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Non-fiction

Rimurginando

Pubblicato il 23/06/2019

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Uno dei tanti consigli che medici, e no, promuovono è il seguente: “Muoversi e camminare fa bene”. Questo consiglio vanta benefici che manderebbero il sedentario in profonda crisi depressiva, caricando il suo groppone di un altro problema.

Oggi soprattutto la vita si conduce da seduti. Da qui forse la popolarità di questo consiglio arenatosi sulle spiagge di Utopia. Fortunate quelle persone che conducono per lavoro o altro motivo uno stile di vita attiva. Fortunate, dicevo, in quanto sono sempre di buon umore, pieni di positività, che li aiuta a superare con meno difficoltà i molti ostacoli e le innumerevoli traversie che affliggono l’esistenza. Naturalmente prescindo da altre variabili che incasinano così tanto da ridurre al minimo i vantaggi del camminare.

Sono un camminatore, lo sono sempre stato. Credo di avere molti amici, almeno virtualmente con me, che senza questa passeggiata non chiudono mai la giornata. Ma tutto questo non è esaustivo, così di seguito sciorino quanto segue.

Ci sono persone che fanno passeggiate o passeggiatine, e buon per loro in campagna, nei boschi, in montagna, sulla spiaggia, etc., etc...

Io, invece, mi devo sorbire i marciapiedi sconnessi, pieni di buche, con passaggi stretti pieni di paletti da scansare, pali per la segnaletica stradale, commerciale e quant’altro la fantasia e il caso crea in molte città e cittadine nostrane.

E si capisce bene che il camminare non è agevole, ancor di più, se si considera che un buon 50% di questi marciapiedi oltre ad avere gli ostacoli predetti, hanno una pendenza che non so esattamente quantificare, forse dai 5 ai 15 gradi. In sostanza un piano inclinato che fiancheggia il manto stradale, quasi sempre ingolfato di macchine. Camminare lungo un piano inclinato non è facile. Dovresti avere una gamba più lunga dell’altra per non zoppicare.

Per completare il quadro, si aggiungano pure, sacchetti d’immondizia a gratis, la cacca, o il piscio del cane incontinente da dribblare. E questo è niente se si tira in ballo, anche, l’inquinamento atmosferico e altri piccoli inconvenienti di natura occasionale o eccezionale che non dico.

Comunque, senza entrare in particolari fastidiosi, subito dopo una passeggiata si dovrebbe andare in una lavanderia per una pulizia, profonda dei polmoni certamente un tantino anneriti. Non voglio più affliggervi con questi piagnistei, purtroppo sono incontentabile e perfezionista e magari poco comprensivo per certe situazioni contingenti che tirano per le lunghe, d’altronde tutti hanno i loro nei.

Sono situazioni d’emergenza, dice il mio amico Carletto. E afferma che tutto è in evoluzione, in trasformazione, in cambiamento, che l’emergenza è un fenomeno temporale limitato in criticità, che porta senz’altro ad un'altra situazione di equilibrio, duratura o no, ma sempre da monitorare. E poi, questo perenne fare, monitorare, rifare crea lavoro, produce sviluppo e ricchezza, mica niente! Sì perché il mondo deve essere sempre in equilibrio, altrimenti sappiamo bene cosa succede se non si trova l’equilibrio. Scompensi che si aggiungono a scompensi, ovvero disastri a catena. Quindi, bisogna attendere e aver pazienza, tanto tutto ha il suo tempo! – aggiunge.

Recriminare è spontaneo quando sei toccato nel vivo, e conta che la criticità non sia sostituita dalla cronicità, dico io. Mi piacerebbe che la distrazione, se vogliamo trovare un capro espiatorio, che determina situazioni critiche, restasse un’esclusiva dell’inesperienza giovanile, altrimenti non sarebbe accettabile.

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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di DONATO ROSSO

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