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Autobiografia

Scrissi, scrivo, scriverò.

Di EmiP
Pubblicato il 25/04/2018

Scrivere è umano, ma perseverare è diabolico!

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Avete mai pensato a quanti danni si possono fare mettendo nero su bianco le proprie considerazioni intime e personali? Da quando ho imparato a scrivere ad oggi, che sono una matura donna di cinquanta anni, ricordo più di un “danno”. Ricordo quella volta che in seconda elementare, dopo l’ennesima discussione sul mi presti o non mi presti quella gomma profumata alla fragola, chiesi alla maestra di andare in bagno e in uno sfogo creativo e pacifico contro la mia amichetta scrissi sulla porta del bagno ‘Anna è scema’. Lo feci molto ingenuamente, senza pensare che quello che stavo scrivendo sarebbe rimasto fissato lì e tramandato ai posteri che si fossero serviti di quel gabinetto. Non passò un’ora, infatti, che i posteri si fecero vivi! Anna, riconosciuta la mia calligrafia (che non mi ero neanche preoccupata di camuffare), rientrò dal bagno e andò dritta, dritta dalla maestra e, catturata l’attenzione di tutta la classe silenziosa, le confidò qualcosa all’orecchio fissandomi con perfidia. Avevo solo sette anni ma ricordo che, in un solo secondo, realizzai quello che avevo combinato: la mia maestra, una nostalgica del ventennio, come un giudice dall’alto della pedana della cattedra, m’interrogò meravigliata:

- Emilia! Che cosa hai scritto sulla porta del bagno? -

Sessanta paia di occhi mi fissarono in attesa di una risposta, mentre Anna, fiera del risultato, tornava al suo banco.

- Ho scritto quello che vi ha detto Anna…

Risposi con un fil di voce e arrossendo, ma senza soddisfare la curiosità dei compagni. La maestra quasi non ci credeva, ma mi guardò con durezza:

- Non si ripeta mai più!...Ora torniamo alla lettura.-

La mia punizione fu la pubblica umiliazione. Il giorno dopo Anna ed io eravamo di nuovo amiche, ma non ho mai più affidato le mie considerazioni scritte ad una porta!

Un’altra volta, verso i dieci anni, rimasi colpita dall’afflizione di mio fratello undicenne per Antonella, una ragazzina che gli piaceva tanto, la quale si era fidanzata con un altro. Passai tutto il mese di vacanza al mare a consolare i sospiri di mio fratello e, al rientro in paese, decisi di aiutarlo. Pensai che a mio fratello mancasse solo l’occasione per “aprirsi” a quella ragazzina, il resto sarebbe venuto da sé. La mia ingenuità era mostruosa, ma le intenzioni erano nobili. Scrissi una letterina d’amore, questa volta camuffando la calligrafia e firmandomi Antonella. Poi, con la faccia più tosta di un pezzo di marmo, consegnai la letterina a mio fratello assicurandogli che fosse da parte di lei, che avevo visto poco prima all’oratorio. Mio fratello non credeva ai suoi occhi e mi chiese più di una volta se, per caso, non fosse uno scherzo ma io, ferma nel mio proposito, non smentii e, come immaginavo, lui corse all’oratorio con lettera alla mano per incontrare la sua amata Antonella. Non assistetti alla scena, ma la posso immaginare: la meraviglia di lei e la sua rinnegazione della lettera, la rabbia di mio fratello e la sua umiliazione, ma anche la sua allegria coinvolgente. Alla fine, Antonella e mio fratello sono rimasti amici a lungo (secondo me c’è scappato anche qualche bacetto) e io non ho ricevuto nessun ringraziamento, ma neanche un calcione da mio fratello: dopo tutto gli ho regalato degli attimi di felicità immensa nel tragitto da casa all’oratorio! In ogni caso, dopo quell’episodio, non ho più scritto a nome di qualcun altro, ma ho solo suggerito i testi ai diretti interessati. Dalla prima elementare ho scritto innumerevoli e ‘sentite’ letterine di Natale e Pasqua, puntualmente dettate e corrette dalla maestra, e solo a scopo di lucro ed effimero momento di celebrità tra i parenti. Avevo un diario in cui non scrivevo davvero tutto quello che mi passava per la mente, mi limitavo ad incollarvi foto ritagliate dai giornali. Volevo creare delle storie a fumetti, ma non sapendo disegnare ritagliavo le figure dai Topolino e le adattavo alla mia storia e ai miei dialoghi. In terza elementare io e la mia amichetta del cuore Bea guardando la tv dei ragazzi venimmo a conoscenza di un concorso cui potevamo partecipare inviando una fiaba inventata e poter vincere bei premi. Eravamo così prese dalla voglia di vincere e basta che ci inventammo una vera cavolata lunga come tre “pensierini” e intitolata Il coniglio bianco: nessuno ci chiamò! L’apice lo raggiunsi in quinta elementare: la maestra ci assegnò un tema sull’inquinamento che avrebbe partecipato ad un concorso fra scuole elementari del comune. Vinsi il primo premio perché nella commissione c’era la moglie di un noto avvocato che non sapendo scegliere tra i “romanzi” pervenuti, e naturalmente raccomandati, posò l’occhio sul mio tema palesemente scritto da una bambina e, soprattutto, breve. Vinsi una medaglia d’oro e le lacrime d’orgoglio di mia madre.

Sembrava l’inizio di una fulgida carriera di scrittrice, ma non fu così.

Quando ho cominciato a studiare pianoforte, a nove anni, mi è venuto lo schiribizzo di scrivere testi musicali e, come se non bastasse la presunzione, cercavo anche di tradurli in inglese perché all’epoca le canzoni straniere mi sembrava facessero più effetto. Le canzoni però le mollai presto perché mi venivano sempre in rima e sembravano delle filastrocche noiose e, casualmente, già sentite. Alle scuole medie io e altre ragazzine, con l’aiuto del prof di lettere, scrivemmo un libro sulle origini e la storia del paese. Avevamo una bella responsabilità nello scrivere a macchina direttamente sulle matrici, che poi passavamo al ciclostile: una bellissima esperienza. Gli anni della scuola superiore li dedicai allo studio, ma furono anni così caotici e densi che non ricordo nemmeno il tema dell’esame di maturità. Dopo la maturità mi dedicai alla politica e all’università, scrissi tante domande di concorso, appunti di preparazione agli esami di concorso, scrissi anche un discorso per un comizio che tenni in un minuscolo paesino del sud in occasione delle elezioni amministrative. Fui molto applaudita ma penso perché non si aspettassero che una ragazza potesse fare un discorso “da uomo”. Dopo tutte le lezioni che la vita mi ha dato sull’efficacia del proverbio verba volant scripta manet ho diabolicamente continuato a mettere nero su bianco le mie emozioni e le mie considerazioni, condividendole addirittura con i personaggi coinvolti, provocando delle catastrofi e fornendo gratuitamente e volontariamente materiale per essere ricattata. Penso a lettere spinte nella buca dall’impulso della rabbia, diari lasciati in bella vista per essere sbirciati, infantili racconti inviati a riviste letterarie… Tra tutti i concorsi a cui ho partecipato c’è scappato il mitico posto di lavoro nel pubblico impiego e oggi, non so se purtroppo o per fortuna, sono ancora qui perché grazie ad esso posso scrivere lunghe liste della spesa! 

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Greta Carrara ha votato il racconto

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Non amo le biografie, ma la tua mi ha fatto molto sorridere! Complimenti.Segnala il commento

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Carla ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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