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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Sciame

Pubblicato il 31/05/2018

Le nostre storie quotidiane sono cambiate a causa dell’accelerazione che internet e le sue conseguenze hanno inferto al mondo. Questo racconto sceglie un’angolatura domestica per provare a capire come, in questo sciame, stiamo imparando a muoverci e a relazionarci, di distrazione in distrazione.

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Ho calpestato una polaroid nel parco dietro casa; era una polaroid di nuova generazione ed è stata una piccola delusione.

Vecchia e sbiadita sarebbe stata apprezzata di più. L’ho lasciata lì, dopo averla guardata un attimo, un selfie con troppo flash e un bordo troppo colorato per pretendere di affascinare.

Rientravo a casa, la borsa del computer pesava più del solito: avevo comprato due candelabri ad una bancarella dietro la metro, Pier non avrebbe gradito. Non sopportava quando compravo oggetti nuovi senza un criterio estetico che li facesse sembrare (almeno un po’) a loro agio nel nostro appartamento fatto di mobili grigi e quadri ultra colorati.

“È morto Mattia Ferullo”

Appoggiai la borsa al muro, sotto l’attaccapanni. Mi tolsi il cappotto mentre sentivo in viso un’espressione immobile, come di gesso appena seccato. Feci un respiro strano mentre chiudevo gli occhi e mi misi davanti a Pier che stava sul divano, due libri sul cuscino di fianco a lui, il telefono in mano.

La luce dentro casa era uno strano mix di imbrunire romano e di blu digitale. 
“Potevi anche dire buonasera e aspettare che mi sedessi.”

Alzò lo sguardo, il sorriso impercettibile che gli cambiava il viso introdusse uno “Scusa, amore, hai ragione”.

Mi sfiorò la mano con le dita; tenevo il braccio fermo, appena sopra la coscia destra.

Mi allontanai per levarmi gli odori e lo sporco che la città ti butta addosso.

Le città non sono fatte di aria, quello è un pregio che spetta alle campagne, al mare o ai monti nelle mezze stagioni. L’aria di città è una miscela di respiri altrui, di emissioni e pensieri, di sguardi addosso e di indifferenza che rimbalza. La amo in ogni sua versione; l’aria di città mi fa respirare più forte, come se i polmoni, quando la inalo, diventassero più capienti, più elastici; ma me la devo togliere di dosso appena entro in un luogo in cui cerco di restare sola con me stessa, un luogo in cui riconosco la parte di me che custodisco, quella che non do in pasto al mondo, ai commenti, ai giudizi, alle piattaforme di persone e algoritmi che ti squartano, nella schizofrenica versione sociale di un esame autoptico.

Misi il maglioncino verde acqua su una stampella, lasciandolo nel corridoio tra le camere e la zona giorno, nell’illusione che una stanza lunga creasse una corrente che depurasse anch’esso. Quanto amo quel maglione. L’ho preso online in un acquisto compulsivo dopo che avevo scoperto che Andrea si era scopato la sua commercialista. Non mi aveva dato fastidio il tradimento, siamo in un’epoca in cui il tradimento è un effetto collaterale dell’accelerazione con la quale siamo costretti a conoscere e riconoscere noi stessi. No, mi aveva innanzitutto dato fastidio il suo gusto, la scelta: quella donna era sciapa. E Andrea aveva scelto di accontentarsi perché era diventato approssimativo. Quando ci lasciammo, quasi un anno dopo, non gli rinfacciai mai il gesto. Lo inondai di rabbia per la codardia con cui aveva confessato, per non avermi protetto quando aveva scelto di dirmelo in un bar che frequentavamo spesso, in cui non potevo fare scenate, non potevo urlare. Assumersi le proprie responsabilità andrebbe sempre fatto senza il mondo addosso a proteggerti: svuotati e spogliati. Questo coraggio manca.

Quel maglione lo avevo addosso la prima volta che facemmo di nuovo l’amore, ancora conservo quella sensazione, come di un senso che salva il passato.

Pier sa che amo così tanto questo maglione ma non sa perché: gli ho detto, quando una volta me lo chiese, che i nostri passati hanno ancora peso su di noi e non possiamo ignorarlo. Ha sorriso e non ha chiesto altro.

Quella distanza esplicita ci è bastata per capire molto di più l’uno dell’altro e per costruire un senso di fiducia vero, costruibile più che confezionato.

Tolsi anche la camicia, la infilai in lavatrice, mi lavai il viso e le braccia, prima di infilarmi la felpa domestica, di un cotone grosso che poche volte aveva visto la luce del sole.

“Sai che l’ho baciato una volta Mattia Ferullo?”

Esordii così, mettendomi sul divano vicino a Pier.

“Non vi conoscevo così bene al liceo da intuire sta trasgressione.”

“Hai fatto finta di non conoscermi fino alla scorsa estate, non mi illudo che ti interessassi a me 20 anni fa.”

Passò le dita sullo schermo per far scorrere le foto di Instagram.

“Facevamo il gioco della bottiglia e ci toccò baciarci, fu divertente anche se fummoinvestiti dalle prese in giro degli altri quindicenni.”

“Altri tempi, altri quindicenni.

Hai un sorriso malinconico, Gaia.”

“È morto un ragazzo che conosciamo.”

“Sapevamo che stava male - fece una pausa mostrandomi una foto di Masada, avevamo prenotato da pochi giorni un viaggio in Israele - Lo conosciamo poi… una parte di lui conosciamo, forse, e che parte è?”

Misi le dita sul suo schermo per ingrandire la foto.

“Come l’hai saputo?”

“Stanno scrivendo i messaggi del cazzo sulla sua pagina Facebook”

Mi alzai per andare a prendere due birre.

“Che mangiamo?”

“Ordiniamo qualcosa, ti prego”

“Dio santo, non vedo l’ora di partire”.

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