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Narrativa

Se è disturbato, mi piace

Pubblicato il 21/10/2020

Incontri notturni

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Questo qui ha qualcosa che mi attira. Non è un bene. L’ho capito subito, perché ho sentito le vecchie abitudini salire su prepotenti – ehy facci spazio. Ha il dna giusto. Lo capisco da quanto tempo ci mette a rispondermi. E lui si è preso tutti i fottuti secondi a sua disposizione, e anche qualcosa in più. Quando mi guarda mi sposta, e nessun equilibrio regge la botta. Mi guarda, e mi ritrovo già un metro più a sinistra. Mi sorride, si avvicina e mi sussurra qualcosa all’orecchio, e io sono in fondo alla stanza. Succede. Spazio e tempo non hanno misure in queste circostanze. Tutto rallenta, i suoni si fanno sussurri, il resto impallidisce e va fuori fuoco.

E poi ci sono io, che resto immobile,  con le braccia adese al corpo e le parole affollate chiuse in bocca.

Eravamo in un locale con musica pessima. Io di norma ballo. Se la musica è ok, non ho nessun interesse a fare conversazione – e d’altra parte, andiamo: qualcuno di voi ha mai avuto conversazioni degne di nota in un locale dove si va a ballare? Appunto. Quindi, l’intenzione era ballare finché morte non mi sottragga al mio corpo. Ma la musica non ha fatto il suo dovere, ed ecco che in pochi minuti mi ritrovo nel disimpegno del locale a parlare con lui. Non lo definirei quello che si dice un “bel ragazzo”. E TIN-TIN-TIN-TIN!!! ALERT!!! se non è particolarmente bello, le probabilità che mi piaccia aumentano. Abbiamo parlato, ed è stato memorabile. Un equilibrio sul nulla, un gioco ininterrotto di nonsense, era come esplorare una casa abbandonata. La paura che succeda qualcosa di brutto è esattamente ciò che ti spinge ad andare avanti. E stava succedendo. Ogni risposta data creava un solco nella mia mente, e nel giro di poco una voce dentro di me urlava “QUESTO TI PIACE! SEI FOTTUTA UN’ALTRA VOLTA!”. L’esperienza ce l’hai. Sai bene in cosa vai a ficcarti, mi dico. Ma la ragione parla ad un volume più basso, e quella irrefrenabile voglia di tuffarmi nel dolore, nell’ambiguità, nel tormento, beh, è troppo seducente. 

L’intera nostra conversazione, durata almeno un paio d’ore, si è svolta li, nel disimpegno del locale. Io faccio battute, lui sorride. Si coinvolge appena, ma non sa andarsene. D’improvviso sente una canzone e mi prende per mano: "Vieni, questa la balliamo!" TIN-TIN-TIN-TIN!!! ALERT!!! Un uomo che ti prende per mano per trascinarti di corsa a ballare. Come la vedete voi? Ha un sorriso timido, ma disarmante. Degli occhi che fa fatica a tenere fissi nei miei. Alto, magro. Pure la distanza tra noi mi parla di ambiguità. Né troppo vicini, né troppo lontani. Stavo iniziando a precipitare.

  “Beh, ciao, io devo andare, sai, le mie amiche stanno iniziando a guardarmi male”, dico con quell’aria di distacco e di freddezza tipica di me quando vado in sbattimento. Me lo hanno detto che quando uno mi piace, gli rispondo male. Come all’asilo: mi piaci, ti do un calcio sugli stinchi. E lui? Mi sorride, e all’improvviso mi abbraccia. Dal nulla, così, di punto in bianco. Ci siamo io, lui, e tutte le farfalle nello stomaco. Mi abbraccia, e io penso subito al peggio. E anche al meglio. Inizio a immaginare che quell’abbraccio sia “un qualcosa”. Avete presente il “un qualcosa”? Prende forma nella mente di noi donne quando gli eventi vanno in una certa direzione, è una specie di film del tutto irrazionale che viene innescato da dettagli insignificanti. Sappiamo dare un peso a qualunque cosa, se ci parte il film. Tutti gli elementi vanno a dimostrare che SI, gli piaccio.

Tornando sulla terra staccandomi da questo abbraccio, forte del mio “un qualcosa”, noto che nessuno dei due riesce a dire una parola. Siamo imbarazzati. “Un qualcosa” mi suggerisce che è un imbarazzo provocato dall’emozione, che me ne posso andare anche senza sciogliere questo imbarazzo, che anzi: fa gioco a quello che potrebbe succedere un domani tra me e lui. “Un qualcosa” è ufficialmente partito, quindi, e sono preoccupata. Già, lo sono perché l’amore io lo vivo così, immersa nei “qualcosa”, che sono comodi perché flessibili, ambigui, scivolosi, e senza confini. E mi permettono di vivere nel dubbio che mi corrode, mi sfibra, sfinisce, e rende viva come una eroina dei romanzi dell’800, sempre alla ricerca dell’amore complicato che possa procurare struggimento. Ecco perché adesso, guardandolo, tutto dentro di me si scuote, si agita. Prendo la giacca, esco. Le mie amiche parlano, ridono, e io non sento niente. Guardo a stento dove metto i piedi, e ho un sorriso idiota stampato sulla faccia, come se fosse successo davvero “un qualcosa”, e invece non è successo niente, se non una piacevole chiacchierata con un tizio che non sa nemmeno il mio nome. 

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M.D.P. ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Interessante e coinvolgente. Sono d'accordo con Roberta, anch'io, se posso permettermi, toglierei le stesse espressioni che ti ha segnalato.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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marcello luberti ha votato il racconto

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Finalmente un bel flusso di emozioni, col ritmo giusto e coinvolgenteSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Andreasololettore ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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(se posso permettermi toglierei solo le farfalle nello stomaco e la generalizzazione "noi donne etc.")Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Enrico R. ha votato il racconto

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Lilith394 ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Nella breve biografia sostieni "Scrivo poco. Scrivo quando ne ho bisogno", ed è vero. Narri un incontro, nulla di particolare, se non fosse che spesso interrompi la narrazione per coinvolgere il lettore, porre domande che hanno un solo scopo: spingerlo dentro il racconto, renderlo partecipe come testimone più che semplice spettatore. Vuoi l'attenzione di chi legge, e questo è un gran bene. Attenta ai refusi e alle ripetizioni.Segnala il commento

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di ifinoe

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