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Narrativa

Scarpe rosse (capitolo III)

Pubblicato il 18/10/2020

Ecco una nuova puntata di questo feuilleton.

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Avevo sedici anni, stavo per compierne diciassette. Quella storia era nata ben prima di me. Non mi riguardava, mi era semplicemente rotolata addosso a trent’anni di distanza. L’avevo ereditata. Ci avevo fatto l’abitudine. Faceva parte di me anche se io non ne facevo parte. Ero convinta di averla accettata, ma se sono ancora qui a parlarne forse non è poi così vero.


Era una questione di soldi. È sempre stata una questione di soldi. Qualche giorno prima del Natale ’75 Tonino aveva raggiunto suo padre, che stava guardando la televisione sprofondato a gambe larghe sul divano. La televisione era un lusso che non tutti ancora potevano permettersi, ma loro sì. Non erano nati ricchi, si erano arricchiti trasportando olio dal Sud al Nord. Il vecchio se ne faceva un vanto, così anche d’inverno teneva la porta di casa aperta, in modo che i passanti potessero vedere le luci dello schermo riflettersi sulle chianche della strada. Quando qualcuno faceva capolino incuriosito per chiedergli: - Che danno? – lui rispondeva: - Hai visto? È l’ultimo modello.

- Papà?

Il vecchio non si era accorto della presenza del figlio: - Hai visto? È l’ultimo modello.

Tonino si era asciugato il palmo delle mani sui pantaloni di fustagno marrone a zampa.

- Stavo pensando una cosa.

- Che novità è questa? Mo’ pensi pure?

Il ragazzo non aveva reagito alla provocazione. – Ho deciso una cosa.

- Cosa?

- Mi voglio sposare.

Aveva commesso tre errori in una sola frase: pensare a sé stesso piuttosto che alla famiglia; pretendere una libertà d’azione che non gli era stata mai riconosciuta; prendere l’iniziativa. Il vecchio aveva cercato con la mano il telecomando per alzare il volume.


Tonino è mio padre. Non ci somigliamo molto a dirla tutta. Forse, guardandoci meglio, si può scorgere qualcosa in comune, come la fronte spaziosa ad esempio, ma non molto di più. Più che i tratti condividiamo il carattere: non siamo deboli, siamo duttili. Due buoni per quelli che sanno di poter contare su di noi in ogni momento. Due fessi per mia madre. Anche il vecchio, cioè suo padre, cioè mio nonno, aveva trovato il minimo comun denominatore tra me e mio padre: per lui eravamo due nullità.


- Hai capito cosa ti ho detto prima?

Tonino aveva ripreso il discorso a cena. Il vecchio soffiava e succhiava cucchiaiate di zuppa, interrompendosi di tanto in tanto per pulirsi la bocca col dorso della mano e prendere un lungo sorso di vino. Prestava più attenzione al rumore del bicchiere posato sul tavolo che alle parole del figlio.

- Cosa ti ha detto prima? – era intervenuta la figlia minore, Rosa.


La zia Rosa. Un’aizzatrice. Una che in bocca aveva una scatola di fiammiferi. Le bastava un movimento della lingua per scatenare una discussione. E poi diceva che la lingua lunga ero io. E non a sedici anni, quando per lo meno avevo una discreta proprietà di linguaggio e riuscivo a mettere i pensieri in fila. Lei me lo ripeteva quando di anni ne avevo sei o sette, lasciandomi incerta su cosa volesse dire. Nel dubbio avevo cominciato a farmene scappare sempre meno di parole, giusto per non correre rischi.


- Una scemità – le aveva risposto il vecchio.

- E dai, voglio sapere pure io.

- Una cosa da niente. Tuo fratello dice che si vuole sposare.

La risata di Rosa era partita roca dalla gola, le aveva gonfiato le guance e le narici fino a esplodere sulla faccia di Tonino come uno sputo.

- Con quella là?

- E con chi sennò? – aveva risposto lui piccato.

- E con chi sennò? – gli aveva fatto il verso lei.


Quella là è mia madre. Ecco, noi due ci somigliamo moltissimo. Stessi occhi castani, stesse labbra sottili, stessi zigomi appuntiti, stesso mento stretto, stesse lentiggini che ci ricoprono il viso d’estate. Le somiglianze finiscono qui.


