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Narrativa

Scuola

Di Roberta - Editato da esteban espiga
Pubblicato il 08/11/2019

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A mensa, mentre pranzavamo, cantavamo sempre.

La nostra maestra usava dire «chi canta a tavola e a letto è un matto perfetto», e noi ridevamo. Di fronte a me a mensa sedeva sempre il mio compagno Nino. I suoi occhi erano azzurri, non come il gelo dei ghiacci ma come il cielo terso di un giorno di vento; e così mi sentivo vicino a lui, come se soffiasse un venticello fresco, o come se sentissi solletico alla schiena. Aveva le orecchie grandi e un poco a sventola, le disegnavo spesso. A lezione, mentre la maestra spiegava, disegnavo il suo collo strozzato nella blusa della divisa, la sua faccia e quelle orecchie grandi e un poco a sventola. Sapevo dove abitava, ogni tanto passavo sotto casa sua chiedendomi se fosse in camera e a fare cosa. Avevo imparato il suo numero di telefono a memoria, l'avevo letto sulla guida telefonica che ci veniva consegnata una volta all'anno. Ogni volta controllavo che non fosse cambiato, cercavo il suo cognome e il suo indirizzo e la serie di numeri tutt'ora incisa nella mia memoria a lungo termine. Centinaia di volte l'ho composto nella mia mente, solo una volta sul telefono grigio di casa. Qualcuno rispose, la madre o la domestica, io trattenni il respiro per qualche secondo poi riattaccai. A scuola non mi parlava quasi mai, poche volte mi domandava se volessi giocare a palla prigioniera. Quando nel gioco eravamo avversari e cercavamo di colpirci, sapevo che nei palloni che ci lanciavamo addosso con tanta forza c'era tutto il bene che ci volevamo. Non mi parlava quasi mai, ma mi guardava: in classe, mentre la maestra correggeva i dettati, non facevamo che guardarci, ci accarezzavamo con gli occhi, a lungo, finché uno dei due non abbassava lo sguardo con un sorriso timido.


L'americano venne che avevo quindici anni e un giorno.

Appena entrò in casa, mia madre gli offrì il caffè, a lui e a suo padre. Mia madre voleva che mi fidanzassi con lui e che la lasciassi libera di vivere finalmente la sua vita. L'americano aveva i capelli ricci, schiacciati sulla testa come una statua, la carnagione di un mulatto e i denti bianchi e luminosi come la luna; aveva una decina di anni in più di me e mi sembrava già vecchio. Suo padre parlava lentamente, teneva la schiena bene eretta, ma non guardava nessuno negli occhi; gestiva una sartoria a Boston e guadagnava molto bene. Mia madre mise lo zucchero e girò due volte il cucchiaino in ciascuna chicchera. La domenica mi avevano vista fuori dalla chiesa e l'americano si era innamorato di me, così voleva comprarmi e portarmi a casa, come si fa coi souvenir. Bevvero i loro caffè, i nasi sparirono nelle chicchere il tempo di due sorsi veloci. Io stavo zitta e pensavo alla scuola, mi aggrappavo al pensiero di Nino, ai suoi occhi azzurri come il cielo terso di un giorno di vento. Dopo poco, l'americano e suo padre se ne andarono, mia madre li accompagnò alla porta, li salutava e intanto annuiva. Erano ospiti da uno zio del padre, lo sarebbero stati ancora pochi giorni. Mi chiusi in camera: a volte fingevo che fosse un set televisivo e che io e Nino fossimo ospiti alla puntata speciale di un varietà, eravamo già adulti e sposati e il nostro era un amore da eurovisione. Guardai i miei disegni sul tavolo, le sue orecchie grandi e un poco a sventola. Poi andai di là da mia madre e guardandola negli occhi le dissi: «Io non ci vado in America, io voglio andare a scuola!». Non lo volevo lasciare il mio paese, era così piccolo che lo chiamavamo 'o chiazzullo, la piazzetta, ma io non lo volevo lasciare. Glielo ripetevo anche la notte a mia madre, perché non riuscivo a dormire, e la mattina, quando si faceva trovare in cucina con la colazione. Erano le uniche parole che riuscivo a dire a mia madre: «Io non ci vado in America, io voglio andare a scuola!».


Ho volato undici ore e sono arrivata in America.

A Boston scorre un fiume che si chiama Charles, è ghiacciato e io ci cammino sopra, tira il vento. Sono qui da tre giorni, ho seguito il mio uomo in un viaggio di lavoro. Si chiama Giulio, il mio uomo, è molto più grande di me e quando usciamo insieme a volte ci scambiano per padre e figlia; studia matematica e vuole imparare il mio dialetto. Nino si è sposato al chiazzullo, mia madre ha detto che il giorno del matrimonio l'ha visto piangere; ha due figlie, la grande si chiama come me, Caterina.


Boston, febbraio 1994

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Commenti degli utenti

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Ingrid ha votato il racconto

Esordiente

Mi incanti sempre. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Me l'ero perso, questo: bello, come tutti i tuoi. Segnala il commento

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Vinantal ha votato il racconto

Scrittore

insufficiente la gestione dello "spazio" dedicato ai 2 momenti. Un "troppo lungo" e un "troppo corto" che lasciano un... vuoto. PeccatoSegnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Complimenti all'autrice e all'editor. Bella narrazione Segnala il commento

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Silvia Fuochi ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore

Gradevole Segnala il commento

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Giulia_F ha votato il racconto

Esordiente

Mi ha lasciata senza parole :-) avrebbe meritato più spazio (battute tiranne)Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti a te (e al tuo eccellente editor!)Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Bello, dal gusto piacevolmente nostalgicoSegnala il commento

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Otorongo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Cambi di scena repentini ma il limite delle battute lo richiede . Tutto sommato un bel racconto .Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Esordiente
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Il Verte ha votato il racconto

Esordiente

Che bello! Gentile e commovente. Scritto molto bene Poi il telefono grigio della Sip...che ricordi Grazie per la letturaSegnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Esordiente
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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Davide Marchese ha votato il racconto

Esordiente

Ho rischiato di commuovermi. Complimenti!Segnala il commento

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MauriRobi ha votato il racconto

Esordiente

Ben scritto. Bella storia e bel finale.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Stile piaciuto. Lo stacco tra prima e seconda parte a mio gusto lascia troppo di non detto su lei. Segnala il commento

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di Roberta

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