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Narrativa

Quella notte al Black & White (Rev. 1)

Di Hal
Pubblicato il 16/10/2020

Vagare di notte senza meta e incontrare quello che mai ti saresti aspettato

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Di recente mi sono ritrovato, sempre più spesso, a girare la città in auto, di notte, da solo, senza meta.

In quelle ore insonni, a percorrere strade e ad osservare tutto quello che nell’oscurità illuminata dai miei fari continuava a pulsare, sarò passato tante volte davanti al Black & White, ma non mi era mai sfiorato di fermarmi.

Stanotte, attratto dalla vista di una donna sola al banco del bar, mi sono deciso ad entrare e adesso sono seduto ad un tavolo a bere il mio doppio scotch. 

So bene di non essere in un film americano, che non incontrerò la donna della mia prossima vita, ma sono qui comunque a squadrare quella bruna che con i suoi capelli lunghi, morbidi e sinuosi come le sue forme, si propone anche a me come concreto miraggio di desiderio.

Ho aperto la porta con titubanza, quasi che l’insegna B & W ammonisse che potevo aspettarmi di tutto.

Dalla soglia, l’ambiente mi appariva variegato con arredi antipodici, proprio come il nome del locale, eccessivo in forme e colori eppure nell’insieme bello e invitante.

Intorno ad alcuni tavoli già illuminati da luci fioche, uomini e donne di mezza età di varia estrazione sociale e culturale. Si capiva dalla diversità di abbigliamento, dai modi garbati e dai silenzi di alcuni, dal vociare e dalle risate a tratti sguaiate di altri. Ma con gli anni non mi fido più solo dell’esteriorità, ho compreso sulla mia pelle che non tutto il bianco è buono e non tutto il nero è cattivo e così ho tratto il dado.

Al cameriere è bastato un mio cenno per lasciare spenta la piccola abat-jour quando ho occupato il tavolo. 

Continuando a guardare attorno non mi sono accorto che la bruna si stava sistemando al centro del piccolo palco e si preparava a cantare accompagnata da un pianista.

Ed eccomi subito immerso in una atmosfera che ad ogni esecuzione si faceva più magica. Sembrava che conoscendo i miei gusti musicali avesse scelto quei brani di Gershwin e Porter che più amavo. La fissavo sempre più intensamente e quando ha attaccato “I put spell on you” sono rimasto completamente incantato con effetti che perduravano durante l’intervallo tant’è che quasi meccanicamente, con un ardimento che non è da me, mi sono alzato e avvicinato a lei per complimentarmi delle sue interpretazioni, del repertorio e le ho chiesto di dedicarmi “Sunny”.

“Sì” ha risposto, girandosi e donandomi un sorriso. Siamo rimasti per un po’ in silenzio, con gli sguardi incrociati. Poi ha aggiunto “mi offre un drink? ho la gola secca”.

Prendendomi sottobraccio si è diretta al mio tavolo, ordinando per sé una vodka ghiacciata e per me uno scotch.

Sedendosi ha accavallato le gambe tanto che, volendo, potevo ben intravedere le sue cosce dallo spacco generoso del vestito.

Frastornato per l’accelerazione impressa agli eventi, non sono riuscito a dire e a fare nulla. Eppure stava accadendo ciò che avrei voluto entrando lì: conoscerla e sapere tutto di lei. Ora l’avevo accanto a me che si raccontava, leggendo il suo libro segreto ad uno sconosciuto come alla persona più cara e fidata. Storie che sentivo profondamente sincere, vere.

Annuivo nelle sue pause, intento a capire come superare, a mia volta in fretta, l’imbarazzo, finché ho avvertito la sua mano posarsi lieve sulla mia e la sua voce domandare: “va tutto bene?”

- “Benissimo direi, non saprei cosa augurarmi di più!”

Ha sorriso ed allora presentandomi le ho chiesto il nome. 

“Elisabetta” ha sussurrato, accendendo l’abat-jour.

Alla luce della lampada   scrutavo meglio il suo volto e senza accorgermene ho cominciato a parlarle di me. 

I suoi occhi sembravano cercarmi amorevolmente, le sue labbra erano serrate ad ascoltarmi senza intervenire e senza sorridere.

D’un tratto, ho risentito il chiacchiericcio della sala, proprio quando la sua mano lasciava la mia e lei riprendeva il posto sul palco per cantare per me Sunny e per tutti i restanti brani in programma.

Fa freddo questa notte fuori al parcheggio del Black & White, eppure non lo sento mentre aspetto che Elisabetta esca e mi raggiunga.

Raccontandoci ancora l’uno dell’altro, ma di più intimo, in piedi tra le nostre auto, ci siamo salutati molte volte e altrettante abbiamo ripreso a raccontarci mai sazi di variazioni al contrappunto armonico. 

Le ho detto di me, della perdita della mia compagna, dei miei incontri con tante donne, tutti senza seguito. Lei della sua passione per il canto che le permetteva di esprimersi e di arrotondare. Di come aveva imparato a sorridere ma a tenere a bada gli uomini, le loro parole e le loro avances. Di come con me era stata un’eccezione, forse perché non le avevo fatto i complimenti per il suo aspetto fisico, per la sua bellezza. Le ho confessato che invece ero entrato proprio perché attratto da lei, dalle sue forme. Ha sorriso dicendomi: 

“lo so, questo l’avevo intuito, ma mi sei piaciuto perché sei delicato. Controlli il black che c’è in te come in ognuno di noi e dai  sfogo al white. È così semplice, eppure molti uomini non ci arrivano”.

- “Vorrei rivederti”

“Anch’io”.

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