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Narrativa

Quando morirò

Pubblicato il 19/08/2019

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Mia cara sorella,

ti scrivo per chiederti un favore, e il motivo per cui utilizzo questo metodo obsoleto è perché un foglio di carta, benché sottile, ha senz’altro più spessore di una mail.

Quando morirò, mi piacerebbe essere cremata per diventare cenere e posarmi sui tramezzini dei turisti che nella spiaggia di Budelli - dove abbiamo trascorso l’infanzia - si rifocillano dopo una mattinata al mare, prosciugati dal solleone di agosto che non dà scampo neanche all’ombra e del tutto ignari che a pochi passi da loro una persona insospettabile - mi piacerebbe che quella persona fossi tu - ha appena vuotato un vasetto di vetro sulla sabbia, e il vento, unico alleato in quel caldo d’inferno, ne ha portato il contenuto sopra il loro cibo comprato in una bottega qualsiasi della zona, di quelle in cui regna l’odore di salume, formaggio e olive piccanti.

Lo so che ora come ora è severamente vietato sbarazzarsi di quel che resta di un essere umano in posti pubblici e accessibili a tutti, ma confido nel tuo buon cuore che quando succederà, se sarai ancora su questa terra - e io me lo auguro vivamente non tanto per te che meriteresti di vivere il giusto senza dover far fronte alla vecchiaia e ad altre schifezze simili, quanto per il mio bieco interesse -, farai tutto quello che è in tuo potere per esaudire il mio ultimo desiderio. Ci stai?

Se ti è venuto il comprensibile sospetto che io mi voglia ammazzare, ebbene, stai tranquilla: non ne ho alcuna intenzione. Sarò anche una tipa complicata, ma non depressa. La lucida preparazione che è necessaria per mettere in atto un simile proposito non fa per me, lo sai, che sono totalmente sprovvista di quelle capacità organizzative tipiche degli aspiranti suicidi e che, tra l’altro, dovrei essere molto più coraggiosa di così per trovare la forza di fare una cosa del genere - anche fosse solo buttarmi sotto un treno all’ultimo secondo. Però alla morte non posso esimermi di pensare, perché, dopo la dipartita di papà, nonostante i miei continui e ridicoli tentativi di esorcizzarla con battute dissacranti e l’ossessione per quei programmi sui crimini efferati alla tv, o per i libri macabri di psicologia sui suicidi di massa, devo ammettere che ne ho molta paura. E non solo perché significa la fine della vita, quanto, soprattutto, per il modo in cui questa fine potrebbe arrivare.

Il mio dottore, un uomo rubizzo che a te starebbe sicuramente simpatico - somiglia tanto al nonno - qualche giorno fa, a seguito di una serie di esami approfonditi a cui mi ha sottoposto, mi ha chiamato nel suo studio per comunicarmi che la faccenda, per me, si stava mettendo male.

"Ti conviene fare ordine tra le tue cose", ha detto, il che, è chiaro, nel gergo dei medici ha un significato ben preciso: presto sarai carne da vermi. Ciò che ho provato non te lo sto neanche a spiegare, ma in mezzo al caos di pensieri confusi che mi hanno infestato il cervello mi sono aggrappata all’unico comprensibile: mettere nero su bianco le mie vere volontà - quelle che non si confessano al notaio - e recapitarle a te, l’unica persona disposta a infrangere la legge pur di farmi contenta - o almeno spero. E non ho cambiato idea nemmeno tornando a casa, coi fischi nelle orecchie e un’incomprensibile sensazione di onnipotenza; o dopo, in salotto, sul divano, quando mi sono ritrovata a fissare il muro e a ridere poi piangere poi ridere di nuovo, in un su e giù emotivo che mi ha fatto vomitare sul tappeto - non ti dico lo schifo; e neppure più tardi, alle 17.30, ora esatta in cui è squillato il telefono e il dottore, dall’altro capo del filo, profondendosi in mille scuse mi ha annunciato che posso lasciare tutto il casino che mi pare nella mia vita, ché tanto non ho nessuna malattia mortale a cui far fronte perché le lastre che credeva mie sono in realtà di un povero Cristo molto meno fortunato di me, uno ancora felicemente ignaro del fatto che i suoi giorni, come il mio contratto di lavoro a tempo determinato, sono prossimi a scadere. Sono uscita di casa per prendere una boccata d’aria e mi sono scoperta a fissare i passanti in cerca di una traccia qualsiasi di morte sulla loro faccia. È forse la madre col passeggino? L’anziano con la sigaretta in bocca? Il signore in giacca e cravatta? La ragazza carina coi denti bianchissimi? Oppure il morto che cammina è Ivo, il giornalaio sotto casa?

Capirai, quindi, che pensare al dopo, il mio dopo, è stata una conseguenza inevitabile.

Sono passati cinque giorni dal fattaccio, e anche se in genere le cose che mi succedono te le racconto subito, questa storia mi ha talmente scombussolata che ho sentito il bisogno di tenerla per me per un po’, digerirla in santa pace, rielaborarla come si fa con un lutto. Perché alla fine, in una maniera paradossale e assurda e grottesca, con la smentita della mia morte imminente è stata decretata la fine di qualcun altro.

Puoi perdonarmi, quindi, per questo mio segreto? Puoi aiutarmi se dovesse arrivare il mio momento prima del tuo?


