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Horror

Rosa

Di Howl
Pubblicato il 21/05/2020

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La bambola: prima parte


Rosa giocava a fare la mamma con la bambola che il marito le aveva regalato per il loro anniversario. Quella sarebbe stata l’ultima volta, lo sapeva bene. Nel pomeriggio si sarebbe finalmente comprata un bambino vero. Lei e il marito avevano già fissato l’appuntamento con l’Istituto.

«Mamma» gorgogliò la bambola. Il passato di piselli le schiumava dalla bocca.

«Mamma, ancora.»

C’erano dei bambini sullo schermo del telefono di Rosa. La donna li guardava, assorta, mentre imboccava la bambola, un cucchiaio dopo l’altro.

«Mamma, ancora.»

Non le stava più niente dentro quel pancino di plastica. Rigettava tutto quanto sul bavaglino.

Rosa si ridestò.

«Oddio scusami» le disse. Prese delle salviette. Tamponò l’emorragia verde.

«Scusami, scusami… » si affannava Rosa.

La bambola fece una risatina robotica.

Guardati, pensò Rosa. «Stupida!» Si disse.

«Mamma, ancora.» Ripeteva ostinata la bambola. Rosa le accarezzò i capelli, le diede un bacio sulla fronte, se la portò al seno e, alla fine, la spense.

Erano già due mesi che era difettosa. Rosa non poteva farci nulla. Ripararla costava più che comprarne una nuova e ormai avevano deciso per il bambino vero. Non ne valeva la pena.

La ripose, ancora calda, nella sua scatola. Presto sarebbe arrivato suo marito e, allora, pensò Rosa, la sua vita sarebbe cambiata per sempre.


L’Istituto


Rosa e il marito avevano firmato dei documenti. Aspettavano.

Rosa andava in giro per la sala. Nervosa. Aveva già sfogliato il catalogo; la scelta, con quanto avevano a disposizione, era molto ristretta.

L’uomo si presentò in ritardo. Si scusò. Strinse la mano di Rosa e poi quella del marito. Gli spiegò le procedure, i vantaggi della loro scelta, poi li accompagnò alle stanze dei bambini.

«Prego.» Disse l’uomo facendo strada.

Aveva già incollato l’etichetta “poveracci” alla coppia.

Il marito di Rosa era vestito con un paio di jeans sciupati e sformati, una maglietta grigia che gli stringeva sulla pancia, un paio di scarpe da ginnastica. Non gli erano rimasti molti capelli, e quelli che aveva, erano unti e scarmigliati.

Rosa cercava di darsi un tono con un vestitino sottile, fiorito, da due soldi. Ci svolazzava dentro. Il fard calcato pesante a coprire le guance butterate, il rossetto che le lasciava dei grumi sui denti.

L’uomo pensò di fargli fare il giro largo, questa volta avrebbe fatto il suo gioco. Dopotutto, c’era ancora quella vecchia scommessa in ballo. Doveva solo portarli all’esasperazione e, poi, farglielo vedere.


Si ritrovarono in un lungo corridoio, bianco, impregnato dall’odore aspro del disinfettante.

Rosa attardava il passo, fermandosi a curiosare ogni vetrina.

Una in particolare attirò la sua attenzione. Chiamò vicino a sé il marito che le si affiancò senza troppo interesse.

«Di quello che dici?» Gli indicò il bambino di colore che gattonava tenendo per mano una carota di gomma. La madre biologica, nella stanza con lui, leggeva una rivista.

Il marito fece una smorfia.

«Avrà quasi un anno, se non l’hanno venduto ci sarà un motivo.» Disse. Poi chiese all’uomo: «che ha quel bimbo?»

L’uomo non sembrò capirlo. «In che senso?» Chiese.

«Quanti mesi.» Precisò il marito di Rosa.

L’uomo aprì la cartellina, pagina dopo pagina sino ad arrivare al numero del bambino.

«Vediamo… numero 350. Il bimbo ha sette mesi, ne fa otto la prossima settimana. È sano, la madre ha già dato alla luce tre bambini tutti rivenduti ad altrettante famiglie. Nessuna di queste è venuta a reclamare. Pesa quasi otto chili, ha una minuscola cicatrice dietro la nuca perché dieci giorni fa è scivolato battendola a terra. Questo comunque non verrà a inficiare sul prezzo. Mi dispiace.»

«Otto mesi. Quanto manca prima di diventare scarto?»

«Gli “scarti” vanno dai due e tre anni.»

«Dica un po’, ma è vero che dopo aver superato la soglia dello scarto voi…» Il marito di Rosa mimò il gesto dello sgozzamento. «Li fate fuori?»

«No guardi, non so chi mette in giro certe dicerie, le posso assicurare che non pratichiamo oscenità simili. I bambini rimangono in Istituto e vengono cresciuti nel nostro orfanotrofio.»

«Comunque questo qui non c’interessa, non è vero cara?»

