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Narrativa

Quindi non hai mai imparato a nuotare

Pubblicato il 20/05/2020

Ho immaginato come sarebbe andata se avessi risposto al messaggio in segreteria di mio padre. Tutto quello che ci saremmo detti senza dire.

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‹‹ Prego, entra pure››

Mi apre la porta appena qualche secondo dopo aver suonato il campanello, come se fosse in attesa di quel suono da sempre. Ho ancora il dito piantato sull’etichetta di metallo quando lo vedo spuntare sul pianerottolo, racchiuso in una vestaglia azzurrina infeltrita.

Entro quasi con timore e chiudo lentamente la porta, mentre lui si incammina come se lo stessi seguendo. Ha i capelli rasati sulla nuca e un gatto, spuntato da una porta semiaperta, tenta di aggrapparsi ad un lembo di stoffa che gli danza scucito sulle caviglie . Ha un passo lento e claudicante, come si trascinasse dietro il doppio degli anni che ha. Un odore acre di indefinito e pane secco investe le mie narici .

Il pezzo di stoffa ballerino mi chiede come sto e poi scompare alla fine del corridoio. Non è semplice dirtelo, perché non me lo chiedi guardandomi diritto negli occhi. Hai paura del confronto. Hai paura che ti piombi addosso il veleno dell’assenza nel quale mi hai fatto annaspare in tutti questi anni, dico senza dire. La sua voce diventa un eco lontano e le parole quasi evanescenti. E’ in qualche putrida camera mentre io sono ancora nel corridoio. In fondo è proprio così che è andata tra noi : lui che corre tutta la vita inciampando nelle stanze mal verniciate della sua sciagurata esistenza mentre io sono sull’uscio ad attenderlo. Da sola. Per diciotto anni.

Ha qualche fotografia sbiadita appesa alle pareti senza luce. C’è sua madre con i capelli raccolti che gioca con un cane randagio in una immensa distesa di verde. Ancora lei che guarda verso l’obiettivo con aria infastidita. In un’altra ha un meraviglioso vestito rosso ed una rosa tra i capelli ambrati. Come i miei. Leggo la sua vita tra la muffa e mi pare di non averlo mai conosciuto. Davvero ami andare a pesca? O la canna appesa al soffitto è messa lì ad ornamento esattamente come queste piccole medaglie fatte di polvere e sogni sbiaditi?. Chi sei davvero. Dimmelo.

Arrivo in un piccolo salottino dalle tende sporche di solitudine e lui mi piomba davanti con aria interrogativa.

‹‹ Ma dov’eri? ››

‹‹ N..Nulla, mi ero fermata a guardare le medaglie sulla mensola ›› la voce è gutturale e quasi mi torna in gola.

‹‹ Ah, sì. Torneo di briscola. Secondo posto. Non è il massimo, ma si fa quel che si può›› mi dice, tirando via dal divano cartoni ingialliti di pizza e vecchi giornali. ‹‹Accomodati›› accenna un sorriso e con la mano mi indica fieramente il pezzo di stoffa consumata liberato per me. Mi siedo aggiustandomi nervosamente la gonna turchese. Lui è di fronte a me, sull’altra poltrona. Una gamba accavallata lascia scoprire dei calzini di spugna rattoppati, che sbucano dal pigiama. Il silenzio non è mai stato così tanto colmo di parole. Le sento tutte rimbalzare. Cosa hai fatto in questi anni. Ah, sei laureata. E tu. Dopo tua madre non mi sono mai risposato. Non volevo lasciarti. E io non volevo odiarti ma non sapevo cos’altro fare quando il veleno arrivava alla gola e avevo paura di soffocare. Quindi non hai mai imparato a nuotare.

‹‹ Bè…insomma.. gradiresti del succo fresco? ›› mi chiede, interrompendo il silenzio ed alzandosi senza attendere la risposta. Quando torna, il gatto ha già preso possesso del suo posto. Lo scaccia e mi versa da bere. Butto giù a piccoli sorsi il succo al pompelmo. Lo sento scorrere lentamente lungo la gola e mi viene in mente quella lezione alle medie sull’ apparato digerente. Faringe, esofago e poi stomaco. Questo è il percorso naturale. Dov’è che siamo noi. Dov’è che ci siamo fermati. Dimmelo.

E’ di nuovo seduto e mi fissa. Si strofina le mani, le aggroviglia, le strazia. Quanto sei cresciuta. Hai ancora la passione per la scrittura. Dovresti inseguirlo il sogno. E tu dovresti cambiare la tappezzeria del divano. Sai che non sono mai stato un grande arredatore.

La barba incolta gli incornicia un viso smagrito, che sorride nervosamente in silenzio.

‹‹ Vuoi un altro po’ di succo?›› si alza di scatto, aggrappandosi alla brocca con tutte le sue forze. Ci divide solo un tavolino in vetro con dei grossi aloni ai bordi.

Hai ancora lo stesso dopobarba. E’ quello che più mi ricorda te, da bambina ti piaceva metterlo ed io ti strillavo. A casa ho ancora una boccettina da qualche parte, ci annego dentro ogni volta. Quindi non hai mai imparato a nuotare.

‹‹ Sì, grazie››

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StefanoS ha votato il racconto

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Pompelmo? Una frizione tra pudore e dignità. Alle soglie della grandezza. Si chiede altro e ancora.Segnala il commento

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Annina Bagnasco ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Crudo, essenziale, veristico. Molto belloSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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E' molto bello il contrasto tra ciò che passa nella mente della protagonista e ciò che dice davvero a suo padre. Si sente tutto il dolore, la distanza e il non detto. Riesci ad intrecciare tutto con eleganza e in maniera non scontata. Brava. Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Mauro Bertoli ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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Gabry1978 ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Molto bello, raccontato con il cuore ma con occhio quasi da fotografa. Immagini flash che raccontano storie. Piaciuto davvero tanto.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Emilio Fusari ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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di Valentina Raniello

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