Miriam si era stancata di leggere. Appallottolò la carta e la gettò nel cestino. Davanti a lei, sulla scrivania, un barattolo azzurro di vetro: dentro, ridotta in cenere, sua sorella Sara. Era morta un lunedì qualunque. Il giorno precedente era andata a trovarla a casa e, mentre lei si era assentata un momento per andare in bagno, le aveva infilato la lettera dentro il libro che stava leggendo, Moby Dick, sicura che nel giro di qualche ora lo avrebbe aperto. Lasciare messaggi in giro per casa era il suo gioco preferito, il suo modo di dire "Ti conosco, prevedo le tue mosse". Miriam, però, quella sera si era addormentata all’istante. Quindi l’indomani, non ricevendo alcuna notizia, Sara aveva deciso di scriverle: "Perché non leggi un po’?" Mentre stava andando al lavoro, con gli occhi agganciati al cellulare e il pollice impegnato a comporre quella semplice esortazione, aveva attraversato la strada senza guardare. Un SUV l’aveva presa in pieno, uccidendola sul colpo. Non aveva nemmeno sterzato.

Miriam era arrabbiata: con sé stessa, la destinataria del messaggio incriminato che aveva avuto un ruolo determinante nella dinamica dell’incidente; col dottore rubizzo uguale a nonno Umberto che aveva sbagliato la diagnosi esasperando le paranoie della sua giovane paziente; con l’automobilista che non era riuscito a frenare in tempo e, soprattutto, con lei, Sara, che per una stupida distrazione se n’era andata per sempre lasciandola sola.

Miriam controllò il biglietto aereo per Olbia, lo ripiegò in due e se lo mise in tasca, quindi afferrò la valigia e gettò un ultimo sguardo al barattolo inerme sul tavolo. Non lo avrebbe portato con sé. Non lo avrebbe vuotato da nessuna parte. Non avrebbe lasciato che sua sorella svolazzasse libera lungo la costa, a mescolarsi con la salsedine, a disperdersi nell’acqua di mare, oppure a scivolare nelle narici pelose dei bagnanti, tra i loro denti cariati, dentro le viscere rosse di sangue, negli intestini luridi di scorie e poi giù, nei tubi di scarico del gabinetto. Assecondare i suoi capricci di secondogenita, con cui negli anni era stata capace di abbindolare anche l’irremovibile mamma almeno un centinaio di volte, era fuori discussione. Non poteva lasciarla andare accettando in silenzio la sua dipartita. Doveva tenerla lì, al sicuro, parlandole ogni tanto come le parlava quando era viva, ignorando le lamentele che presto le sarebbero senz’altro risuonate nelle orecchie come sussurri dall’aldilà, perché Sara, ne era sicura, costretta nella penombra di quelle quattro mura spoglie, l’avrebbe maledetta per sempre.

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Franco Battaglia ha votato il racconto

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Spettacolo. Davvero. iscritto da poco sto leggendo a casaccio, come certe ceneri lasciate libere. E mi hai inebriato..Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Germano Antonucci ha votato il racconto

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

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Maceto Pobbi ha votato il racconto

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Stefania Matarese ha votato il racconto

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Fantofab ha votato il racconto

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Piaciuto molto, colpisce! Bello leggere della morte con questo stile!Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Credo che lo stacco tra la prima e la seconda parte sia voluto e necessario. Per quanto simili, due sorelle non possono essere uguali, pensare ed esprimersi allo stesso modo. Il desiderio di Sara ricorda antichi riti tribali in cui ci si ciba della carne del defunto affinché continui a vivere. La disobbedienza di Miriam, che scientemente ignora l'ultimo desiderio della sorella, appare al tempo stesso come una sorta di "vendetta" e il disperato e vano tentativo di cacciare la morte. Trovo che il racconto sia bellissimoSegnala il commento

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Avalon ha votato il racconto

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Massimo Tosatto ha votato il racconto

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Perfido, ricorda quel vecchio film con Bette Davis e Joan Crawford, delle due sorelle un tempo stelle del cinema. Andrebbe bene in una raccolta di "ai confini della realtà". La trama forse si può intrecciare un po', e nella seconda parte mi sarebbe piaciuta una sorella che racconta anche lei in prima persona. Segnala il commento

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Max Musa ha votato il racconto

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La mia sensazione è che tu l'abbia scritto in due tempi emotivi diversi. Questo però non cambia il fatto che mi è piaciuto.Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Mela Golden ha votato il racconto

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Karl Krasnyy ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Lisa M. ha votato il racconto

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A me invece è piaciuta più la seconda parte, vado controcorrente. Segnala il commento

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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davvero ben fatto. Solo un’osservazione: i medici, sfortunatamente, non danno consigli umani e sensati tipo “metti ordine fra le tue cose”. Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Philostrato ha votato il racconto

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Mi è piaciuto soprattutto perché lo stile ha un respiro ampio, che si prende il suo tempo per raccontare doloriSegnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

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ben scritto, immaginato, costruito. manca però ogni emozione. freddo come un barattolo azzurro di vetro sulla scrivania.Segnala il commento

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Paul Olden ha votato il racconto

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La lettera è bella (sai che si può formattare in corsivo qui ?) , la seconda parte mi convince meno, forse andrebbe asciugata un po'... Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Scrittura piacevole e buon ritmo. La trama in alcuni punti mi è parsa un po' costruita, quasi fosse indirizzata verso i colpi di scena.Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Carlotta Balestrieri

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