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Horror

Rinascita

Pubblicato il 11/06/2018

Si può tornare dal mondo dei morti? E, se si torna, si è sempre la stessa persona? Oppure esiste un qualcosa, dall'altra parte, che brama di prendere il nostro posto.

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- Farà male? –

Non sapevo cosa risponderle. Non lo potevo sapere. Non ci ero passato, a differenza di molti altri.

Di mentirle non avevo voglia. Se ne sarebbe accorta e sarebbe stato brutale.

Così, d’istinto puro, le chiesi – Adesso ti fa male? –

Con una lacrima lenta a solcarle la gota, annuì impaurita.

- Da quanto tempo ti fa male? – continuai.

- Da tanto. Da troppo. Non ricordo nemmeno! – esplose in un pianto sofferto.

L’abbracciai e la strinsi forte. Sentii il calore del suo corpo nudo su di me. Lo sentii attraverso la stoffa dei miei vestiti; il suo cuore che palpitava all’impazzata.

Poi, scostandole leggermente la testa, le dissi con il tono più dolce di cui fui capace – E allora… che faccia male o meno, sarà un momento, un attimo, e poi più nulla. È così brutto rispetto a anni interi di sofferenza? –

A fatica, riuscì finalmente a donarmi un sorriso, prima di richiudere il suo volto sul mio petto.

Giona arrivò proprio in quel momento e per noi fu il chiaro segnale che era ora di andare. Con lo sguardo e in silenzio, lo implorai di donarci ancora un attimo.

Fu lei infine a staccarsi da me. Caricatasi di tutto il coraggio e la forza che gli erano rimasti, si adagiò sul lettino portato dalle due inservienti che avevano seguito Giona. Lei allungò la mano verso di me cercando un ultimo contatto. Gliela strinsi con tenerezza, fino a quando le inservienti non la portarono via da me. Non ci dicemmo nulla. Non ce n’era bisogno.

Giona mi prese sottobraccio e mi accompagnò verso la sala d’attesa.

- Sei sicuro di voler assistere? – mi chiese con voce fredda, ma rispettosa.

- Non dovrei? – gli domandai, con già i miei pensieri rivolti verso quella stanza grigia e asettica.

Con la solita fermezza, egli mi rispose – Non sempre le cose vanno come si spera. Possono succedere milioni di cose che non possiamo prevedere –

- Nemmeno lui? Nemmeno il professore?! – alzai un po’ troppo la voce, attirando l’attenzione dei pochi presenti.

Cercai di darmi un contegno, seppure non sapessi con quali forze e per quale particolare ragione.

Giona mi mise una mano sulla spalla.

- Nessuno è infallibile, in questo mondo – mi disse – Ti posso solo assicurare che lui è il migliore. Molti sono tornati a nuova vita grazie a lui. Non esiste opzione migliore. –

Giunse una donna. Mi preparò per l’operazione, così come mi piaceva chiamarla.

Spalancai la porta ed entrai nella sala. Lui era là. Già pronto. Il corpo disteso e immobile della mia piccola sotto di lui.

- E’ pronto? – mi chiese con quella sua voce gracchiante, fastidiosa.

Io lo guardai in volto, cercando di capire piuttosto chi dei due fosse il più pronto.

Ne osservai le orbite incavate; le rughe pronunciate a zampa di gallina ai lati; il naso aquilino e la bocca ruvida come se venisse da un lungo periodo di sete e di arsura.

E fu in quel momento che la vidi.

Nera come me l’ero sempre immaginata. Secca, gelida, minacciosa come nelle iconografie di ogni tempo.

La Morte era lì, sopra il volto della mia piccola.

Piansi, dentro di me. Avevo capito. Avevo già compreso.

Mi lasciai alla disperazione, mentre tutto avveniva. Sentii la voce del professore e le sue parole ignote e blasfeme. Sentii il suono del pugnale dilaniare la carne più volte.

Quando riaprii gli occhi, il corpo della mia piccola era tumefatto dalle coltellate del vecchio.

Il cuore mi si fermò. Non provai più nulla.

Egli disse – Risorgi. Torna a noi, mia cara. Che la morte non possa più toccarti e la vita, la nera vita, possa accoglierti tra le sue braccia –

Lui mi fece un cenno, indicandomi di avvicinarmi. Lo feci, ma nel mentre risollevai lo sguardo verso di lei, la Nera Signora. E, contro le mie aspettative, se ne andò. Da sola.

Il cuore mi fece un balzo, tornando anch’esso improvvisamente alla vita.

- La chiami – mi ordinò lui. E io lo accontentai.

Ma lei non si svegliava. Per diversi minuti continuò a rimanere immobile, ferma, apparentemente esanime con quegli occhi spalancati.

- Tesoro! – ripetei all’infinito con voce rotta, quando finalmente, in uno scatto, ella si tirò su in posizione seduta sul lettino.

Senza dire nulla – non avrei potuto dato che il fiato mi mancò completamente – la abbracciai. La strinsi forte a me fino a sentire le sue ossa scrocchiare.

- Hai visto, amore mio – sussurrai al suo orecchio – Ce l’hai fatta. Sei tornata –

Ma ciò che udii il momento subito successivo, ruppe il mio incantesimo mandandolo in mille pezzi.

Di fronte a me, alle spalle del mio amore, vidi Giona e il Professore scambiarsi sguardi truci e addolorati.

Ancora quello strano verso provenire dalla sua bocca. Come un rumore animale, un ringhio annacquato dalla saliva.

Mi staccai da lei e, tenendola per le spalle, la guardai bene dritta in volto. E quando ne vidi l’espressione vuota e gli occhi persi, mi ricordai le parole di Giona.

“Non sempre le cose vanno come si spera”. Compresi dunque che ciò che era tornato dallo Shub non era la mia anima gemella… ma qualcos’altro. 

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Luxsandro ha votato il racconto

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Glaaz! ha votato il racconto

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Qualcosa la cambierei, ma il racconto mi è piaciuto molto.Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Parnaso ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Kráka ha votato il racconto

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