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Narrativa

Racconto di Natale

Pubblicato il 23/12/2020

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Aurelio cammina nelle vie del centro, il bambino per mano.

C’è poca gente in giro - alla cena della vigilia manca una manciata di ore e i negozianti hanno già tirato giù le saracinesche.

L’aria è azzurra di pace, per questo sono usciti a quell’ora. Aurelio cerca la solitudine, l’occasione di guardare la meraviglia sul viso di Luca: riflesso nei suoi occhi, anche il nauseante sfavillio degli addobbi diventa bellezza.

Decide di arrivare fino alla piazza della stazione, dove dovrebbe esserci un albero di natale altissimo. E c’è, infatti. Aurelio calcola che sarà alto 20 metri, come venticinque Luca - immagina proprio una torre fatta con il suo bambino che regge sulle spalle un altro sé e così via, fino alla cima dell’abete. Sotto l’albero, l’amministrazione comunale ha piazzato alcuni grandi pacchi: scatoloni vuoti, rivestiti di carte colorate e decorati con nastri brillanti. 

Luca lascia la mano di suo padre, si avvicina ai finti regali, li tocca, scuotendoli cerca di indovinarne il contenuto.

Per chi sono questi regali?

Cosa dovrebbe rispondere. È stanco Aurelio; vorrebbe sedersi, ma le panchine dalla piazza sono state eliminate. Una trovata brillante della giunta, allo scopo di scoraggiare i pusher. Che spacciano lo stesso, ma almeno stanno scomodi. In effetti è proibito sedersi ovunque, anche sui gradini delle chiese e delle case, sui muretti e sulle recinzioni. Anche sulle spallette dell’Arno. Una città in piedi.

Si accende una sigaretta, aspira a occhi chiusi mentre ascolta il rumore di un treno che entra in stazione.

Babbo - Luca lo sta tirando per una manica -, ho capito per chi sono.

I regali? Dimmelo allora.

Sono per quel vecchio che dorme.

Quale vecchio - Aurelio guarda Luca, segue la manina che si solleva a indicare un punto sotto l’albero.

Intravede qualcosa, gli sembrano scarpe. Si avvicina: sono suole di scarpe, sì, e contengono piedi. Sopra, due caviglie gonfie, livide, un paio di pantalonacci, un pastrano marrone, un volto vecchio, capelli lunghi grigi.

Un uomo.

Potrebbe anche dormire.

Aurelio si guarda intorno. Sciamano nella piazza i pendolari appena scesi dal treno. Alcuni proseguono in fretta, senza guardarsi intorno; molti si fermano proprio lì davanti, al capolinea degli autobus. Non sembrano accorgersi di Aurelio e Luca, accucciati sotto l’albero.

Babbo, c’è puzzo qui. E c’è pieno di mosche.

É vero, ha ragione Luca. Quel ronzio ininterrotto che Aurelio credeva provenisse dall’impianto di illuminazione dell’albero, è dovuto alle mosche. Sono migliaia. Che poi, d’inverno, le mosche…Ma a pensarci bene, nei cessi pubblici le mosche ci stanno tutto l’anno: devono essere proprio quelle - quelle che popolano i bagni della stazione, richiamate da un odore anche peggiore.

Babbo, lo svegliamo?

Aurelio si alza, si volta verso le persone che aspettano l’autobus, le passa in rassegna con lo sguardo, grida C’è un medico - ma quale medico tra questa gente infreddolita, tra questi visi da badante stanca con la tinta dei capelli fatta in casa, tra queste falangi noccolute. Alcuni gli vanno incontro, credono che abbia bisogno di aiuto, e lui fa cenno di no, no, non sono io, e indica il punto dov’è il bambino, e allora altri accorrono - Cos’hai, bimbo, ti senti male? - ma poi vedono l’uomo steso per terra: lo guardano con sdegno, o con timore. Si tappano naso e bocca con la mano. 

