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Noir

RABBIA CHE CRESCE

Di Arthur Parodi Secchi - Editato da A.P.S.
Pubblicato il 27/07/2021

Arty attendeva in silenzio e nella sua testa suonava Slow Burn, una canzoni del suo David Bowie… i muri hanno occhi e le porte orecchie, noi danziamo nel buio giocando con la nostra vita. La rabbia che cresce ci confonde, ci fa cambiare direzione. Noi siamo qui, al centro di tutto questo.

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La vidi seduta, educatamente composta, e con il suo sorriso che attendeva la prossima richiesta d’informazioni. Mi guardai attorno e il box-information Stazione AW-169, in quel bosco svedese, non proponeva altre persone che potessero svolgere tali attività; lei era la sola e unica.

L’attesa del mio turno mi propose di giocare la mente e la riflessione, entrambi iniziarono a nutrirsi di parole e frasi, considerazioni vere e improprie, accuratamente mimetizzate nelle banali informazioni che si chiedono a voler importunare qualcuno.

Prima, però, avrei dovuto rilassarmi al solo motivo di premeditare la nota delicata della sua voce femminile, educata nel saluto, che avrebbe reso agio alla mia ansia; il contatto tra le mani e il dialogo seguente avrebbero fatto svanire la mia tensione.

Decisi, quindi, di andare verso di lei mostrando chissà quale coraggio, una sorta di stimolazione violenta e flagellatrice del mio coraggio, nascondendo la solita adrenalina già iniettata nel corpo. Ma qualcuno anticipò il mio passo e si prese il merito di essere prima di me, io invece lì e interdetto a poca distanza da lei. I suoi occhi mi sorrisero per un tiepido conforto mentre le labbra erano già rivolte all’avvenente interlocutore. Ritornai a sedermi su quella panchina di tronchi d’albero, così ben fatta dall’abilità di un boscaiolo svedese.

Guardai il bosco per cercare una distrazione plausibile e così fissai gli apici degli alberi, che in una prospettiva forzata sfioravano il cielo, mentre i tronchi discendevano nelle interiora della terra a perforare caverne in ebollizione; rosso fuoco di lava non ancora vomitata dai vulcani in superficie.

Quale grottesco assioma avrebbe potuto meglio intendere l’esistenza di un luogo, dove un nugolo di esseri in tuta rossa e tridenti in mano, code penzolanti dal coccige, si dedicassero a ghignare con gusto proibito e peccaminoso!

L’impazienza era diventata l’unica causa di quelle riflessioni, la sofferenza del mio stomaco pulsava desiderio di mangiare qualcosa o solo bere. Non potevo disabituarmi a quei tanti appostamenti che ingannavo con bicchieroni di caffè americano e treets a vagonate.

“A pensarci bene… Ansia… la mia mente è stufa delle volte che s’inchina alle tue torture”.

Ma quante parole pensate in un’attesa, la mente è pazzesca e l’analisi lo è ancora di più; pertanto si vivrebbe in un’estasi di pazzia acuta?

“Se qualcuno di voi fosse qui noterebbe la mia quiete, la mia camicia e la giacca blu, seduto ad attendere il mio turno”.

Così ripresi a guardare lei, con la memoria che ricordava ciò che le apparteneva di diritto.

Åse nata in Svezia e impiegata in quel box-information nella cittadina di cui non faccio il nome, evito di farmi rintracciare da qualcuno.

“Sì, avete ragione. Vi ho proposto di vedermi e ora c’è una negazione, potreste condannarmi per contraddizione ma lo siamo tutti, e almeno per una volta nella vita, per poi assolverci per buona condotta”

Dunque, Åse è svedese, così bionda nordica che il morbido pallore sul viso sfuma dalle gote rosee, il naso piccolo ma diplomatico nel porsi a mediare tra i suoi occhi blu profondi; gli inglesi direbbero deeper and deeper e cioè molto profondi.

È pazzesco resistere a quello sguardo blu cobalto!

Mi accorsi che lei lo voltò verso di me consolandomi per la lunga attesa, le sue labbra m’inebriavano con un sorrisero. Lasciai scivolare su di lei il mio sguardo, la camicia bianca sbottonata e la gonna che scopriva le ginocchia, i polpacci allenati ogni mattina; per le sue caviglie avrei preteso un’accurata lezione di anatomia presso la facoltà di medicina di Stoccolma.

“Le caviglie sottili, perfette, da poter stringere in una mano”.

Lei aveva ripreso a guardarmi e con la sua delicatezza m’invitava a conferire con lei.

Era arrivato il mio turno.

Camminai verso di lei senza perdere una sola smorfia del suo viso, le sue mani incrociavano le dita sul tavolo a busto eretto con spalle distese a testa alta. Una ciocca di capelli sul viso e le labbra tese per sorridermi ancora.

Le strinsi la mano e appagai l’ultima curiosità in quel voler sapere quale consistenza avesse la sua pelle; liscia e morbida, presumo profumata ma avrei dovuto annusarla prima.

“Lei è Åse Lindström, vero?”.

“Sono io, si accomodi e mi dica cosa desidera sapere”.

“Non serve farmi accomodare!”.

“Come vuole, rimanga pure in piedi. Prima ho notato che l’attesa le ha procurato fastidio”.

“È così infatti, ma c’è dell’altro”.

“La mia era solo una riflessione personale, ora mi dica cosa desidera” il suo viso esternò fastidio.

In quell’istante pensai di sedermi e acquietare la conversazione leggermente increspata, ristabilire la serenità. Pensai anche di baciarla ma avrei assaporato il gusto amaro di una donna indifferente.

“Mi ascolti ora” le dissi.

“Sono qui per ascoltarla, si sbrighi” Åse aveva scelto di guardare i suoi fogli.

“Lei è in arresto per l’omicidio Lindström… suo marito Anders Lindström”.

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