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Non-fiction

Quando uno scrittore diventa Dostoevskij

Pubblicato il 02/02/2018

Tra l'essere una persona che scrive ed essere Dostoevskij c'è un abisso non colmabile con la sola pratica.

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Siamo nel dicembre del 1849 e Fëdor Dostoevskij sta per essere fucilato per ordine dello Zar Nicola I. Sul patibolo ci sono ventuno persone che tremano, che piangono, che pregano. La sentenza è inequivocabile: pena di morte. Tra pochi istanti si udrà un colpo, e la vita verrà strappata via dal suo corpo ancora giovane. L’aria secca dell’inverno gonfia i polmoni compressi dalla paura. Ogni atomo d’ossigeno inspirato diventa un atto di inebriante vitalità, generando però patetici messaggi di speranza rivolti al cervello.

Questa era la condanna per coloro che appartenevano a gruppi di persone con l’intenzione di sovvertire il governo zarista russo, considerato illiberale e repressivo. L’attività sovversiva era concentrata a San Pietroburgo, e tra i numerosi circoli spiccava quello di Michail Petrasevskij, fautore di ideali di stampo liberale e socialista, il quale ospitava nella sua dimora, ogni venerdì sera, giovani intellettuali, scrittori e studenti, per discutere di politica e leggere autori non ancora tradotti in russo come Saint-Simon, Fourier e Strauss. Il circolo di Petrasevskij viene fondato nel 1847, animato dal fermento parigino che poi confluirà nella terza Rivoluzione Francese del 1848, e tra i suoi membri troviamo un Dostoevskij ventisettenne che confesserà, all’arresto, di aver partecipato solo nel tentativo di sfuggire dalla solitudine che per l’intera giovinezza lo aveva colpito. Nel circolo si confrontava e discuteva di ideali con persone che considerava simili a lui, potendo in questo modo sentirsi parte di un movimento collettivo spinto da un autentico desiderio di cambiare il loro paese. Da adulto, lo scrittore ricorderà come gli scambi di idee fossero stati confusionari e inconsistenti, soprattutto nella figura di Petrasevskij, che giudicherà come un uomo onesto ma senza un pensiero progettuale teso al raggiungimento di alcunché.

Respirare è meraviglioso ora che sto per morire, è un peccato accorgersene solo adesso. Potessi vivere ancora un giorno, oh come riempirei ogni minuto di vera esistenza. Ogni attimo lo godrei come l’unico che conti veramente; anche poter finire i miei giorni su uno scoglio in mezzo al mare in tempesta, nella solitudine più totale, nella fredda oscurità senza tempo, nelle più inospitali condizioni per l’uomo. Ogni cosa pur di vivere!

Invece no, sfracellato come una bestia a causa di un’inutile congregazione di scalzacani ebbri di utopie, ma nemmeno in grado di distinguere uno zar da un re. Ingenua gioventù non impari mai: sempre dietro al pathos, mai al logos. Ecco l’ultimo suono prima dello sparo: sono le cartucce che vengono caricate, mentre le ginocchia cominciano a cedere. Non percepiranno niente, nemmeno la dignità di lasciare il mondo soffrendo del proprio dolore, lottando con il sangue aggrappandosi come un neonato al seno della vita. Respiri, sempre più corti. Aleggia un silenzio insopportabile, sembra di essere già all’inferno.

Vi scongiuro, ponete fine a questa tortura. Non voglio lasciare da folle questo mondo. Premete quel grilletto, quest’attesa è peggio della più nera disperazione. Il vostro freddo cinismo si sposa bene con il clima di questo maledetto paese, non fateci soffrire oltre i limiti dell’umano.

Succede qualcosa, i soldati del plotone d’esecuzione iniziano a borbottare sottovoce, mentre alcuni fucili vengono posati. I condannati si scambiano sguardi interrogativi, in alcuni riaffiora colore sul cadaverico viso. Poco dopo, una voce stentorea comunica parole che Dostoevskij stenta a credere: per clemenza di Sua Maestà Imperiale la pena di morte è stata commutata ai lavori forzati in Siberia per un tempo da definire. Inchinatevi alla magnanimità dello Zar Nicola I, imperatore e autocrate di tutte le Russie.

Un’azione davvero lodevole da parte dello zar, un atto di profonda umanità in grado di riscattare un paese precipitato nelle barbarie, così da impersonare il fautore di una nuova era più empatica, pronta a combattere i ribelli con la compassione al posto della spada. Macché, Nicola I era solito imbastire una pantomima per interrompere l’esecuzione un secondo prima. Il tornaconto psicologico era duplice: il popolo, notando il nobile gesto, si sarebbe convinto che lo zar fosse un governante in grado di gestire l'impero senza violenza; i prigionieri, invece, sarebbero rimasti talmente umiliati da abbandonare ogni potenziale voglia di rovesciare il regime, oppure, nei migliori dei casi, avrebbero sposato interamente il governo zarista fino a servirlo con riconoscenza per tutta la vita.

Dostoevskij rimarrà nella fortezza di Omsk in Siberia per quattro anni. Spogliato da ogni connotato umano, costretto a indossare una catena ai piedi senza sosta, obbligato a convivere con subumani resi folli dalla privazione di cibo, dalle angherie delle guardie e dal clima polare d’inverno e rovente d’estate. Il Vangelo è l’unico testo consentito, un libro che Dostoevskij rileggerà infinite volte anche dopo la liberazione; soprattutto la versione di Giovanni, la quale fungerà da leitmotiv per le sue più grandi opere letterarie. La sua esperienza verrà documentata nel suo semi-autobiografico “Memorie dalla casa dei morti”, un romanzo che verrà ricordato nei momenti di prigionia più bui similmente vissuti da Primo Levi e Aleksandr Isaevič Solženicyn.

In questi anni Dostoevskij raccoglierà inconsciamente un ingente numero di (in)umani profili provenienti dai più disparati ranghi del popolo russo; saranno i suoi compagni di cella i protagonisti che affolleranno le pagine dei suoi racconti, ognuno caratterizzato da pensieri e comportamenti oltre i limiti della sanità mentale. Il periodo siberiano rappresenta la conditio sine qua non della sua trasformazione letteraria, permettendogli di abbandonare il romanzo di stampo sociale atto a denunciare la povertà della classe contadina, tra l'altro senza averne mai avuto esperienza diretta, per intraprendere una catabasi nella psicologia umana alla ricerca “dell’uomo nell’uomo”. Egli scava nell’animo fino a toccare il sottosuolo, per riesumare gli obliati spiriti sacri, ma anche demoniaci, che albergano in tutti noi. L’abisso dostoevskijano influenzerà pensatori del calibro di Tolstoj, Nietzsche, Freud e chissà quanti altri, inaugurando una nuova era letteraria e filosofica che sconvolgerà l’approccio verso il diverso, l’estraneo e il folle. Le sue riflessioni sull'apparente antinomia tra bene e male e sulla libertà, scuoteranno le fondamenta morali dell'Europa del primo Novecento, comportando una serie di trasformazioni che toccheranno i più eterogenei ambiti sociali.

La consapevolezza di dover morire prima, e la interminabile sofferenza in prigione poi, sono eventi che inconsapevolmente tracciano una pesante linea divisoria fra un qualsiasi, seppur già acutissimo, scrittore russo e Fëdor Dostoevskij.

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Edoardo ha votato il racconto

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Ben scritto . Il finale sembra un po' tirato dentro per le orecchieSegnala il commento

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Michele Cigna ha votato il racconto

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di Emanuele SZ

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