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Romance

Rivederti

Pubblicato il 20/03/2019

Sarà una risata che vi seppellirà (slogan del '68)

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8 Voti

Dice una vecchia canzone: “Tutta la notte/sbatto la testa/per non pensare a te…”. Quando ci lasciammo definitivamente, feci proprio questo. Al lavoro, oltre al solito, mi presi due progetti complessi; tutte le sere ero in palestra, e mi iscrissi anche a un laboratorio di teatro.

Una volta la mia psicologa mi domandò che emozioni provavo. “La stanchezza è un’emozione?” chiesi, senza ironia.

Una sera, mentre uscivo dal lavoro, l’amica con cui avrei dovuto vedermi per un aperitivo letterario prima della palestra prima del laboratorio chiamò per dirmi che aveva un contrattempo. Fissai un momento il telefono, poi scoppiai a piangere. Mi trascinai a casa e continuai tutta la sera. Mi consolai pensando che il tempo lenisce, a Natale non avrei più provato questo.

Il giorno di Natale, mentre portavo i miei vecchi genitori a casa degli zii, ricevetti una chiamata da un telefono fisso di Roma. Sapevo che ci andavi di tanto in tanto, a casa di amici. Non risposi. Mentre aiutavo mia madre a togliersi la giacca, lo stesso numero richiamò. Borbottai: “perfino oggi, dannati call center”. Dopo controllai e scoprii che era davvero un call center, provando un gran senso di vuoto.

Avrei voluto soltanto una cosa: che tu tornassi a cercarmi, almeno una volta, così avrei potuto dirti di smammare: vattene fuori dalla mia vita, click. E così continuavo ad aspettare che tu chiamassi.

Fu allora che diventai freddolosa: a volte dormivo con calzerotti, berretto di lana e un golfino sopra il pigiama. Eppure tenevo il riscaldamento più alto. Non avevo mai sofferto il freddo, prima.

Il secondo anno mi concessi di piangere; anzi passai interi pomeriggi a fare soltanto questo, accompagnata dalla colonna sonora più dolciastra che avevo. Piangere il tuo ricordo mi dava sollievo, almeno finché mi rendevo conto che tu mi avevi dimenticata.

Era stata una relazione difficile: le prime due volte mi avevi lasciata tu e io ti avevo rincorso scusandomi di ogni cosa. Dopo la seconda avevo scritto una specie di vademecum: “Non perdere la calma! Non passare in modalità accusa! MAI via SMS!” e lo avevo appeso di fronte al letto. Le volte dopo, fosti tu a rifarti vivo; recriminai aspramente per circa dieci minuti, poi tornammo insieme.

Il fatto è che ridiventavi subito il mio ragazzo selvaggio.

Anche al terzo, quarto anno, mi bastava un minimo aggancio per rivivere dolorosamente i momenti magici. Per esempio la sera passata a girare per il centro di Bologna, abbracciati, cantando ad alta voce: Lucio Dalla, rap, arie d’opera, qualunque cosa ci piacesse. Avevo visto coppie abbracciate sbaciucchiarsi, litigare, trascinarsi annoiate, ma in vita mia non avevo mai visto una coppia cantare.

Tu facevi di queste cose. Eri speciale anche per tamponare e prendere multe; e oscillavi nei tuoi interessi dalle costellazioni familiari all’anarchia, dai curanderos al qi kung agli alieni. Anche quando mi irritavi, mi affascinavi. Giravi il mondo, avevi tre figli da due donne diverse e il tuo lavoro nelle mani; soprattutto, eri un uomo libero.

Comunque, ero riuscita a riorganizzarmi. Avevo ripreso un ritmo di lavoro ragionevole. Continuavo a fare teatro, con impegno e soddisfazione. Quando una donna cerca un uomo e non ha pretese, lo trova: provai, ma l’unico risultato fu una fastidiosa sensazione di sfregamento alla passera, quindi lasciai stare.

Il quarto anno mi concessi un viaggio da sola. Non ero felice, questo era finito, ma serena e contenta di essere in vacanza sì.

E così stamattina, in una città del sud della Francia, sono andata a visitare la cattedrale. Un avviso pregava i turisti di non disturbare le funzioni religiose, quindi dovetti mettermi in un angolo per lasciar passare i fedeli che uscivano da messa.

Fu allora che ti vidi e fu come prendere la scossa. Sulle prime,da lontano, pensai di essermi sbagliata non certo per la prima volta. Ma poi mi passasti proprio accanto, lentamente, senza riconoscermi. Io invece sì, senza dubbi.

Avevi il braccio appeso alle spalle di una tipa più giovane di noi, ma troppo truccata. La prima cosa che mi colpì fu il battito ritmico dei suoi tacchi; portava scarpe da monaca. Anche tu avevi scarpe di cuoio coi lacci, perfettamente lucidate e troppo strette, a giudicare dal tuo modo di camminare.

Alzai gli occhi: pantaloni grigi di lana, con la piega. Giacca a quadri, cravatta e golfino celesti …eri sempre stato rotondetto, era la tua bellezza, ma quella pancia! Capelli corti, ben rasato. Portavi gli occhiali, una montatura pesante, e non capivo se la tua espressione fosse severa o soltanto annoiata.

Mi ritrovo sugli scalini della chiesa in piena luce. Di colpo rido, forte, sempre più, un terremoto di risata, tanto che piango e schizzo saliva e mi fa male la pancia e devo piegarmi in due e tenerla stretta. Butto la testa indietro, in alto il sole brilla e le nuvole scappano spaventate in tutte le direzioni. Il mio ragazzo, il mio ragazzo selvaggio! Mi piscio addosso, oddio,oddio, non ce la faccio più.

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Viole ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Sono selvaggi solo finché stanno con noi? ; ))))Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore

Bello e piaciuto. Bello lo stile, lievemente ironico... forse rallenta un po' nella parte centrale, troppe "elucubrazioni"? Gran finale!Segnala il commento

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di francesca colombo

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