capivo e non capivo, e nemmeno m’importava troppo di capire tutto. Avevo finalmente scoperto cosa c’è di così attraente nelle ginocchia delle donne: è l’unica parte ferma di quei corpi lunatici che si deformano e si riempiono di pensieri bizzarri.

Il giorno in cui nacque mia sorella (sì, una sorella, nessuno con cui parlare di calcio) arrivò una lettera di mio padre, la prima indirizzata a me e solo a me. La diga, scriveva, era quasi finita e presto sarebbe tornato in Italia. Mi avrebbe portato allo stadio.

Nella busta c’era anche una fotografia: una muraglia di cemento, una parete a mezzaluna conficcata nella montagna come un’unghia. In cima, sul bordo sottile che sembrava fuggire via, una ventina di uomini ritti e sorridenti, ma io non capivo quale, tra quegli uomini, fosse mio padre. Fu mia madre, tornata dall’ospedale, ad indicarmelo nella schiera. Si era tagliato i baffi.

Eravamo nel bel mezzo di un incontro decisivo, a Perugia, quando mia madre entrò in camera mia.

Feci appena in tempo a sentire il boato per il gol del Barone, come sempre decisivo, che spianava la via al nostro sedicesimo scudetto, quando capii che dovevo spegnere la radio.

Mia madre s’era tirata vicina la sedia, ma poi aveva come dimenticato di avere un corpo e non s’era nemmeno seduta. Mi disse di un crollo, un’esplosione che aveva spazzato via un pezzo di diga, e c’era da aspettare i comunicati ufficiali.

Distolsi lo sguardo dai suoi occhi, più lunatici che mai, e lo posai sulle sue ginocchia, ma mi accorsi che quel giorno tremavano anche loro.


Padre Settimio, davanti alla bara distesa ai suoi piedi come un’ombra, aveva parlato bene, della misericordia di Dio e della morte sui posti di lavoro. La chiamano morte bianca.

Era il 18 maggio 1977 e mancavano poche ore all’ultima di campionato.

Il padre parlava piano, elencava i santi a uno a uno, ma io pensavo ai miei di santi, che erano Zoff - Cuccureddu - Gentile - Furino - Morini - Scirea - Causio - Tardelli - Boninsegna - Benetti – Bettega. Pregate per noi.

Quella sera mia madre mi permise di tenere la radiolina sul cuscino.

Cercavo di seguire la partita, le gesta dei miei santi, ma pensavo alla morte bianca. Cosa c’entra il bianco con tutto quel buio?

Poi sentii il triplice fischio e lo scudetto fu nostro e la folla esplose e il mio petto fu invaso da una strana gioia ma anche dal suo controluce.

Afferrai la radio, chiusi gli occhi e iniziai ad alzare il volume, prima piano e poi forte, sempre più forte, finché la stanza si riempì di cori come uno stadio vero.

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Un'altra chicca. Racconto delicato, scritto con grande maestria. L'autrice ha il dono di capire lo sguardo che l'uomo ha sulle cose.Segnala il commento

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