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Narrativa

QUEL GIORNO A SANTA RITA

Pubblicato il 21/10/2017

Questa che sto per raccontarvi è una storia d’amore, di tradimenti, di ingenuità, di bontà, ma soprattutto di rabbia e di violenza.

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Questa che sto per raccontarvi è una storia d’amore, di tradimenti, di ingenuità, di bontà, ma soprattutto di rabbia e di violenza. È l'11 agosto del 1957 e la Contrada di Santa Rita a Caltanissetta è tutta in fermento per il matrimonio di due giovani del piccolo paesino, Maria e Filippo.

“Troppo caldo, lo sapevo che ci saremmo morti di caldo! Ma lei ha voluto sposarsi ad agosto, ho detto meglio settembre, è più fresco e ancora non piove. Ma l'11 agosto, no! È troppo, e poi in Sicilia che temperatura ci può essere ad agosto, 40 gradi!!!

Tutti in manica di camicia con la cravatta sfilata. Guarda zio Alfio, poveraccio, è esausto, barcolla, è uscito per fumarsi una sigaretta e la botta di caldo deve averlo tramortito. Ma che fa? Non sta in piedi, si sente male?! Cade!

“Correte, correte! Zio Alfio si sente male!” urla Filippo cercando aiuto.

Ma facciamo un passo indietro a circa un anno e mezzo fa, quando i due ragazzi ebbero la prima occasione di incontrarsi.

Filippo passava ore al balcone di casa di suo zio Alfio, sperando di incrociare lo sguardo di Maria che passeggiava in giardino. Abbagliato dalla sua bellezza voleva assolutamente incontrarla. Ma non era facile, era della famiglia dei Tagliavia, antica famiglia nobile della zona e avvicinarla era quasi impossibile. Chiese aiuto a suo zio che, vedendolo veramente innamorato, decise di fare qualcosa per far conoscere i due giovani.

Usando la sua reputazione in paese, organizzò una festa nello splendido giardino di casa sua, invitò tutta la Contrada Santa Rita, compresi i Tagliavia, con cui aveva avuto sempre buoni rapporti di vicinato.

La festa trascorse serena, la gente ballò, mangiò e Filippo riuscì a parlare con Maria per quasi tutta la sera. Tra i due alla fine nacque una simpatia e nei giorni successivi presero a frequentarsi, sempre sotto l’occhio vigile dei genitori di lei, che volevano capire se le intenzioni del ragazzo fossero serie.

Filippo in quel periodo ebbe una promozione, una fiammante Lancia Appia, un ricco stipendio, e cominciò a viaggiare sempre più spesso per lavoro. Lavorando per una famosa acciaieria e avendo contatti con importanti multinazionali, spesso organizzava cene e feste per far divertire i clienti, giusto per ammorbidirli prima della firma di una commessa importante. Durante una di queste serate, Filippo bevve un po’ troppo e si trovò ben presto con una delle intrattenitrici del locale sulle sue gambe, e dopo poche ore nel suo letto. La lontananza da Maria fu galeotta, e Filippo si lasciò prendere la mano. Sempre più spesso le sue serate di lavoro si trasformarono in avventure, in un certo senso “extraconiugali”. Anche se lui era solo fidanzato, era ormai il promesso sposo di Maria Tagliavia. I due si erano ufficialmente promessi durante una cena a casa dei genitori di lei, davanti all’intera famiglia.

Maria era felice. Filippo l’aveva tradita molte volte, ma era riuscito a nascondere con grande maestria le sue scappatelle. E zio Alfio, che aveva capito la situazione, in più di una occasione aveva protetto suo nipote, dicendo qualche bugia a suo favore ma in realtà chi voleva proteggere era la giovane Maria, che ingenuamente credeva nell'amore di Filippo.

Questa è in poche parole la storia di Maria e Filippo fino ai giorni che precedono il matrimonio, ma continuate a leggere, perché è adesso che il racconto si fa interessante.

Solamente sette giorni separano i due giovani dal loro matrimonio, i preparativi procedono nel migliore dei modi, tutte le famiglie sono indaffarate nella preparazione di questo evento a cui parteciperà tutta la Contrada di Santa Rita e molti nobili di Sicilia. Zio Alfio si aggira per le stanze della sua casa, quando il suo sguardo cade su una lettera indirizzata a Filippo. Il mittente è una donna, ed è stata spedita da Milano. Alfio ha un brutto presentimento e cercando di non farsi notare, prende la lettera e si rifugia nel capanno in giardino. Lontano da occhi indiscreti legge avidamente la lettera, la sua espressione è dapprima sorpresa, poi sconfortata ed infine rabbiosa. Quello che ha letto non è piacevole.

Arriva il giorno delle nozze, è una splendida giornata di sole. Maria è bellissima con il suo abito bianco, impreziosito dai famosi ricami delle Suore del Collegio di Vallelunga Pratameno. Filippo si gode gli ultimi momenti da scapolo assieme ai suoi amici. Alfio è teso, sembra preoccupato per qualcosa.

La cerimonia è tenuta dal Vescovo di Caltanissetta, Monsignor Monaco, usciti dal fresco della Cattedrale di Caltanissetta, gli oltre duecento invitati si ritrovano ben presto seduti ai tavoli del ristorante con un ricchissimo menù e vino fresco per combattere il caldo di agosto. Tutto tranquillo fino a quando...

Vi ricordate la prima scena?

“Correte, correte! Zio Alfio si sente male!”

La mano di Filippo abbraccia il corpo svenuto dello zio come per rianimarlo ma improvvisamente avverte una sensazione di calore sulle mani, le ritrae e si accorge che sono sporche di sangue.

“E’ sangue...zio è ferito!!!” urla Filippo.

Tutti gli invitati cominciano ad urlare per la tragedia appena successa. Filippo alza lo sguardo e incrocia quello della moglie, che con gli occhi gonfi di lacrime lo guarda impietrita. Si apre la porta del ristorante e sulla porta due donne, per la forte luce che il sole emana dall’esterno, Filippo riesce a distinguere solo le sagome. Dopo poco riesce a metterle a fuoco. Vede Beatrice, la mamma di Maria e una ragazza, in evidente stato di gravidanza. La riconosce, è una delle sue scappatelle di “lavoro”. Immobile, in ginocchio accanto al corpo dello zio, improvvisamente capisce di essere nei guai. Donna Beatrice gli si avvicina, puntando la canna rovente della lupara ancora fumante al suo petto: “Tuo ziu voleva accattari il silenziu di questa povera picciotta, ma per furtuna ho scoperto il vostro gioco fitusu e adesso… occhi chi aviti fattu chianciri, chianciti.”

Uno sparo riecheggia nella sala. La violenza del colpo ravvicinato fa schizzare il sangue in ogni direzione, il candido vestito di Maria è ora macchiato del sangue di suo marito che giace insieme a zio Alfio sul pavimento del ristorante. Donna Beatrice, si gira verso la ragazza che le porge una mazzetta di soldi ed una lettera. L'anziana donna li getta sui corpi dei due uomini ed esclama:

“A minchia nunn’avi occhi: unni s’anfila s’anfila, e si nun ss’anfila, è megghiu.”

Poi esausta, aggiunge: “Adesso portatemi una seggia e prima di andare via, qualcuno chiami i carabinieri.”

Questa che vi ho narrato è la cronaca di quella che in paese tutti ricordano come “l’ammazzatina di Contrada Santa Rita”.

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rabolas ha votato il racconto

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Fede_81 ha votato il racconto

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Antonio Donadio ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Danilo ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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Edema Ruh ha votato il racconto

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di Mauro Teragnoli

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