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Noir

Sconosciuta

Pubblicato il 08/08/2018

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Era una mattina come le altre. Mi alzo. Doccia. Colazione con caffè e cornetto riscaldato. Esco, direzione ufficio. Un timido sole dopo giorni di pioggia. Ero tranquillo, quella mattina, forse più del solito. Per la prima volta mi sentivo energico, forte, positivo. Ignaro, ovviamente, di quanto di lì a poco sarebbe accaduto.

Una lunga fila di auto, sul raccordo anulare, si manifestava dinanzi a me. Lavori sulla corsia interna. Ma perchè sempre di giorno e durante l'ora di punta? Non lo capirò mai. Non lo sopporto. Stare fermo in auto mi fa pensare. Troppo. Non voglio. Devo tenermi impegnato. Ecco, sembrava la mattina perfetta, e invece. Ma quanto può durare? Basta, prendo la prima uscita possibile.

Procedo verso nord, quasi senza una meta. Mando una mail al capo, fanculo l'ufficio per oggi. Mi voglio godere questa splendida giornata. Ho bisogno di prendere aria, di svagarmi un po'. Decido di procedere verso nord. Sì, perchè no, il lago. 

Non frequento quelle zone da anni. Un tempo, per mio padre, ogni weekend era solo e soltanto dedicato alla pesca. E, come una missione, io dovevo imparare quell'arte. Era ieri. Sono passati quasi trent'anni.

Memorie di una felicità diversa.

Rivivo tutto nella mia testa, mentre percorro il lungolago. Quasi senza farci caso, mi ritrovo esattamente nei pressi del molo da dove partivamo per la nostra battuta di pesca. C'è ancora quel bar, lì su quel molo. Mi fermo, attratto dal ricordo di quello che è stato.

Entro.

Mi siedo.

Ora è diverso, rinnovato in tutto. Prima era quasi decadente, qualcuno ora direbbe retrò. Per me era semplicemente brutto. Tende damascate e tovaglie sui tavoli. Ora, invece, i tavoli in legno dipinti di blu e le mura bianche lo rendono davvero caratteristico. E soprattutto niente tende. Luce del sole e riflessi del lago direttamente nei locali.

Adesso è meglio, decisamente meglio.

Una birra media, grazie. Non sono un grande intenditore di birre. Quindi per me una vale l'altra. Tutto in quei luoghi mi ricorda la mia infanzia. Mio nonno mi accompagnava qui per prendere il gelato. Pistacchio e cioccolato, dicevo io. E lui ripeteva. Ora quel bar non vende più gelati. Quanto ero felice. E spensierato. E ora, a quasi quarant'anni, mi ritrovo single. Nuovamente single.

Ero così avvolto nei miei pensieri che quasi non mi accorgo di una donna dall'altra parte del locale. Sola. E bella. Bellissima. Più la guardo e più i suoi lineamenti mi sembrano familiari. La osservo attentamente. Ha un fare elegante, sorride a tutti. Conosce tutti. Ma i suoi occhi raccontano altro. È malinconica. I nostri sguardi si incrociano un paio di volte, ma lei fugge. Ora mi sembra quasi di riconoscerla. Sì. È lei. Quanto tempo sarà passato? Vent'anni? E' bella come la ricordavo. Non è vero. E' molto più bella ora.

Che faccio?

Non posso restare qui, fermo. Magari mi ha riconosciuto e non vuole rivedermi. Non potrei darle torto, dopo quello che le ho fatto. Devo andarle incontro. Cerco di farmi coraggio. Inizio ad alzarmi ma mi fermo con una gamba fuori dal tavolo. E se poi non mi riconosce? Se non si ricorda di me? 

E se invece fosse ancora arrabbiata con me? Ho il diritto di pretendere così tanto? No meglio non affrontarla.

Tocca farsi coraggio. Tocca essere uomo, una volta tanto. Cosa potrà mai accadere? Mi ride in faccia? Mi fa una scenata? No no, meglio evitare una figuraccia. C'è gente nel locale. 

Ma può davvero ricordarsi di quell'episodio? Può ricordarsi di me?

Non potrò mai saperlo.

Decido. Mi alzo e le vado incontro. 

Ciao.

Ciao


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