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Narrativa

Sacco e Vanzetti

Pubblicato il 30/08/2018

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La lama scendeva con decisione, ma quasi come una carezza. Il pollice tirava piano la pelle, all'altezza dello zigomo, distorcendomi il volto in un sorriso grottesco. Gli enormi e folti baffi dell'uomo in piedi, ondeggiavano allegri davanti al mio viso, mentre due occhi azzurri, attentissimi e accigliati, scrutavano e misuravano l'altezza delle basette. Sacco, dietro di me, leggeva il giornale e ogni tanto tirava su gli occhi per controllare il lavoro del collega. Il locale era vuoto, l'estate premeva sulla soglia e i ventilatori ruotavano assonnati sulle nostre teste. Il lieve rumore del giornale, unito al sordo suono delle pale e alla calura estiva, davano l'impressione che tutto si muovesse al rallentatore; riuscivo persino a percepire, così mi sembrava, il battito di ciglia di Vanzetti che mi ronzava attorno come un'ape, spostandomi delicatamente la testa in posizioni plastiche da manichino.

La liturgia della rasatura dal barbiere, il sabato, era un appuntamento fisso. Gli altri giorni, di solito, con lo sguardo assonnato e una lametta usa-e-getta, mi avvicinavo allo specchio con le palpebre ancora semichiuse, sbadigliando. Immancabilmente la mia faccia veniva segnata da piccole ferite rosse vino.

Non sapevo nemmeno i loro nomi: per me erano semplicemente "Sacco e Vanzetti". Sacco, un uomo magro quasi piccolo che raramente parlava, aveva gesti lenti e misurati, era l'uomo serio che accarezzava le forbici come un taciturno pistolero del west accarezza le sue pistole; Vanzetti, con i baffi a tricheco e lo sguardo penetrante, era l'uomo loquace che sapeva parlare di tutto e la cui cultura spaziava attraverso territori inusitati.

Il loro negozio era nel bel mezzo di un centro commerciale, come un ostinato punto nero in una faccia stirata dagli interventi chirurgici. "Resistenza. Ecco perchè" disse Vanzetti annuendo con enfasi dando un'occhiata a Sacco, l'ultima volta che uno degli anziani avventori, ormai amici intimi dei due, si avventurò per i sentieri impervi e spinosi della politica e chiese perché non avessero venduto il negozio al centro commerciale che da sempre aveva offerto ben più di quanto il negozio valesse, questo nonostante l'esperto di politica, quello a cui tutto il quartiere faceva riferimento per poter dirimere dubbi o per capirci qualcosa nelle questioni nazionali e non, fosse Sacco. Perfino i più acerrimi nemici, quelli che Sacco chiamava semplicemente "la parte avversa", riconoscevano a Sacco un ruolo di guida nel quartiere chiamandolo ironicamente "Don Raffaè".

Quell'estate particolarmente calda aveva decimato il piccolo gruppo di affezionati visto che Sacco e Vanzetti si ostinavano a non installare, nel negozio, un condizionatore. "Noi siamo della vecchia scuola, preferiamo sudare" diceva sommessamente e con un'alzata di spalle Sacco a chi chiedeva del perché della scelta. I due non parlavano mai né di sport, né del tempo; se dovevano aprir bocca preferivano dire qualcosa di interessante, per gli altri e per loro. Quel giorno però Vanzetti fece un'eccezione: "Caldo torrido stamani eh?" disse con tono neutro mentre con i diti medi mi raddrizzava la testa. Preso alla sprovvista non mi riuscì di dire altro che "Già" "Anche se stanotte pioverà" aggiunse Sacco senza alzare gli occhi dal giornale. La conversazione non ebbe ulteriori sviluppi e la notte piovve.

La settimana dopo tornai nel quartiere ma il negozio era stato smantellato e un cartello del centro commerciale annunciava nuovi lavori di ristrutturazione. Trovai per strada uno dei fedeli avventori e chiesi il perché del cartello: "Eh, il signor Bartolomeo è venuto a mancare per una brutta malattia che lo tormentava da mesi e il signor Nicola non se l'è sentita di continuare l'attività".

Capii allora che, dopo anni di rispettoso silenzio, senza conoscere niente l'uno dell'altro, Sacco e Vanzetti mi avevano salutato per l'ultima volta, semplicemente parlando del tempo.

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