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Narrativa

Sanpietrini

Di Michele Cigna - Editato da Michele Cigna
Pubblicato il 12/01/2018

Il preludio di un incontro nella mente del protagonista, tra vecchi rancori e una mente che corre a ritmi inarrestabili.

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Giornata uggiosa, maledizione. Mi pare quella patina di vapore che sta sullo specchio quando finisci di fare la doccia. Contrasto letale, tra l'altro! Ne esci lindo e pinto, accaldato e profumato, poi passi la mano sullo specchio per vederti meglio, e non solo scorgi la tua immagine distorta e brutta, ma hai pure quella sensazione sgradevole di freddo e fastidio sul palmo e sui polpastrelli. Sto per incontrarlo, non mi par vero, e questo sole opaco e malinconico, sole uccellaccio del malaugurio, sole che dorme, mi infastidisce sul serio. Maledizione. Come si fa a incontrarsi dopo dieci anni in piazza San Marco, dico io. Stiamo a parlare di antichi contrasti, di sepolte abitudini, di amori distrutti, di ambizioni stroncate con questi stupidi piccioni che zompettano qua e là. Colombe, che schifo. Sono così inutili che manco mi sembrano uccelli. Insettuccelli! Così dovrebbero chiamarli. Oddio, che sia lui? Sto vedendo quel cappotto malandato, da malandrino, da malaugurio. Sì, è lui, C'è tempo. Stiamo per incontrarci. Ma ancora tre-quattro minuti ci sono, prima che si accorga di me. Che ironia, Venezia, febbraio, Venezia. Tra una bancarella e l'altra, quantomeno, non avrò alcuna difficoltà di scelta delle maschere appropriate, per la sfida in punta di fioretto che precede il denudarsi delle antiche emozioni, nascoste tra le sete e il cemento degli altri ricordi. Si avvicina. Diavolo, è lui. Guarda che basette, diamine. Non ha mai imparato a stare bene in pubblico. Sempre i panni meno appropriati. L'aria è pesante davvero a Venezia. Mai come oggi, però. Glielo dirò, non sono più arrabbiato. Tutt'al più, quest'ansia è davvero fuori luogo, e fuori dai miei perfetti e comodi schemi comportamentali; non deve vedere, non deve capire. Non subito almeno. Io mi mostrerò sorridente e placido. Assertivo. Sarò al servizio del chiarimento e del buon senso. Devo stare attento, mi tremano le mani e, come se non bastasse, scricchiola e si muove pure ogni dannato sassolino che fa da pavimento a questa piazza. É grande, in effetti, la più grande d'Italia, mi insegnava mia madre. Suggestiva, sì, ma non oggi. Oggi è solo appropriata. La piazza, la giornata, il cielo. É a destra, il palazzo ducale, mi pare. Ancora ironia della sorte, lì risiedevano le Supreme Magistrature della Repubblica, ed anche la prigione. E poco più in là avevano luogo le esecuzioni capitali. Se penso a questo, in effetti, il suo soprabito da colpevole bastardo e le basette da mascalzoncello figlio di mercanti poco istruiti non sembrano stonare poi così tanto. Si avvicina. Non abbozza nemmeno mezzo sorriso, Il viso è immobile, ogni muscolo della sua faccia è contratto in una galera di indifferenza. Mi fa sentire ancora più nervoso. Siamo a pochi centimetri adesso. Io dirò di essere in ritardo e partiremo coi convenevoli. Gli dirò che ho una smisurata necessità di caffeina, e qui dietro c'è il bar dei cornetti alle tre di notte, di cui dovrebbe ricordarsi, e partirà una risata nostalgicotragicomica. Oppure gli racconterò subito delle turbolenze dell'aereo, del film tedioso e fastidiosamente malinconico che mi hanno propinato sull'aereo, col sottofondo spiacevole di quella vecchiaccia che russava come un treno. Metto una mano in tasca, dovrei avere quelle caramelle balsamiche della pubblicità dei pinguini. Un trillo mi distoglie dai miei pensieri, è il cellulare. Ma me ne occuperò dopo. Adesso devo affrontarlo. Affrontarmi. Gli porgo il pacchetto blu di quel veleno extraforte che ti farebbe morir di freddo a Tunisi in agosto. Ma dov'è? Ho solo abbassato lo sguardo per spostare il cappotto e infilare la mano, volevo solo iniziare la conversazione in modo disimpegnato, carino! Non capisco. Mi volto, ed è dietro di me, ma di spalle, continua a camminare. Possibile che non mi abbia riconosciuto? Eppure sono come allora, stessa barba, stessi vestiti, stesso modo di camminare, sono solo più triste. Questo fottuto cellulare comincia a darmi su i nervi; quando ricevi un SMS e non lo leggi immediatamente, a cadenza regolare di trenta secondi ti avvisa con un fastidioso e tintinnante rumorino fatto di frequenze alte e ultrasuoni che ti martellano il cervello. Lo prendo, nuovo di zecca, luccica anche se non c'è il sole a battere con insistenza sullo sportellino scorrevole. Tolgo il blocco tasti, e il messaggio è... SUO? Non riesco a collegare. Rialzo lo sguardo, ma non lo vedo più. Allora mi rivolgo di nuovo al telefonino, clicco sul tasto verde. - Scusa, il cellulare non mi funzionava e ho dovuto aspettare di tornare a casa per contattarti. Hanno cancellato tutti i voli da Stoccolma, le piste sono ghiacciate. Rimarrà tutto in stand-by per qualche giorno, ma io lavoro già dopodomani. Ci vedremo un'altra volta. Mi spiace tanto. Stammi bene e salutami laura e roberto-. Il telefono luccica un po' troppo, alzo lo sguardo, ho una sorta di capogiro. Il sole è uscito allo scoperto, adesso. Devo cercare in valigia gli occhiali scuri.

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Atarmar ha votato il racconto

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Edoardo Radaelli ha votato il racconto

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Michele Pagliara ha votato il racconto

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di Michele Cigna

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