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Autobiografia

Quella volta che sono scappata di casa.

Pubblicato il 29/05/2017

Avevo circa otto anni ed ero folle.

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Da piccola avevo una cugina.

Viveva in città, ma sua nonna aveva una splendida casetta in montagna, vicino alla mia, così tutte le estati, e qualche volta anche a Natale, passavamo il nostro tempo assieme. Solo crescendo abbiamo scoperto di essere diverse, a quanto pare troppo per poter rimanere amiche. Alla fine è anche venuto fuori che non eravamo nemmeno cugine per davvero.

Tra le attività più divertenti che abbiamo intrapreso negli anni vorrei citare: un allevamento di lumache, solo che poi qualcuna ha fatto un sacco di uova e ci hanno costrette a liberarle; un teatrino dove abbiamo recitato la storia di non ricordo quale santo, non ricordo sentita da chi e non ricordo perché; bricolage e art attack di vario genere.


Era un pomeriggio di inizio estate, la scuola era finita da poco e Beatrice (così si chiamava) era arrivata da pochi giorni. Avrò avuto otto anni, lei uno in più. Andavano di moda quelli che noi chiamavamo Scooby Doo, ovvero braccialetti, portachiavi e quant’altro fatti di due fili di plastica intrecciati. Sapevo farli normali, a tre o quattro fili, ottagonali, a spirale, eccetera. In poche parole, mi consideravo un portento.

Così, quel maledetto pomeriggio, mentre eravamo sul divano in casa di mia prozia a rincoglionirci con due fili colorati a testa, ecco che a una delle due viene in mente la domanda esistenziale della vita: ma se sparissimo, quanto ci metterebbero i nostri parenti a venire a cercarci?

Sarà che all’epoca i miei continuavano a dirmi di non allontanarmi troppo da casa senza dire dove stavo andando, sarà che avevamo una leggera mania di protagonismo, fatto sta che quel fatidico pomeriggio ho preso la decisione più stupida della mia vita. Il giorno dopo, alle sette e qualcosa di mattina, saremo scappate di casa.

Siccome non eravamo certo delle incapaci disorganizzate, avevamo un piano ben preciso e (per l’epoca) a dir poco geniale.

Ore 07.50 del mattino: circa cinque minuti dopo la partenza di mia madre per andare al lavoro, mia cugina sarebbe arrivata sotto casa mia con una sacca da piscina colma di fili per fare Scooby Doo e brioches. Avendo soltanto 8/9 anni, infatti, non potevamo certo pensare di essere in grado di accendere un fuoco per cucinare, quindi saremmo vissute di merendine, che avremmo comprato con i proventi della vendita delle nostre opere intrecciate.

Dunque ci saremmo recate nel giardino sul retro di casa mia e da lì saremmo sparite direttamente nel bosco. Una volta raggiunto il sentiero del vecchio acquedotto (non fatemi spiegare la geografia del luogo dove sono nata e cresciuta), lo avremmo seguito per qualche chilometro, fino al raggiungimento di una piccola capanna nel bosco che apparteneva ad un’altra mia compagna di avventure che, mi dispiace dirlo, non era stata nemmeno avvisata della cosa.

Qui saremmo rimaste per la notte e per i giorni a venire, fino a che non avessimo deciso che eravamo state cercate abbastanza e che potevamo tornare a casa.


Così, intrepide, la mattina dopo ci diamo alla fuga, tra l’altro in modo abbastanza affrettato perché la nonna di Beatrice si mette a chiamarla subito dopo che lei esce di casa. Tutto procede per il meglio, camminiamo tranquille sul nostro bel sentiero, io documento scattando qualche foto ormai andata perduta e alla fine arriviamo nei pressi di un paesino vicino.

Il problema è che qui la mia conoscenza finisce e io non so dove andare ma non voglio dirlo. Mentre tentenniamo un cane da qualche parte ci vede e comincia ad abbaiare: il piano è a rischio, se ci vedono ora non potremo più sparire nel nulla almeno per qualche settimana.

Alla fine veniamo salvate da un elicottero. Nel senso che ne passa per caso uno del soccorso alpino, noi lo osserviamo nascoste dietro qualche cespuglio e alla fine, siccome è mezzogiorno, decidiamo che ci hanno cercate abbastanza e torniamo a casa.


Inutile dire che la nonna di Beatrice è sull’orlo dell’infarto, la mia è inviperita e alla fine ci viene proibito di mangiare gelati per un mese.

Io intanto ho una storia di quanto ero scema da piccola da raccontare a chi ha voglia di ascoltarmi.

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di Edema Ruh

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