- Allora, gliel’hai detto? – aveva chiesto Michelina a Tonino. Si erano appartati in un vicolo buio, al riparo di un portone. Non avevano molto tempo a disposizione. Se qualcuno fosse passato di lì Gennaro, messo a fare la posta, avrebbe cominciato a fischiettare e avrebbero dovuto separarsi. Lui avrebbe preso le scale mentre lei sarebbe andata a destra, lungo la strada che porta alla chiesa.

- Sì… - aveva risposto lui a voce bassa.

- E che ti hanno detto?

- Niente.

- Come niente?

- Secondo me non hanno capito.

- Che c’era da capire?

- Pensavano che stavo a scherzare.

- Ma come faccio io a stare con un babbascione come a te?


Eppure stanno insieme da più di quarant’anni. Per carità, litigano un giorno sì e l’altro pure, però non si sono mai lasciati. Hanno pure messo al mondo tre figli. Io sono la più piccola e l’unica femmina. Mi hanno cercata e voluta, entrambi ma per ragioni diverse. Mio padre per poter avere dei nipoti, mia madre per garantirsi il bastone della vecchiaia. Ho deluso sia le aspettative di lui che quelle di lei.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Ho deciso di leggere i racconti di seguito perché amo immergermi nella lettura di un brano, assaporare l'atmosfera che l'autrice/tore crea attorno ai personaggi. Leggere a distanza di giorni significa perdere la parte migliore del brano. Questo mi sembra ottimaSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bello l'incipit. Asciutto, ma denso, costruito con frasi brevi ed efficaci. E bella anche la "cadenza" delle narrazione, che alterna riflessione e dialogo, in una sequenza temporale modulata - anche - con brevi pause che la sottolineano, con sapienza. La lingua "parlata" fa parte di quella scritta - per fortuna, visto che ne rappresenta l'origine primigenia e l'humus generante, se non altro - e pretendere la "separazione" netta fra le due, significa fare uso di un retaggio culturale demodè, superato e un filo supponente, da qualunque "lato" la si voglia giudicare ( o prendere). Particolarmente interessante e azzeccato il tuo procedere "a ritroso" della storia, con dei "write-back e dei write-forwards" che ne amplificano la tensione e le aspettative.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Non ti faccio i complimenti per evitare "esultanze fuori luogo" (sic!), quindi ritorno in modalità editor. Togli i "cioè": "cioè" è colloquiale, è un'espressione della lingua parlata, non scritta (forse, chissà, anche Pirandello o Manzoni avranno utilizzato un "cioè" nella loro vita, ma erano Pirandello e Manzoni, appunto). Togli anche "ad esempio" (che peraltro - per i puristi - si scrive "a esempio"): è un'espressione che fa tanto libro di testo scolastico. "Non ci somigliamo molto a dirla tutta". Meglio: "Ci somigliamo poco", più veloce e assertivo. "Ho deluso sia le aspettative di lui che quelle di lei". Mi veniva da dire: "Ho deluso le aspettative di entrambi", però poi ho pensato che sono un maschio e una femmina, e quindi forse non va bene. Rimane il fatto che quel "sia le aspettative di lui che quelle di lei" è troppo lungo e annacqua un bel concetto. Magari: "Ho deluso le aspettative sia di lui che di lei". Poi: "Pensavano che stavo a scherzare". Meglio: "Pensavano che scherzassi". Il principio è sempre lo stesso: tra due parole, la più semplice; tra due frasi, la più breve (sotto il vincolo di adeguatezza). Più in generale, come sai, scrivere non è scrivere, ma fare esperimenti su quel che si è scritto: che succede se metto un aggettivo, se tolgo un avverbio, se inverto la frase, se cambio una parola? Solo un testo eccellente consente esperimenti fruttuosi, e dagli esperimenti su queste "Scarpe rosse" potrebbero venir fuori risultati notevoli ...Segnala il commento

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Daniela Madoi ha votato il racconto

Esordiente
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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un nuovo tassello, all'altezza degli altri. Limpido e crudele.Segnala il commento

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di Simonetta Gallucci

Esordiente
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