Fu nell’estate del 2009 che le ossessioni che avevano sempre albergato in me si esacerbarono. Ero stato invitato da un’amica a passare l’estate a Butanag, una piccola isola della Malesia, poco distante dal Borneo, che mi era stata descritta come un brandello di paradiso terrestre. La mia amica, Sofia, era una botanica e stava studiando le caratteristiche di una pianta endemica del posto, una specie rarissima e mortale, in grado di paralizzare un uomo con una sola goccia del suo veleno. Avevo titubato a lungo (stavo allora completando la tesi di dottorato in filologia greca; era il caso di lasciarmi distrarre?) ma poi avevo accettato, lusingato dal pensiero di potermi godere momenti di erotismo con Sofia, con la quale i rapporti erano sempre stati indefiniti.

Arrivai il primo giorno di agosto dopo vari scali. L’atterraggio fu brusco poiché la pista era coperta da nubi dense che avevano fatto vibrare le ali del bimotore per tutto il tempo della discesa. Il trasferimento non fu meno avventuroso. La strada che conduceva alla casa – posizionata sulle pendici frondose e verdeggianti di un vulcano – era scoscesa e il mezzo su cui viaggiavo era un vecchio pickup con un cassone male agganciato. Tuttavia, fra i conati, ebbi un primo assaggio della bellezza di quel luogo. La carreggiata si inerpicava fra foreste, orchidee multicolori, cascate, e dall’altura potevo vedere il mare. Sofia mi venne incontro e mi abbracciò, con quel suo profumo di rosa e un sorriso ancora più dolce. Mi presentò il proprietario della casa, un centenario sdentato di nome Nablin che mi mostrò le stanze della casa e alcune regole che avrei dovuto seguire. Tra questa ce n’era una che non riuscii subito ad afferrare.

Neva go to sea. Neva. Undesten?

Scusa, avrei dovuto dirtelo, mi disse Sara tentennante. Si può accedere al mare da una sola spiaggia su quest’isola e quella spiaggia è proibita. Quando ho chiesto il motivo, un botanico del posto mi ha detto una parola, sotong. Significa piovra. La mafia non esiste solo da noi. Pare ci sia un tale, Chrisan, che non fa avvicinare nessuno. La spiaggia è praticamente sua.

L’uomo, che capì solo la parola satong, iniziò a fra fluttuare le braccia come un grosso mollusco e a ridere.

Quella rivelazione mi seccò non poco. Essendo siculo avevo da sempre un legame forte con il mare e la prospettiva di un mese di bagni e sabbia calda mi aveva corteggiato a lungo, prima della mia partenza. Col passare dei giorni, però, il fastidio mutò e diventò ossessione. Quando avevo solo nove anni, mio padre fu ucciso da un prepotente che ogni mese entrava nel suo negozio chiedendo denaro. Inutile dire come questo segnò il mio animo di bambino! Nei miei sogni confusi mi presentavo a casa del prevaricatore e lo affettavo con un’accetta, come un novello Raskolnikov, e avevo il volto di mio padre. Oppure camminavo per l’isola , e incappavo nelle Parche – altra mia ossessione, protagonista della tesi di dottorato – che mi delegavano per un giorno al ruolo di mietitore. L’eden si trasformava in un teatro di allucinazioni spaventose, popolato da mostri che abitavano dimore siciliane. Alla mattina mi svegliavo madido e alla sera, quando Sofia mi si proponeva, la rifiutavo con frasi in rima.

Un giorno decisi di andare in spiaggia e sfidare il delinquente, ma quando il mio corpo già sentiva il calore dell’arenile, una coppia di donne mi fermò con strani cenni. Una di loro aveva la gamba destra paralizzata e se la trascinava dietro. Con le lacrime agli occhi continuava a ripetere batu! batu! Si toccava l’arto e mi indicava un uomo a cavallo, (l’unico a passeggiare sulla spiaggia) e intuii che era lui il piccolo despota. Lo seguii per tutto il giorno, per giorni interi, fino a memorizzare le sue abitudini. Rientravo a casa solo per dormire o per scrivere frasi sconnesse e numeri palindromi sul file della tesi, mentre il viso di Sofia si faceva sempre più triste e pallido, e capii che doveva aver sperato nella nascita di una relazione amorosa. Purtroppo, riuscivo a pensare solo alla riconquista dell'eden, alla rivoluzione che mio padre non era riuscito a fare tanti anni fa.

Il giorno dopo riuscii ad intrufolarmi in casa dell’uomo, che sapevo vivere da solo, e lo attesi, nascosto dietro la porta. Fu straordinariamente facile, non aveva scagnozzi, nessun sigillo alle finestre, nessuna serratura. Avevo deciso che lo avrei ucciso con un colpo secco alla nuca e che lo avrei seppellito nella foresta di palme, trascinandolo fuori di notte. E così feci.

Quella notte dormii nel palmeto e non sognai affatto.

La mattina dopo, rinfrancato dal riposo, scesi in spiaggia prestissimo, il sole ancora pallido. Appoggiai il piede sulla sabbia. Era fresca. Nella foschia del mattino vidi una sagoma vicino alla spuma del mare. Alta, bipede, a metà strada fra una donna e un animale. Aveva capelli strani, come lunghissimi tentacoli (o forse serpenti marini).

Lei mi guardò.

Sotong, gridò una donna. Piovra

Batu, gridò l’altra donna. Pietra.