Anche quella volta, il richiamo fu potente.

Gli succedeva ogni volta che passava fuori a quell'edificio moderno e elegante, il Palazzo delle Arti di Napoli.

Appena giunto in via dei Mille, lungo il marciapiede proprio difronte l'ingresso, una forza invisibile lo risucchiava costringendolo a entrare nella Sala della Memoria.

Al piano terra del PAM, dopo pochi metri, quel luogo gli imponeva uno stop.

Al centro la Mehari verde di Giancarlo Siani.

Lungo le pareti, la vita del giornalista de "Il Mattino" colpito dalla camorra in quel maledetto 23 settembre 1985, proprio sotto casa.

I suoi articoli di denuncia contro i clan emergenti e quelli storici.

Di come fu ritrovata (in Sicilia) la Mehari verde, recuperata in una campagna abbandonata, ricoperta di erbacce e ritrovo di galline.

E i volti dei tanti altri giovani ammazzati dalla camorra.

Conosceva i nomi di tutte gli sventurati presenti in quella sala, dietro ogni foto un buco nero, un universo di dolore e una ingiustizia che nessuna sentenza poteva mai spiegare.

Anche quella visita - come tutte le precedenti - lo colpì nell'anima.

«Maledetti camorristi, siete il cancro della nostra terra» ringhiò tra i denti, a bassa voce mentre la rabbia, come tutte le altre volte, montava veloce.

Lui abitava nello stesso quartiere di Giancarlo e, come il suo eroe, studiava giornalismo.

Aspirava alla pagina di cronaca de "Il Mattino", voleva raccontare l'anima nera della città.

Perché credeva nell'informazione, credeva nella denuncia pubblica.

E nella Cultura, la vera arma contro il degrado morale dei giovani delinquenti.

«Giancarlo domani mi laureo in giornalismo, presto inizierò a scrivere» disse con voce ferma.

Poi guarò la Mehari verde, simbolo di speranza e di lotta.

Con una mano sfiorò lo sportello, sorrise e andò via convinto.