Rosa guardava il bimbo che rideva di fronte al coniglietto sventolatogli in faccia dalla madre biologica.

«Quanto costa?» Chiese, senza ascoltare il marito.

«Sei mila e cinquecento, signora.» Era un prezzo spropositato per la coppia.

«Rosa, no. Dai un’occhiata al moretto sull’altro lato, non ti sembra meglio?»

«Mi scusi, ma veramente quello è già stato prenotato, se vede il cartellino.»

«Che vuol dire “prenotato”?» Si ostinò il marito di Rosa.

«In attesa di pagamento… una coppia di Bologna l’ha visto sul nostro catalogo e l’ha ordinato per telefono. Entro domani dovrebbero passare a ritirarlo.»

Rosa dava dei colpetti al vetro per richiamare l’attenzione del bambino che non poteva sentirla. Rosa riprovò. La madre biologica se ne accorse, prese in braccio il bambino e lo avvicinò al vetro.

«Ciao.» Disse Rosa.

La madre biologica mimò che non potevano sentirla così Rosa si limitò a guardare. Sorrise e sospirò. Avrebbe voluto poterlo abbracciare come faceva con la bambola.

Il bambino mugugnò, le diede le spalle. Rosa provò di nuovo a battere qualche colpo a mano aperta ma il bambino non si voltò.


Ne videro altri e altri ancora, ma per ognuno c’era sempre qualcosa che non andava. Che si trattasse del prezzo, della “bruttezza”, o del fatto che non fossero più nel catalogo, poco importava.

Rosa e il marito non riuscivano a trovare quello giusto.

La donna pensava, con timore, che se ne sarebbero andati a mani vuote. Conosceva suo marito, non avrebbe retto ancora per molto.

«Non ne ha uno simile a quello?» Disse il marito di Rosa, accennando a caso a un bambino dai capelli biondi. «Magari a buon prezzo.» Aggiunse.

«Mi faccia pensare… » L’uomo fece una pausa. Il terreno era stato preparato. «Ne ho uno, ma ha quasi due anni.»

«Diavolo! E perché non l’avete ancora venduto?»

«C’è un problema con la madre biologica. Crede sia...» Si raschiò la gola. «Diciamo che fa di tutto per scoraggiare i clienti.»

«Che vuol dire?»

«Dovreste vederlo con i vostri occhi per capire… venite.»


Il bambino


Vagiti.

L’aria sapeva di sudore e malattie. Il pavimento, verde scuro, veniva risvegliato controvoglia dalla luce ocra del neon sul soffitto.

Rosa aveva l’immagine di un pipistrello pronto a precipitarle sulla testa. Così esitante e inquieta si muoveva lungo la trachea agonizzante di quella corsia d’ospedale.

Dietro i vetri, vi erano solo mostre d’atrocità.

Bimbi deformi che si dimenavano senza coscienza, mutazioni indefinibili si trascinavano sbrodanti a terra, mucose violacee appisolate su lettini di plastica e gomma annerita. Ustioni su corpi indifesi.

Le madri erano disgustate dai loro figli, si rintanavano negli angoli scalcinandoli via quando questi gli si avvicinavano.

Alcune cullavano intestini, fegati, milze.

Quelle che gridavano «Aiuto! Vi prego fatemi uscire!»

Tagli ai polsi, occhiaia, pelle gialla e andata a male, lividi sulle braccia. Porte chiuse e bancali di cibo sparsi per la stanza, vasetti ricolmi, separé dilaniati.

Erano come murate vive.

«Sta.. sta scherzando vero?» Chiese interdetto il marito di Rosa all’uomo.

«Abbiate pazienza, sarete ormai abituati alle mutazioni! Se vi danno fastidio non guardatele.»

Il rumore dietro le vetrine non era ovattato come nelle stanze che Rosa aveva visto fino a poco prima. Era tutto quanto reale e percepibile e a lei venne da chiedersi: perché?

Era il loro raccapricciante tentativo di proporsi in quel surrogato di mondo. In quel nulla abissale, in quel girone infernale. Eterno. La ripetizione dell’oblio. La vita, che respirava e gli diceva che quel figlio era ciò che Dio aveva avuto in serbo per loro. Solo loro sapevano cosa significasse. Nessun altro.

«Ti senti bene?» Chiese il marito a Rosa.

La donna non rispose.

«C’è ancora molto?» Domandò il marito di Rosa all’uomo.

«No, siamo arrivati.»


Dietro l’ultima vetrina la stanza era bianca.

C’era una donna inginocchiata. Delirante. Un feto marrone senza gambe accovacciato vicino a lei, sibilava nel sonno. Tuttavia quello che sconcertò Rosa e il marito fu l’altro bambino. 

Crocefisso al muro, come un Messia inconsapevole. Era radioso. Di una bellezza inumana, trascendente… immortale.

La madre lo pregava. Le mani consunte portate sopra alla testa quasi a sfiorargli i piedini . Il bambino non si dibatteva, la guardava dall’alto verso il basso sorridendole con una serenità straniante.

