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Autobiografia

Quando mio padre disse no

Pubblicato il 06/10/2019

Breve racconto autobiografico riguardante mio Papà.

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Gli adulti pensano che i bambini non capiscano niente di quanto avviene attorno a loro. Io so per esperienza personale, che non è vero. Sono stupito dalla significatività dei miei ricordi.

Ai bambini, o almeno, a me quand’ero bambino io, sono rimaste impresse cose che in teoria non avrei potuto capire. Ma evidentemente sapevo già che erano importanti.

Chi ha vissuto un’esperienza di pre-morte dice che “l’anima”, o comunque quel qualcosa che aleggia sopra il corpo, che vede il tunnel, la luce, eccetera, potrebbe avere, più o meno, una trentina d’anni. Dunque né la mente di un bambino, né le amnesie dei vecchi. (N.B.: a me piace la parola vecchio, che non è sinonimo di inutile, come il consumismo “nuovista” vorrebbe inculcarci). Forse i ricordi ci restano impressi nell’anima, perché la parte più profonda di noi sa riconoscere ciò che conta.

Eravamo a Villa San Giovanni, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria.

Era venuto in visita un amico di uno zio. Nonostante fosse un illustre sconosciuto, la sua condizione economica gli permise di rendere quella visita un di evento. Era un ricco industriale allevatore (e sterminatore) di polli.

Polli industriali che lui non si sarebbe mai mangiato: quelli che si mangiava lui erano cresciuti “naturalmente”, ben lontani da quelli che vendeva. Diceva Paul Laffitte: “Un idiota povero è un idiota. Un idiota ricco è un ricco”. Non so se lui fosse idiota, ma certamente era un ricco volgare. Una volgarità che ben si addiceva a chi campa sterminando animali, anche se, lo sappiamo, nell’umana specie si può sterminare al ritmo delle Valchirie Wagneriane.

Era venuto a Villa San Giovanni, col suo enorme camper, e per celebrare il suo “passaggio” ci trovammo tutti a una grande tavolata, in un ristorante sul mare. Tante famiglie, e in fondo noi bambini.

Il grosso e grasso riccastro urlava e sbraitava, spavaldo, come fosse stato il padrone del mondo. E infarciva il suo linguaggio con tante parolacce, forse anche bestemmie.

A un certo punto mio padre gli si avvicina, gli sussurra discretamente qualcosa, a tu per tu, si possono sentire solo tra loro.

E’ lesa maestà. Lui reagisce con stizza, stizza che dissimula con tono sardonico, beffardo, ma sempre volgare.

Una specie di “ola” d’ironia, avviata dall’allevatore, si diffonde in tutta la sala, conforme e prona al volere del visitatore. Al volere del ricco.

Di quale colpa si era macchiato mio padre? Qual era stato l’affronto a quella ricchezza, a quella cialtronaggine, a quella dabbenaggine?

Di fronte a tutta quella gente aveva chiesto allo sterminatore di polli, seduto a capotavola, di fronte alle sue intemperanze, scurrilità, aveva avuto il barbaro coraggio di chiedere che moderasse il linguaggio. Che si esprimesse, se non proprio in italiano, che forse non ne era capace, con parole più civili, più educate, in considerazione dei bambini presenti, che erano lontani, sì, ma non potevano non sentire quella sequela urlata di parolacce sguaiate. C’erano dei bambini. Avrebbe dovuto tenerne conto. Era una cosa ovvia, di semplice buon senso, educazione.

Anche se lui, supponiamo, avesse ritenuto che un bastimento di parolacce avrebbe fatto crescere i suoi figli forti e volgari come lui, non aveva il diritto di mancare di rispetto a noi. Non doveva esibire la sua rozzezza anche coi figli altrui.

Mio padre non era rimasto in soggezione di quella ricchezza maledetta, di quella volgarità sbruffona. Gli aveva semplicemente chiesto quello che ogni uomo, o donna, avrebbero dovuto chiedere, in quella tavolata, ma fu solo lui a farlo.

Ero in disaccordo con mio padre su tutto. Sulla Chiesa. Sulla politica, e anche sulle parolacce. Ritengo che in alcuni casi siano necessarie, o comunque utili.

E sono inesorabilmente anticonformista, controcorrente, e ho sempre rimproverato a mio padre di essere un conformista, uno che non si schierava contro il sistema dominante, ecc. ecc.

Ma quella volta che fu lui a essere l’anti-conformista, a non rinunciare alle sue idee, alla sua educazione, senza il timore di essere la nota stonata, il guastafeste alla tavolata del rozzo sbruffone.

Quello reagì nell’unico modo in cui poteva reagire, irritato per essere stato contrariato, cercò di buttarla sul ridicolo, di far passare mio padre come un bacchettone moralista. E il conformismo idiota lo seguì, in una sequela di sorrisetti ebeti e compiacenti che avrebbero dovuto sancire la supremazia della volgarità, la forza machista dell’insensibilità. Ma non ai miei occhi.

A me, così piccolo, quella scena rimase impressa.

Quel coraggio di andare controcorrente, tra tante persone, con uno che si sente superiore perché ricco.

E non c’era bisogno, per capire che lui avesse ragione, di studiare psicologia o pedagogia, o di lavorare per anni nella scuola.

Basta osservare, basta sentire come sia stridente e stonata una parolaccia detta da un bambino. Come sia triste e sempre frutto di un ambiente degradato. Non sempre economicamente, ma di sicuro moralmente.

Quella volta, Papà, avevi ragione.

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Luigi Celardo ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto che poteva essere sviluppato diversamente, magari alternando con dei dialoghi per rafforzare l'accaduto.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Troppo didascalico. Peccato, l'idea meritava di più.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
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l'idea non è male, ma il racconto manca di innocenza. il TU adulto disturba troppo il TU bambino.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Caruccio....ino....Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Barbara ha votato il racconto

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di Bruno

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