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Narrativa

Rqccoglierò per te fiori di campo

Pubblicato il 14/08/2019

Sua madre, nelle sere estive non afose, se lo prendeva sottobraccio, usciva dal cortile di casa, imboccava il sentiero che portava alla strada vicinale e la passeggiata cominciava.

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Destra o sinistra? Non si trattava della decisione shakespeariana da prendere nel seggio elettorale prima ritirare la scheda. Era solo questione di scegliere la direzione desiderata. Sua madre gradiva sinistra: da quel lato la strada attraversava un canale costellato di pioppi, ontani, olmi e salici: tutti insieme rispondevano alla sollecitazione del vento gradevole e frizzante con un concerto singolarissimo, un quartetto mozartiano. Erano le foglie dei pioppi e degli ontani, come violini, a prevalere. Si fermavano sul ponte a godersi questo spettacolo. A volte c’era la luna: piena, mezza o falce che fosse era la sublimazione dell’incanto terrestre. Altre volte invece il buio era completo, si era come obbligati a guardare in alto per trovare un poco di luce: la volta celeste ostentava le sue costellazioni. Per l’effetto di una strana contaminazione sinestetica il concerto sembrava poter essere visto più che ascoltato. Non si dicevano mai niente. Sembrava che non ce ne fosse bisogno. Bastava quel semplice bucolico angolo di campagna per intendersi. Apparentemente.

Questi eventi estivi erano forse l’unica occasione in cui la madre di Luca si occupava in modo “materno”. Di tenerezza probabilmente ella non era capace. Ma luca non pretendeva tanto, non pretendeva di imparare inconsapevolmente da lei l’abc dell’affetto... Solo avrebbe gradito inconsciamente gesti, cenni, sguardi, la sua piccola mano ciondolare dal palmo di mamma. Queste dinamiche succedevano raramente, erano privilegi estivi, corollari alla frescura che sua madre cercava in quella strada, a destra come a sinistra.

Per la verità esisteva pure un’altra situazione di pace, questa volta dietro casa, nei pomeriggi afosi di luglio e agosto. La disposizione geografica dell’abitato consentiva di apprezzare passaggi di correnti tra ponente e levante che, seppure non fresche, almeno muovevano l’aria stagnante. Seduti sul marciapiede con la schiena appoggiata al muro maestro sua madre osservava lontano i prati appena falciati e quelli ancora non pronti alla fienagione. Guardava i campi vero ovest con le piante di mais che stavano partorendo il fiore avviandosi a maturazione. Dei prati non guardava l’erba ma i fiori, soprattutto quelli cresciuti lungo i fossi irrigui: finocchio selvatico, acetosa e altre infiorescenze color malva che portavano corone di petali una sopra l’altra formando come una pannocchia colorata: erano quelli che preferiva, che più la stupivano e la incantavano. Luca la osservava cercando di carpire il suo segreto. Ma il tempo non bastava:

- Sa, ci alziamo? Andiamo a fare qualcosa.

Così all’improvviso finiva l’idillio. Questa frase stereotipata nascondeva un’unghia di senso di colpa per aver dato troppo tempo al piacere. Luca questa sensazione la coglieva immediatamente. E alla fine la introiettò, la scolpii dentro la sua anima già di per sé circondata da uno strabordare ubriacante di senso del dovere.

Senso che alla lunga si trasformò in senso di “dover piacere” agli altri, di soddisfare sempre le loro presunte aspettative, di sentirsi una nullità se qualche tassello fosse andato fuori posto, di fare tutto non come frutto della sua creatività ma in quanto dovuto. Con gli anni questo meccanismo perverso andò ritorcendosi parossisticamente contro la propria intimissima percezione di sé: dovette diventare perfetto di fronte allo specchio della propria coscienza. Ma non era uscito genio dall’utero materno, quello che sapeva fare o ragionare era il risultato di tanto lavoro, manuale o intellettuale. Ogni minima sbavatura, ogni percorso finito senza successo, o interrotto… erano una tragedia. Se fosse vissuto ai tempi della spiritualità ascetica medievale non avrebbe esitato ad umiliare il proprio corpo con cilicio e verga. Non conosceva mezze misure, non sapeva proporzionare il proprio impegno rispetto al risultato. Tutto o niente. Così nello studio, così nei rapporti umani. Anzi, questo secondo caso, quello più implosivo, generò la sua fobia maggiore: la paura del giudizio degli altri. Crebbe a pane e lacerazioni. Ogni lavoro che gli veniva ordinato di fare lui lo percepiva come una punizione: non aveva il coraggio di reclamare del tempo per sé. Alla fine non seppe mai quali fossero le sue vere attitudini, i suoi desideri profondi. Era letteralmente eterodiretto. Persino guardare i cartoni animati era una colpa. Come quando seduto in cucina davanti all’apparecchio suo padre entrava in casa per farsi un panino: nella sua schiena correva un brivido freddo, sulla sedia era come se fosse stato posato uno stoccafisso invece di carne, ossa e sangue umani. Il più delle volte non gli diceva niente, ma a volte non si esimeva dal riprenderlo: fortunatamente usciva subito e Luca poteva finalmente sciogliersi.

- Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore.

Più tardi ascoltando la poetica teologica di Fabrizio de André non poteva non collegare il “Testamento di Tito” alla sua esperienza di paternità. Con lacrime di dolore agli occhi.

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Panna ha votato il racconto

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Phrasikleia ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Buon soggetto. L'uso di termini particolari e ricercati a mio parere rallenta un po' il ritmo e appesantisce un po' la lettura. Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bravo, scrittura solida e dolorosa. Forse da correggere qualche limatura Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

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scrittura solida, tema tutto tuo. se non cadrai nella bulimia dello scrivere per scrivere, farai ottime cose.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Non c'è mai riposo se la meta si sposta con la stessa velocità con cui si avanza. Gli ebrei hanno lo shabbat. Impariamo.Segnala il commento

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Duro e sinceroSegnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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di Geordie

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