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Narrativa

Sale che brucia

Pubblicato il 05/07/2022

(Rivisitazione di "Capolinea sul Tamigi")

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8 Voti

32 The Quadrant, Richmond Street.

Ore 17 di un giorno di pioggia.


Ogni volta che l'inquietudine si fa insopportabile mi rifugio al di là di una porta immaginaria. In quella stanza dei desideri che si fanno cibo sono solo. Ci vado spesso oramai.

Osservo i dettagli della mia vita: una penna e dei fogli sparsi, una sbilenca libreria di testi classici, alcuni quadri mai finiti ed una giacca che profuma di donna.

Lei è partita tempo fa. Non è più tornata.

Ho vissuto tante emozioni afone in questa strana metropoli, fissando ricordi della mia vita come spilli su carta, per non dimenticarli. Non credo che lei se ne sia accorta. Londra è una meretrice con troppi clienti da ammaliare, e in tutti questi anni è stata per me un vivere di soli flashback. Immagini mosse, senza mai una perfetta messa a fuoco.

A Londra come a Cagliari il sale, il vino e l'acqua sulla tavola, e il pane spalmato di formaggio giovane accanto ad un fuoco immaginario. Mi sfamo piano e bevo, assaporo il gusto di ogni cosa, sapendo che la porta alle mie spalle non mi protegge da nulla. È effimera, inesistente come ombra di nebbia.

Quando il tempo del cibo finisce indosso la mia nuova pelle e butto quella vecchia nel fuoco. La osservo bruciare prima di uscire. Sento il gelido abbraccio del passato ghermire ogni centimetro del mio corpo.

A Londra come a Cagliari non mi basta nulla di tutto questo, ho solo più sete e fame di prima.

Mi affaccio sulla via deserta e respiro piano. L'aria di questo pomeriggio londinese è pesante, come gli affanni e gli amori di tutte le mie vite.

Ricordo la mia giovinezza, e i pensieri di quel tempo lontano. Ero ossessionato dalla ricerca dell'amore.

A volte pensavo di averlo trovato, poi tutto svaniva in un'amara cornice di rimpianti. Mi sentivo come un giovane falco al quale hanno spezzato le ali, e già intuivo che non avrei imparato mai a volare.

Vedevo la mia vita come un cassetto pieno di brutte immagini nelle quali non ti riconosci più.

Dovevo tagliare.

Allora immaginavo un paio di forbici accanto a vecchie foto stinte, che mi ritraevano abbracciato a gente ormai estranea.

Sagome aliene che ora vivono chissà dove.

Osservavo le forbici aprirsi indecise, come un paio di ali incapaci di spiegarsi in volo prima di tagliare tutto, tranne l'unica cosa di cui volevo liberarmi: la memoria.

Intorno a me ogni cosa è falsa, come le parole vuote pronunciate da un'amante occasionale della quale non ricordi il volto.

Un rumore metallico, che ricorda uno specchio rotto, mi dice che dentro di me qualcosa continua a spezzarsi. Non è bastato andare via dalla mia isola per cambiare le cose.

Avrei voluto essere la somma di tante imperfezioni, che nel tempo si sono fatte armonia, ma non è così.

A Londra come a Cagliari il colore di una ferita dipende dalla lama che l'ha inferta, e ogni cicatrice che porto impressa ha una sfumatura diversa. Come la cresta di un'onda si intravede scorrere lungo la pelle, per poi sparire e riaffiorare ancora, a ricordarmi che ho vissuto senza mai pace.

Tante tonalità di rosso.

Troppe.

Ho provato ad amare ogni mio dolore, anche se ognuno di essi mi racconta di una storia che non avrei dovuto vivere, mi parla di sbagli che non avrei dovuto commettere. Tutto inutile, come arare un campo cosparso di sale.

Allora sono sopraggiunti momenti in cui, semplicemente, ho deciso di voltare le spalle al presente e farne passato.

Ma anche questo non è bastato.

Ogni onda con la sua cresta tagliente è ancora lì, acqua salata che sferza e brucia.

Continuerà sempre a penetrare dove le ferite sono ancora aperte, e niente potrà mai guarirle.

E poi non è solo l'amore per una donna che non c'è più, e neanche questa strana città straniera, dove un altro giorno sta per finire.

È che sono stanco. Davvero molto stanco.

Adesso sto camminando per Richmond street in direzione del Tamigi.

Lascio che siano i colori autunnali e il lento corso del fiume a riempirmi gli occhi di riflessi scintillanti, e non le lacrime.

Mi fermo in un punto dove non c'è nessuno. Su di me un cielo chiazzato da nuvole basse, che sembrano volersi adagiare al suolo per osservare il tramonto. Sullo sfondo, oltre i tetti di ardesia, un sole rosso porpora che sfuma lento all'orizzonte.

Una brezza stanca carezza le fronde di alberi in ascolto, e scompiglia una distesa di foglie caduche su un viale deserto. L'acqua tremula rimanda l'immagine di un uomo seduto su una panchina.

Un uomo che sfoglia i propri pensieri, come si fa con un libro di sole immagini.

Sono io che mi vedo riflesso su una pozzanghera residuo dell'alta marea, a gridarmi che forse esisto ancora, anche se la solitudine mi costringe di nuovo tra pareti di ricordi che non so cancellare.

E non vedo nessuna porta. Nessuna via d'uscita.

Mi alzo dalla panchina e mi avvicino al parapetto.

L'acqua del Tamigi è grigia, limacciosa. La marea sta allentando la sua morsa e la corrente spinge di nuovo verso il mare. Mi lancio nel vuoto. Poi, ancora una volta, il sapore del sale.

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Gebel ha votato il racconto

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Profondo e davvero ben scritto.Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Anna Genna ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Max Musa

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