Se ne stanno tutti lì nell'aria fredda, fermi in piedi come i cantori di natale, finché arriva il custode dei bagni pubblici, che non crede ai miracoli né ai detersivi, ma alle mosche sì, e sa che se le mosche l’hanno abbandonato un motivo deve esserci. Si fa largo, spintonando il gruppetto. Non gli fa schifo niente, a lui - Eh, sapeste quante ne ho visti, di questi qui. Sudici ubriaconi che vengono a vomitarmi nel bagno e non mi lasciano un centesimo - e con le dita magre scuote l’uomo, che reagisce come un grosso sacco della spazzatura: ballonzola quel tanto che basta per fare sollevare nugoli di mosche, e dopo un attimo è di nuovo inerte. Riprova, il custode, più forte. Le mosche infastidite si allontanano di qualche metro.

È morto. Bisogna chiamare la polizia.

Come, morto? - dice Luca - Che vuol dire.

Aurelio lo sapeva che sarebbero arrivati a questo punto, proprio a questa precisa domanda.

Vuol dire che è volato in cielo.

Che dici, babbo. Se eccolo lì.

Arrivano gli autobus, molti corrono via e salgono sulla vettura che li porterà finalmente a casa - frettolosi più di prima, impazienti di raccontare. Alcuni restano, per pena o curiosità. 

 Se almeno ci fosse la possibilità di sedersi, Aurelio prenderebbe Luca in braccio, su una panchina, e gli inventerebbe una storia. Perché Luca è pallido, e forse ha paura.

C’è poca luce ormai. Il custode dei bagni pubblici dice Ho finito il turno, me ne vado a casa.

Gli storni si esibiscono nel loro saluto alla giornata, nuvole multiformi alte sopra i tetti delle case.

Luca, vieni a vedere! Guarda che belli gli storni!

Il bambino esce da sotto l’albero, punta il naso al cielo. E dopo un minuto gli sembra che i nastri neri e formicolanti diventino più grandi, cambino forma.

Babbo, stanno scendendo!

Macché.

Invece sì, alcuni storni si avvicinano in picchiata, atterrano. Saltellano verso il morto. Una decina di uccelli si tuffa in mezzo alle mosche, in preda alla frenesia. Ne arrivano altri: zampettano sulla pancia dell’uomo, si azzuffano.

Aurelio ha il cuore che pompa troppo forte, lo sente battere anche nelle orecchie. Afferra con la mano sudata quella piccola di Luca - Dai, andiamo a casa che è tardi.

Luca resiste; non si muove, perchè ha visto altri uccelli in discesa. Merli neri, lucidi, prendono a volteggiare sopra di loro, si aggiungono agli storni. Ora il corpo del vecchio sembra la mangiatoia di una grande voliera. I becchi gialli dei merli sono pieni di mosche.

Gli insetti tentano di volare via, ma altri uccelletti, più piccoli, arrivano a prenderli in volo; Aurelio li riconosce: sono pettirossi, capinere, e si avvicinano a centinaia, con grida festose.

Un frullio di ali ricopre ora il cadavere dalla testa ai piedi: non è un drappo funebre: è vita vibrante, è volo. È volo.

Vedi, questo intendevo.

Cosa? Che lo portano su in cielo?

Proprio così, Luca. Dopo cena se vuoi torneremo, e vedrai che quell’uomo non ci sarà più.

Il bambino saltella eccitato, adesso ha le guance rosse per l’emozione.

Prometti?

Prometto.

Si allontanano tenendosi per mano, l’uomo inebetito e il bimbo felice, attraverso una nebbiolina fine fine.

Un usignolo sazio canta tra le fronde dell’abete.


