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Resilienza

Pubblicato il 03/06/2018

Da una scatola piena di ricordi la forza per ricominciare.

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Sono immersa nell’armadio quattro stagioni, che a mala pena ne contiene due. Le ante spalancate impediscono ai raggi del sole di illuminare l’interno.

Sul letto matrimoniale ho piegato camice e maglioni. Sul parquet le scatole attendono di essere riempite. Adesso è il turno delle gonne lunghe. Sposto la prima gruccia e nell’angolo, in basso, la vedo. 

È lì. È passato un anno dall’ultima volta che l’ho aperta. Oggi non la aprirò, non la toccherò nemmeno.

“Non farti coinvolgere. Si tratta di dargli una mano. Di più non si può”. Così mi aveva avvertito il coordinatore dell’Associazione.

Avevo risposto che lo sapevo, ma non era vero. Conoscevo le regole, ma non ciò che mi attendeva.

Insieme a mio marito avevo deciso di fare un passo avanti, invece di pagare il solito bollettino postale, quell’anno ci saremmo iscritti ad un’associazione. Scegliemmo l’unica che sosteneva un orfanotrofio disperso nelle campagne dell’Europa Orientale. Si trattava di portare abiti, cibo ma anche docce, letti e allegria.

La prima volta che lo vidi era, spaesato, in un gruppo di bambini urlanti. Le gambe della vaspitaten gli impedivano la retromarcia. Sembrava un angioletto biondo. Gli occhi azzurri, come il cielo di quella giornata, si notavano appena sotto le sopracciglia corrugate, e sul viso paffutello nemmeno l’accenno di un sorriso.

Presi dallo scatolone uno dei peluche e mi avvicinai per darglielo. Non disse una parola. Gli bastò alzare il braccio destro, all’altezza del petto, per farmi capire che dovevo fermarmi lì. Non mi scoraggiai ed estrassi, dalla tasca della giacca, una barretta di cioccolato. Il braccio si abbassò, ma Misha non si mosse. Restava con la schiena incollata alle ginocchia dell’educatrice. 

Il cioccolato fu il mio lasciapassare. Volle tre barrette. Una la mangiò subito; le altre le mise nella tasca dei pantaloni, che toccava e guardava soddisfatto. 

La vaspitaten mi raccontò che era lì da un mese e aveva delle difficoltà ad ambientarsi. Arrivava dalla Casa dei bambini e in autunno avrebbe iniziato la scuola. La madre era morta mettendolo al mondo. Il padre si era risposato, e non c’era spazio per lui nella nuova famiglia. I nonni lo avevano accudito nei primi due anni di vita. L’avanzare dell’età e la povera pensione i motivi del suo abbandono. Aggiunse che il padre non andava a trovarlo da due anni.

Non sento più le voci dei bambini che giocavano in giardino. Controllo la sveglia sul comodino: sono quasi le sei. Devo sbrigarmi. Passo alla pulizia dell’armadio. La scatola bianca è sempre lì.

Prima di chinarmi per prenderla faccio un lungo inspiro, come se dovessi andare sott’acqua. Devo trattenere le emozioni. Non solleverò quel coperchio. Ho resistito un anno. Posso farcela.

È bastato che la sfiorassi per essere sommersa da uno tsunami di ricordi.

Quella mattina la piccola mano di Misha stringeva forte la mia. Aveva bisogno che lo aiutassi a scendere i gradini dell’Istituto. Gli altri bambini ci passavano a fianco correndo. Fu una dolce sorpresa che mi fece nascere un dubbio: forse Misha aveva problemi alla vista. 

L’istitutrice confermò la mia diagnosi, e aggiunse che per la visita oculistica avrebbe dovuto aspettare l’inizio della scuola e per gli occhiali un po’ di più. Ci offrimmo di pagare la visita medica e regalargli gli occhiali. 

In macchina si sedette tra me e mio marito. Guardava curioso davanti a sé e con la testa seguiva il tragitto degli autobus. 

Provò diverse montature prima di scegliere quella azzurra. Ho ancora impressa, nella memoria, l’immagine del suo faccino, sorpreso e felice di mettere a fuoco il mondo, dopo che gli misi gli occhiali.

Metto la scatola sul pavimento e termino il lavoro. Adesso è tutto a posto.

Devo solo rimettere la scatola in fondo all’armadio. La prendo e mi siedo sul bordo del letto. Non cederò alla tentazione, non la aprirò. Voglio tenerla un po’ in mano. L’appoggio sulle ginocchia e alzo il coperchio. La prima foto che vedo è l’ultima che gli ho scattato il giorno della partenza. Non dimenticherò mai quel giorno.

Eravamo nel piazzale davanti all’Internat. Avevamo salutato tutti. Il pulmino, che ci avrebbe portato all’aeroporto, non aveva ancora chiuso la portiera quando Misha, come un fulmine, era entrato e spostandoci si era creato uno spazio in mezzo a noi. 

Non era stato facile spiegargli che doveva restare lì, che non poteva venire con noi. E ancor più difficile era stato asciugare le lacrime che gli bagnavano il viso.

Chissà come sta? Di sicuro ha bisogno di una montatura nuova. Chissà se si ricorda di me ...

Il ritorno era stato doloroso. Era bastato un mese per cambiare la mia vita. Un mese in cui avevo sognato l’impossibile, e come Icaro mi ero bruciata le ali avvicinandomi ad un sole impietoso. Era stato il mese in cui avevo sperato di poter adottare Misha.

Sono trascorsi due anni da quando ho lasciato l’Associazione. Da quando non ho più sue notizie. Domani passerò di là, e chiederò se posso regalargli un paio di occhiali nuovi. Naturalmente, lui non dovrà mai saperlo.

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Ghiren73 ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Sentito e sofferto. Emozionante!Segnala il commento

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Marilla08 ha votato il racconto

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Mi sono emozionata... mi sembrava di essere io la protagonista. ... ;* Segnala il commento

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Mariangela ha votato il racconto

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Viv ha votato il racconto

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Mi piace molto il gioco di flashback,ti tiene incollato.Merita un titolo meno "inflazionato".Segnala il commento

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Rosalba Nappo ha votato il racconto

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Sembra scritto in apnea! E a me è mancato il fiato.Segnala il commento

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Sandra Morara ha votato il racconto

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Un'emozione...Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Giuliabel ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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di Cellegato Guendalina

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