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Romance

Reciprocità

Pubblicato il 27/11/2022

E naufragar m'è dolce in questo male.

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La pioggia cadeva forte sul parabrezza e la carrozzeria scintillava sotto i suoi colpi. L’aria calda saliva lenta e la pelle dei sedili emanava un buon profumo, c’era il pieno di carburante, gli pneumatici erano ancora in buone condizioni e la notte gelida era appena iniziata.

Un uomo guidava ad andatura moderata, la radio era spenta e i neon delle insegne e delle vetrine riflettevano ovunque. La città era lì fuori, ai suoi piedi, in auto era al sicuro da tutti e tutto, la sensazione che provava non riusciva a descriverla, aveva addosso come una specie di felicità, l’uomo stava bene e non ne capiva a fondo il motivo.

Mentre svoltava tra un incrocio e l’altro, ripensava alle parole di quella donna dai capelli chiarissimi, ripensò al pallore del suo volto e a quegli occhi illeggibili. Sembrava di sentire ancora la sua voce, un tarlo in quel maledetto orecchio e, mentre la mente fantasticava, le mani stringevano più forte il volante e il piede premeva sull’acceleratore. Il rosso di un semaforo camuffato perfettamente in mezzo ai fili d’acqua che piovevano arrestò la sua corsa. Sulle strisce attraversarono due ragazzi a passo svelto, quasi saltellando, erano felici: solo le persone felici camminano sotto la pioggia con tanta leggerezza e spensieratezza. Per un momento l’uomo ripensò alla sua giovinezza e poi riprese la marcia, abbandonarsi ai ricordi spesse volte è un’attività sfiancante. Mentre svoltava sulla strada statale verso il ponte pensava a come avrebbe dovuto organizzare ora le sue giornate: di lasciare la città ovviamente non se ne parlava, lì c’era il suo lavoro e la sua vita, avrebbe dovuto cambiare casa certo, lì non poteva più vivere. L’auto camminava contro la pioggia che arrogante continuava a scendere, l’uomo aveva sempre un assurdo sorriso stampato sul suo volto scavato da stanchezza e sigarette. Mentre attraversava il grande ponte di acciaio cercava di dare un senso al quadro che aveva davanti, vedeva parte dei suoi ultimi anni passargli davanti e ripensava a quei magnifici e struggenti silenzi, compagni di molte sere in quella grande casa nel centro città.

«Più che stare insieme, abbiamo condiviso la nostra solitudine» disse poi ad alta voce, perché certe cose se pensate e basta sembrano non essere reali. Il motore dell’auto era forte e i giri aumentavano, quello sì che esisteva ed era reale: era lì, sotto di lui, caldo e potente e la città era uno scricciolo se paragonata alla bolla in cui si era rifugiato.

Quando rincasò il cielo albeggiava: guidò con il finestrino aperto per respirare a pieno l’odore della pioggia scesa che si mischiava a quello della città che si stava svegliando.

«Hai guidato ancora tutta la notte?» Disse poi la sua compagna di solitudine mentre l’uomo si sfilava la cravatta. «È pericoloso, non voglio che tu lo faccia… e non mi piace starmene poi tutta sola in questa casa così grande, a che serviranno poi tutte queste stanze?»

L’uomo non aveva più il sorriso che lo aveva accompagnato per tutto il suo vagabondare, si appoggiò sul letto e fissò gli occhi grigi della donna. «Che ne dici se continuassimo a vivere insieme? Potremmo tenerci compagnia e magari pian piano imparare a riavvicinarci» disse poi.

La donna si girò pigramente, i capelli erano arruffati e la testa sprofondava nel grande cuscino, aveva un leggero sorriso, tipico di accorda un compromesso.

«Prepari tu la colazione?» Chiese «Ho fame».

Fuori c’era il sole ora ma la giornata era freddissima.

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