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Narrativa

Sciocco

Pubblicato il 11/09/2019

amicizia e senso di inadeguatezza

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Sono andato a trovare una mia amica in ospedale, ha avuto una bambina. Era in camicia da notte con la bambina attaccata al seno (volevo scappare!). Le ho dato una scatola di biscotti per lei e un sonaglietto per la bambina. Non l'ho neanche abbracciata, ho pensato che le avrebbe dato fastidio il mio odore per via degli ormoni. Mi sono messo davanti al finestrone, ci batteva il sole e io iniziavo a sudare, ma non mi spostavo (volevo scappare!). La mia amica era stanca, si vedeva. Prima di andarmene ho buttato un occhio alla culla dove aveva messo la figlia a dormire, sembrava che avesse le orecchie stropicciate e il viso arrossato.

Da quel giorno per settimane non l'ho sentita. Immaginavo di invitarla a bere un caffè, lei e la bambina, e mi prendeva il panico (me inadeguato!); il caffè, aveva anche smesso di berlo, da quando aveva scoperto di essere incinta. Mia madre, quando provo a parlarle delle mie amicizie, recita il motto vivi e lascia vivere, il suo preferito. Mia madre ci crede, per difesa, da giovane era più timida di me se possibile. Ci credevo anch'io, per contagio; poi ho letto di qualcuno che quel motto lo reputa esempio di un pessimo atteggiamento, il contrario dell'altruismo. È stata una scoperta: mia madre non ha sempre ragione (me sciocco!).

Quando la mia amica mi ha richiamato, le ho detto: Scusami se non mi sono fatto sentire, non volevo disturbare. Era la cosa più sincera che potessi dire, mentre parlavo mi sono accorto di come potesse sembrare la più falsa. Ma cosa avrei potuto fare per lei? cosa, se non portarle biscotti e sonaglietti? cosa avrei potuto dirle?

Quando eravamo giovani, sono stato anche un po' innamorato della mia amica. La sognavo spesso e nei miei sogni non parlavamo, quando ci incontravamo davvero invece non smettevamo mai di parlarci. La mia amica si chiama Maddalena Merisi, per questo agli esami non sapeva mai se sarebbe finita nel gruppo del mattino o in quello del pomeriggio, dipendeva dal professore e dagli iscritti presenti; io però l'ho sempre chiamata Mad. Comunque poco a poco la vita si è presa quello che eravamo, o forse no, forse assomiglio ancora a quello che ero (inadeguato e sciocco!).

Un giorno per caso mi è capitato di leggere un articolo sulla solitudine delle neomadri, diceva che vivendo un periodo di regressione all'infanzia si sentono spesso spaventate e fragili, parlava anche di nostalgia e di depressione. Ho preso in mano il telefono e senza pensare a niente ho chiamato Mad. Ho sentito la sua voce e non sapevo cosa dirle, non mi ero preparato. Le ho detto dell'articolo, le ho detto che avevo voglia di vederla e che volevo portarle una scatola di biscotti; le ho chiesto anche se avesse bisogno di qualcosa per la bambina. Mezz'ora dopo ero in auto con una scatola di biscotti, un pacco di pannolini e un detersivo per i piatti.

Mentre guidavo mi sono ricordato di quando avevo otto anni e morì il padre del mio migliore amico. Gli piaceva lavorare e raccontare barzellette, anche sconce, che io non capivo. Aveva scoperto da circa un anno di avere un tumore, l'ultima volta che lo incontrai sembrava sulla via della guarigione. Me lo ricordo, in cortile, incorniciato nella porta del garage di mio padre, lui in camicia e mio padre vestito da giardiniere con gli stivali verdi fino al ginocchio. Mi diede un buffetto sulla guancia prima di andarsene. Dopo pochi giorni mia madre mi disse che era morto. Quel giorno il cielo era terso e il sole splendeva e io pensai che non era giusto che ci fosse il sole in un giorno triste. Al funerale un fiume di persone si muoveva verso il mio migliore amico, si sentivano solo il rumore dei ciottoli sotto le scarpe e il bisbigliare della gente e dei morti. Non entrai nel fiume, non andai a salutarlo (me inadeguato!). Perché? perché non mi avvicinai, invece di rimanere a guardare tutti gli altri? Io là a pensare che mi veniva da piangere, che non sapevo cosa dirgli e che non gli sarei stato utile. Forse gli altri sapevano cosa dirgli e come abbracciarlo?

Mentre guidavo, con la coda dell'occhio vedevo sul sedile del passeggero la scatola di biscotti, il pacco di pannolini e il detersivo per i piatti. E forse qualcosa è successo, qualche pezzo dentro mi si è ricomposto.

Quando Mad ha aperto la porta, spettinata e ancora in pigiama, il suo sorriso (ma anche il suo pigiama, me sciocco!) mi è parso una casa accogliente; il suo viso era luminoso e bello e le piccole mani della sua bambina lo erano ancora di più.

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Franco 58 ha votato il racconto

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In fondo, noi siamo quello che facciamo, ma spesso ci manca il coraggio, di essere davvero quello che siamo.....Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Debora Pezzetta ha votato il racconto

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Giulia_F ha votato il racconto

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esonde ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Ingrid ha votato il racconto

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Katia Allegretto ha votato il racconto

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Significativo e istruttivo. Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Vero. Si tratta solo di esserci, non di fare.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Roberta

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