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Narrativa

San Sebastian

Pubblicato il 31/10/2019

erano belle le onde a San Sebastian. Se sono sapessi fare surf...

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A San Sebastian sono venuto per cercare la M.

Era stata lei a parlarmene per la prima volta, diceva che era un non luogo difficilissimo da raggiungere dove si parla una lingua incomprensibile. Era un posto affascinante, insisteva, il luogo perfetto per chi voleva scomparire.

Io non sapevo nemmeno dove fosse San Sebastian e in quella parte della cartina non avevo mai guardato. A quella estremità pensavo ci fosse il Portogallo e invece c’era ancora uno spicchio di Spagna che andava a finire in Francia. C’erano una cinquantina di chilometri dalla città al confine, e io c’ero arrivato atterrando a Biarritz, l’aeroporto più vicino che stava appunto al di là del confine francese.

Avevo preso uno scomodissimo volo e poi un pullman di linea che portava a Donostia (che è il nome basco di San Sebastian) tutto per cercare la M. e dirle che avevo deciso di stare con lei. Mi aveva detto che sarebbe venuta a fare surf a San Sebastian: aveva deciso di girare tutta la costa atlantica in campeggio.

Avevo prenotato un ostello che si affacciava sulla piazza principale del centro storico. Dal palazzo di fronte il vento faceva muovere leggermente lo stendardo che spiegava il perché San Sebastian sarebbe stata la città europea della cultura l’anno successivo.

La M. l’avevo conosciuta quattro anni prima, casualmente, ma alla fine non era successo nulla: dopotutto Carolina era appena rimasta incinta.

Qualche giorno dopo avevamo iniziato a scriverci e quasi sempre finivamo a chattare per ore, a volte lo facevo anche con Carolina a fianco. Mi sembrava un bel passatempo; allora vivevo a Cracovia e la M. era ancora in quella fase in cui si riprometteva di mettere in pratica al più presto la sua laurea; nel frattempo serviva ai tavoli di un ristorante.

Ci piaceva la musica anni 80 e ci consideravamo entrambi depressi, giocando di volta in volta a chi stava peggio e nel caso uno dei due fosse stato meglio dell’altro si cercava di farci coraggio con la velata speranza che chi rincuorava ripiombasse di corsa in un baratro ancora più profondo.

Di Carolina non ne parlavamo mai, e nemmeno di quelli che la M. si portava a casa.

Verso la fine dell’anno realizzai che la Polonia mi stava distruggendo. Per un po’ ero anche riuscito a guadagnare bene, ma spendevo tutto; gran parte del mio stipendio lo giravo a una puttana lettone di quarantadue anni, bionda e con le tette piccole. Se la faceva leccare ma non mi permetteva mai di sditalinarla, però io mi illudevo che venisse ogni volta.

Avevo iniziato a pensare a quando suicidarmi: Djamal, il mio collega algerino che comprava le stesse magliette di HM a due euro direttamente in Sri Lanka e le rivendeva a dieci, di sicuro mi avrebbe procurato una pistola o una capsula di cianuro. Siamo grandi amici; una volta, prima di Algeria - Germania, gli ho domandato come avrebbero fatto i giocatori algerini a correre per novanta minuti senza aver mangiato e bevuto nulla a causa del Ramadan e lui mi ha risposto sorridendo che esattamente quello era il potere di Dio.

Poi però avevo pensato di andare a San Sebastian, era quasi estate e dovevo vederla prima di morire. Buffo, quando lo pensai non ricordo se volessi vedere la città oppure la M. , però devo dire che le onde quando scendono grosse fino a buttarsi sulla sabbia della Concha mi fanno sempre venire i brividi: il mio più grosso rammarico e non avere mai imparato a fare surf.

Mi verso rumorosamente l’ultimo bicchiere di Chacolì, proprio l’ultimo, dato che non ho i soldi nemmeno per pagare questa bottiglia e penso se sia meglio scappare senza pagare o sperare che mi assumano a lavare i piatti. Sono seduto da tutto il giorno in questo bar del lungomare convinto che prima o poi la M. sarebbe passata di qua, ma niente; dannati non luoghi. Però, ragazzi, che belle le onde.

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bello, crudo e distaccato. Apprezzo la tua capacità di narrare una storia Segnala il commento

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eli ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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di matteo giordano

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