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M.D.P. ha votato il racconto

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Frato ha votato il racconto

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Un'indfferenza per cui è difficile scagliare la prima pietra Segnala il commento

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MMarianella ha votato il racconto

Scrittore

Un Natale che sa di tragico. Segnala il commento

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Primavera ha votato il racconto

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Ben scritto. Si legge fino alla fine anche se a tratti un po' crudo, quasi horror. Complimenti. Segnala il commento

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

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FilippoDiLella ha votato il racconto

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Ricordo lo stupore di un Natale pisano di qualche anno fa, con la stazione di San Rossore(?) che cinguettava di freddo nel mattino di molta gente che arrivava in cerca di magia; delle volte non credo abbiano trovato il miracolo che andavano cercando. Grazie di questo bel racconto e perdona il ritardoSegnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Candle ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Tiziana Fraterrigo ha votato il racconto

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Fiorenzo ha votato il racconto

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leonardo ha votato il racconto

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Editor

Se il titolo ha in sé una evocazione, Scrooge, lì era l’avarizia, oggi è l’indifferenza il male del mondo, l’immagine del padre che tiene per mano il bambino riporta alla mente McCarthy, La strada, il passato e il futuro vagano sulle rovine, spirituali in questo caso, del pianeta; ma il mondo non è il posto in cui viviamo, bensì un luogo che abita nel nostro cuore, dice altrove McCarthy: è il mondo che vive nel cuore del bambino quello che Silvia rilancia per noi. Grazie.Segnala il commento

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Cristhi ha votato il racconto

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Come in un vecchio film di Vittorio De Sica: i poveri volano in cielo. Lì a cavallo di una scopa, qui portati da uccellini sempre più leggiadri. È la magia e il riscatto dei valori che opera il Natale. Con quel tanto di crudezza che non guastaSegnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Bravissimissima La tua penna mi affascinaSegnala il commento

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omALE ha votato il racconto

Esordiente

Per fortuna a questo mondo ci sono i bambini di cui abbiamo tanto bisognoSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

anche qui, gli esseri umani non fanno una gran figura.Segnala il commento

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Alchimista ha votato il racconto

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terrybu ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Cassandra Ancure ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

Scrittore

Racconto in equilibrio tra innocenza e colpa, tra fascino e orrore. Ci ho letto il rimpianto per un Natale perduto, ormai ridotto a scatole vuote, che sopravvive solo nell’innocenza di un bambino. Il corpo in decomposizione incarna magnificamente il senso di colpa di una società distrattamente ingiusta verso l’orrore dell’emarginazione. Una vita e una morte trascorse nella solitudine tra la folla. Un senso di colpa ancora assente negli occhi innocenti del bambino che guarda alla scena ripugnante con la serenità di un monaco buddista durante una meditazione Asubha: la carne che rientra nel circolo della vita o, per i cattolici, ascende metaforicamente al cielo. Racconto controverso che evoca comunque atmosfere natalizie ed emozioni intense senza cadere nello stereotipo. Forse un tono più asciutto, a momenti meno romantico, avrebbe giovato alla potenza delle immagini. Ma questa è una mia opinabile opinione. Complimenti davvero.Segnala il commento

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Otorongo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Un po' splatter come racconto ma d'altronde a ben vedere Natale è un giorno come un altro. :)Segnala il commento

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Giulia Ballarini ha votato il racconto

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Maurizio Melzi ha votato il racconto

Esordiente

Hai scritto il racconto di Natale che avevo voglia di scrivere io, solo come sono, lontano dagli affetti. Ma tu, ti prego, prendilo come un complimento. Segnala il commento

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Paolo Basso ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto Silvia, ci riveli sottilmente che le mosche siamo noi, insettoidi che si muovono a nugoli e vivono meccanicamente, stimolo-reazione nulla di più.Segnala il commento

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Valentinacomesai ha votato il racconto

Scrittore

Silvia, grazie per questo balocco bellissimo, entra nel palmo di una mano ma è molto più grande. Segnala il commento

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Maiolo Mario ha votato il racconto

Esordiente
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[K] ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Gran bel racconto che si accentra sull’altra faccia del Natale e raggiunge il suo apice con la scena degli uccelli. Un volo che rende più facile e leggera la comprensione della morte. Sono un po’ indecisa sulla tua scelta di non evidenziare i dialoghi con l’adeguata punteggiatura, ma credo sia una tua caratteristica e comunque in questo racconto forse funzionano meglio così, quasi sfuggenti, a rimarcare quel senso di sgomento che li pervade Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Luciano Rossi ha votato il racconto