«Oddio…» Sibilò il marito di Rosa.

«Capisce adesso di che si tratta?» Lo incalzò l’uomo.

«No. Mai stato così lontano dal capirci qualcosa.»

«È pazza vede? Crede che suo figlio sia Gesù Cristo.» Ridacchiò. «Da non credere.»

«Ma… Quello è Gesù cristo!»

«Mi creda, non c’è finito da solo lì sopra, ce l’ha messo la madre. Così che sembrasse in croce no? Da pazzi…. no guardi, quel bambino è semplicemente bello, niente di così inconcepibile.»

«Questa è la più grande idiozia che mi sia mai capitato di sentire… Scusi, ma veramente non può non pensarlo dopo tutto questo… schifo.»

«Schifo? Quello che vede qua dentro non è certo colpa nostra. Non siamo noi a fare le guerre!»

«Che c’entra? Sto dicendo che dopo tutto quello che ci ha fatto vedere. Capisce? Questo… questo è… Dio, è… »

«Guardi, il suo Dio ha un costo, mille e se lo può portare a casa.»

«E quella povera cristiana? No, me ne tiro fuori. È… assurdo.»

«Novecento?»

Il bambino guardò Rosa. Poi chiuse gli occhi. Li riaprì. Li richiuse. Li riaprì. Nessuna espressione. Rosa tremò. Distolse lo sguardo.


La Bambola: seconda parte


«Mamma, ancora.»

La bambola ripeteva quelle due parole da mesi. Rosa le stava facendo il bagnetto. Le insaponava i capelli.

La bambola ridacchiò.

Rosa la prese in braccio e la adagiò sul fasciatoio, l’asciugò, l’accarezzò. Le mise il pigiama e la portò a letto. Provò a fare come c’era scritto sulle istruzioni per farla addormentare. Non le era mai riuscito, doveva sempre spegnerla a mano.

Le piaceva abbracciarla, sentire il suo corpicino morbido, caldo, e quel ronzio leggero che aveva dentro. La rilassava. Di tanto in tanto, la bambola si lamentava e allora il marito le ordinava di spegnerla perché non riusciva a dormire.

Rosa continuava ad accarezzarla fantasticando di avere un bambino vero. Cantava sottovoce una ninnananna.

Sulle istruzioni c’era scritto che certe frequenze l’avrebbero fatta addormentare. Anche se non le aveva mai raggiunte, Rosa riprovava ostinata ogni notte.

«La tempesta si avvicina… » Intonò Rosa.

Non ricordava tutte le parole ma le piaceva la melodia. La rasserenava, anche se non si era mai soffermata sul significato. Il mondo che aveva smesso di esistere. Tutto quanto. Erano metafore sottili, immagini che il tempo aveva offuscato.

La bambola riproduceva artificialmente i respiri, a volte si inceppava, ripartiva, si inceppava di nuovo.

Rosa cantava, sottovoce, cercando di non rompere il sonno gorgogliante del marito. Accarezzava la schiena della bambola, la cullava, le dava dei bacetti sulla nuca.

Sapeva che avrebbe dovuto spegnerla. Voleva solo godersi il momento, dimenticando la vita fuori.

«Ti prego, mio buon Dio… » bisbigliò Rosa.

Poi cercò l’interruttore che la bambola aveva dietro al collo. Lo sfiorò e per un poco rimase così, incerta. Lo abbassò e il ronzio si spense.

Ripose la bambola nella scatola. 

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esteban espiga ha votato il racconto

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un racconto molto tenero. se io fossi il diavolo, intendo.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con FdF. Moltissimi spunti, da investici senza dubbio. Coinvolgente Ti confermi autore di gran livello. ComplimentiSegnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Inception. Solo che il totem lo giochi tu con la mente del lettore!Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Una narrazione nutrita dalla lettura dei classici sci-fi e horror. Una scrittura ingaggiante e ad alto tasso emotivo. Un mondo distopico che, come ogni buona distopia, richiama in maniera allarmante il mondo "reale". Ottimo materiale, credo che ci siano le fondamenta per edificarvi sopra se non un romanzo una serie di racconti.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Scritto benre, ma inquietante... rimani sempre sul filo del rasoio... in perfetto equilibrio fra in trash, il pulp una una sorta di pietas... che mantieni sino alla fine. L'immagine del bambino crocefisso è molto forte, e il suo "prezzo in offerta speciale" si lascia dietro un alone di tristezza e orrore. La chiusa è quasi dolce, nel suo bisogno di riscatto...Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore
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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Wow, riecheggia la "Bambola Tuttofare" di R. Matheson. PiaciutoSegnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Inquietante ma chirurgico nell’introspezione psicologica e umana. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Io di incubi ne faccio, ma come questo... e non c'è niente da fare, tiene incollati lìSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Veramente fastidioso. Inquietante. Malevolo. Perverso. Fino alla fine. Ciò nonostante di una umanità rara. Complimenti!Segnala il commento

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di Howl

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