Ho scoperto di esser cieco. 

Stamattina. 

E sono almeno due giorni, che va avanti, sta storia della cecità.

Senza che io lo sapessi. Neanche fossi Saramago.

Non me ne sono accorto prima perché ero convinto di dormire. 

E se sei convinto di dormire, non ti alzi dal letto e non ti accorgi nemmeno di essere diventato cieco. Così me ne stavo lì, tra il dormiveglia e il dormiancora, e mi rigiravo. Forse credevo di sognare. O forse mi immaginavo di sognare di dormire. Dormire. Sognare forse... * anche perché non riuscivo ad aprire gli occhi. Avrò di certo provato ad aprirli, più volte, ma siccome non ci riuscivo, avrò pensato di essere ancora addormentato. O di sognare di non riuscire ad aprirli.

Perché il pensiero può funzionare anche se sei un po' addormentato. Ma il sogno, è un pensiero? Immagino che funzioni a modo suo, in un caso o nell'altro.

Sta cosa ha una logica tutta sua. Una logica del cazzo. Ma pur sempre una logica.

Poco dopo, poi, tastando sul comodino - come faccio sempre, appena sveglio, per trovare gli occhiali e vedere che ore sono - mi sono accorto che proprio non riuscivo ad aprirli, gli occhi. Anche se mi rendevo conto che avrei potuto essere già  sveglio. Allora ho bestemmiato, per vedere se mi sentivo : "Porca di qua, Dio svizzero di là!" e, sì, mi sono sentito benissimo. Non stavo sognando. Perché ho udito ogni singola parola, distintamente. Così ho insistito, per essere più  sicuro: "Porca di qua, e Dio svizzero di là" e ho aggiunto anche "Santissima Maria vergine, che lo sai solo tu, com'è possibile..."

Ero sveglio, dunque, ma continuavo a non vederci più, ancora. Continuavo a non vederci più ancora un cazzo. Passatemi la costruzione sintattica funambolica. 

Allora ho continuato a tastare, cercando un modo per capire che cazzo di giorno fosse.

"La radio... ! Sì, la radio. Se l'accendo posso capire che giorno è!"

 Tasta che ti tasto, ho trovato il pulsante della radio: "Buongiorno a tutti, qui da Montecarlo si vede il mare, oggi è martedi dodici marzo..."

"Come martedì?" ho detto io, grattandomi la barba con la mano destra, mentre la sinistra teneva stretta la radio. Mi sono ubriacato domenica sera, da solo, con una bottiglia di Sassicaia. Tutta, l'ho bevuta. E oggi mi dicono che è martedì. Ricordo perfettamente il tappo di sette centimetri, e che era domenica. Soltanto il Barbaresco Gaja, ha un tappo in sughero paragonabile. La memoria ricomincia a funzionare. Bene. Ma ora mi dicono che oggi è martedì!

E poi ho bevuto anche del gin, direttamente dalla bottiglia. Ginepraio, si chiama. Un gin bio toscano. Ricordo anche questo. 

Poi comincio a ridere, sguaiato, mentre penso che non c'è un cazzo da ridere. Sono pieno di contraddizioni.

Così ricomincio: "Porca di qua, porca di là, Dio Svizzero, Gesù che fa cucù, che Dio ce ne scampi e gamberi, Santissima Maria vergine, che lo sai solo tu, come hai fatto a resistere, in una famiglia così!"

Sono cieco, e ora che cazzo faccio?

Chi cazzo chiamo? Mio figlio?

E poi che gli dico?

Che mi sono svegliato non vedente dopo una sbronza in solitaria? Dopo due giorni?

Che i figli scontano sempre le colpe dei padri?!

Non ci crederebbe. E anche se ci credesse, non capirebbe. Ci devo pensare. Devo pensare a cosa fare.

La radio continua a blaterare. Dicono che sono le dieci e due minuti. Sembrano contenti. I problemi devi sempre smazzarteli da solo. 

Intanto mi sono seduto sul letto. Con la schiena appoggiata alla spalliera. Ma si chiama spalliera? 

Se ne deve essere andata anche un po' della mia memoria. La spalliera, sì è la spalliera, si chiama così. È di metallo. Sento i tondini di ferro che mi si schiacciano sulla schiena.  

Sono saldati tra loro. 

Mi ricordo anche di aver sognato di saldare, senza gli occhiali da saldatore.

Devo darmi una controllata. Con questa storia che sogno di saldare, senza gli occhiali. 

Perché se saldi senza occhiali, perdi la vista per qualche giorno. È successo anche a un mio amico. Antonio il Breschi.

Ma sogno di saldare, nel senso che il mio sogno è saldare, oppure faccio dei sogni in cui saldo?

Improvvisamente vedo qualcosa. La luce che entra dalla finestra, si fa più intensa, lentamente. Devo mettere una mano davanti agli occhi. Ecco, ora scosto le dita, e vedo anche i colori:

il bianco delle pareti, l'azzurro delle tende, il lampadario di Murano, con le foglie verdine, il colore delle mie mani.

Le mani, le dita: che strano, non mi sono mai toccato gli occhi, quando credevo di essere cieco.

Chissà perché? Forse perché sapevo che il problema non erano gli occhi.

Ora vedo la coperta, quella scozzese, in tartan, con i quadrati blu e verdi, scuri, che si intersecano, quasi cinetici.

E poi tu, che mi sorridi. Ma chi sei, tu? Chi sei?

Non posso andare avanti così.

Metto gli occhiali e poi lo chiamo. È anche colpa sua. Il Ginepraio me l'ha regalato lui. 

Martino. **



*  Non ve lo dico. È troppo facile. 

**Martino è mio figlio, in realtà. Ma questa è fiction.