Esordiente

Anch'io avrei tolto l'ultima riga di primo acchito. Poi mi sono accorto di quel sazio e di quel canta. E convengo che è la frase più importante del racconto. È ciò che lo rende completamente tragico. Brava.Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

C’è tutto il fascino dei racconti di Natale di Dickens, un mix perfetto rivisto in chiave nostrana, e stemperato dalla tua visione forse più morbida ma a suo modo ugualmente feroce. L’infanzia che fa i conti con il dramma della vita e gli adulti che tornano all’infanzia per raccontare la vita. Bellissimo Segnala il commento

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

Scrittore
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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isa ha votato il racconto

Esordiente

Asciutta, precisa. BravaSegnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Una bella favola di Natale, molto brava.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente

GrazieSegnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bellissimo ... sguardo unicoSegnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Il miracolo di Natale. Molto belloSegnala il commento

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Philostrato ha votato il racconto

Scrittore

Bello fiabesco!Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Finale strepitoso. Scrittura pulita e secca. Bellissimo.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Molto carino. La tua favola di Natale, un regalo per noi tutti. Grazie infinite!Segnala il commento

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Luigi Celardo ha votato il racconto

Esordiente
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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Per il primo pezzo sembra quasi Dickens; poi diventa tuo ;) Molto bello il finaleSegnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Come trasformare la realtà in un racconto fantastico. Come se avessi preso la rincorsa sin dall'inizio, dalla stanchezza del padre trascinata dalla meraviglia del figlio, alla fine li hai sollevati tutti, i tre protagonisti, e con loro noi lettori, a volare. Restiamo sospesi. Con uno slancio nel cuore. Grazie Silvia e Buon Natale!Segnala il commento

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nadelwrites ha votato il racconto

Scrittore

Una tragedia vista con gli occhi di un bambino. Bellissimo questo racconto.Segnala il commento

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ipa ha votato il racconto

Esordiente
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Per millenni abbiamo compensato le paure con epopee, miti, olimpi, favole, fiabe. Oggi, di fronte alla crudeltà della realtà, possiamo solo "indorare" la verità. E' uno di quei racconti che non si dimenticano facilmente, non solo per l'abilità della narratrice, ma per tutto ciò che scatena nella coscienza del lettore. E' un ottimo esempio di ciò che la scrittura può e deve fare: indurre a riflettere.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Tremendo e bellissimo, Silvia. E l'idea degli uccelli che trasportano il corpo in cielo, pezzo pezzetto, volando, è altrettanto feroce... ma altrettanto leggera e bella. Forse l'ultima riga, è troppo melò... "La nebbiolina fine fine" è già perfetta, come scena di chiusura. Segnala il commento

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LoSteNo ha votato il racconto

Scrittore

La magia del natale (nminuscola) insieme alla magia del tuo Scrivere (Smaiuscolissima). Chi vola e chi sta a terra, e alla terra torna volando, chi sogna e chi vorrebbe saper ancora sognare. C'è tutto, nello stare in piedi intorno ad un simbolo stanco, stanco morto. Finalmente BuonNatale.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

cosa vedono i tuoi occhi, Silvia... quel frullare di centinaia di uccelli, Cosa? Che lo portano su in cielo?, la nebbiolina, la morte e un canto tra le fronde. un racconto di Natale con tutti i crismi. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Un finale che lascia un soffio di speranza. Dicono sia l'ultima a morire; l'hai presa "per i capelli " in questo racconto stringendola forte... mi ci aggrappo anch'io, senza felicità. Grazie Silvia!Segnala il commento

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StefanoS ha votato il racconto

Esordiente

Volo macabro e la vita è bella (?). Segnala il commento

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di Silvia Lenzini

Scrittore
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