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Narrativa

Se ti fa male lo stomaco allora è la cosa giusta

Pubblicato il 09/01/2018

Una porta. Un ragazzo e una ragazza. E anche qualcos'altro.

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Giuro che lo faccio. Oggi stesso. Deciso.

Entro, chiudo il portone, faccio le quattro rampe di scale, sistemandomi i capelli scompigliati dal capello – ricordati di farlo questa volta! – mi fermo al piano di sotto per riprendere fiato e asciugare il po’ di sudore – ricordati di fare anche questo anzi soprattutto questo – e poi gli ultimi scalini da fare, come ogni venerdì negli ultimi quindici anni; poi la guardi, accenni un sorriso, normale, come fanno tutti, che non sembri che è una settimana che lo provi davanti alla camera del cellulare per fare i confronti tra le varie prove per scegliere poi il migliore e finalmente apri quella bocca.

Sono strano lo so però uno di quegli strani che hanno qualcosa di buono. Almeno spero. Buono per me no di sicuro, faccio decisamente una vitaccia; buono magari per chi mi sta vicino? Anche se a giudicare da quelle poche anime che mi sopportano non sembra che gli faccia un gran servizio avermi vicino.

Comunque io lo faccio, ho deciso, si. Se va male, meglio, se va bene invece vedremo, improvviserò. Dopotutto è una delle cose che mi riesce meglio. Ho provato anche a scriverlo sul curriculum, ma non sono riuscito bene a rendere l’idea credo.

Sono sei mesi che la vedo. Oggi sarebbe l’anniversario della prima volta che ci siamo visti, lì sul pianerottolo dello studio della mia psicologa.

Ci sono stato quasi sempre da solo in tutti questi anni, fatta eccezione ogni tanto per qualche bambino o ragazzo, prima che arrivasse lei.

Non credo ci sia giornata migliore di questa per decidermi a parlarle, anzi potrei iniziare proprio dicendole che oggi è il nostro anniversario. Forse però potrebbe essere un po’ strana come cosa. Decisamente; anche se lei è diversa, capirebbe il mio umorismo anzi la farebbe anche sorridere e magri arrossire un po’ e allora saremo entrambi più a nostro agio e cominceremmo una bella chiacchierata.

Meglio non dire niente dell’anniversario, meglio aspettare e giocarmela alla fine, come l’asso di briscola per la mano finale.

Ma che tipo è lei?

Mi vanto di essere un gran osservatore, uno che le persone le capisce subito, un profondo conoscitore dell’animo umano oserei dire – dopotutto sono quindici anni che sono in analisi, qualcosa dovrei averla imparata – anche se con lei faccio un po’ fatica. Forse perché ogni volta che la vedo penso sempre e solo a quei cani, due labrador miele e un piccolo bulldog inglese tarchiato che corrono per il nostro giardino, tra le foglie cadute dagli alberi che circondano la nostra casa e lei che se ne sta lì e sorride, sempre; ma quanto sono romantico? O patetico.

Patetico decisamente patetico. Magari solo semplice. Uno dei problemi che ho sempre riscontrato in me è stata la complessità, in qualsiasi ambito; nelle scelte da fare, nei rapporti con gli altri, nel lavoro, tutto sempre estremamente complicato, cosi come cercare di essere felici, che poi si riduce tutto a quello alla fine. Anelo la semplicità e cosa meglio di un giardino, dei cani e lei che sorride. La felicità è reale solo se condivisa mi pare diceva un americano diversi anni fa.

So già che non sarò mai cosi semplice. Non mi basta.

Mi rileggo, mi improvviso lettore e mi chiedo perché non ho mai chiesto informazioni su di lei alla mia dottoressa, lei sicuramente deve conoscerla molto bene.

Imbarazzo. Non parlo quasi mai della mia sfera amorosa con lei, anche se con lei ho passato tutte le fasi dalla pubertà, l’adolescenza e tutto quello che viene dopo. Con lei cerco di focalizzarmi sopratutto sui dilemmi della mia esistenza, sui perché dei miei travagli, se ci sono dei perché ai miei travagli e perché non posso essere solamente un essere umano meno complicato. E poi comunque ogni volta, appena entrati nello studio, lei entra in un’altra stanza e poi più niente. Sono così curioso di sapere cosa c’è in quella stanza, perché non posso entrarci anche io, perché dobbiamo dividerci.

Guardo l’orologio e sono quasi le cinque. Devo alzarmi dal letto, scegliere con cura i vestiti e partire: oggi devo festeggiare un anniversario, sapete no?

Scendo in strada, una lieve nebbiolina mi inumidisce un po’ la barba e mi ritrovo a sistemarla sempre più.

Comincio la discesa del corso e già da quassù in cima vedo le bandiere rosse che sventolano dal palazzo. Lei dovrebbe essere già dentro, lo stomaco comincia ad agitarsi e farmi sentire la sua voce. Ricordo mia madre ripetermi sempre che quando lo stomaco si fa sentire significa che stiamo facendo la cosa giusta. Spero non si sbagli.

Scendo per il corso, cerco di guardarmi in torno e assaporare quante più cose possibili: l’aria fredda che mi viene addosso, le persone che si muovono davanti a me senza alcun senso, le vetrine dei negozi e la sera che piano scende. La città di notte, i lampioni che illuminano solo quel poco di strada che serve per andare avanti e io, con la consapevolezza di essere qui e adesso, in mezzo a tutta questa gente e non sentirmi così perso e solo.

Salgo le scale lentamente, ho paura, sono nervoso e lo stomaco è un viale battuto dal vento ma continuo a salire. Mi sistemo i capelli e per fortuna non sudo. Con tutto il peso del corpo salgo l’ultimo gradino e guardo a sinistra: lei non c’è.

Mi faccio ancora un po’ avanti per esserne sicuro; non c’è proprio. Mi viene quasi da ridere. Penso che dopotutto questa è la metafora perfetta della vita; ti prepari, soffri, hai paura ma la vinci, vai avanti e quando pensi di essere arrivato al punto qualcuno ti da una calcio nel culo e ti ricorda che in questa vita non si arriva mai a nessun punto. Non c’è mai un diavolo di porto dove fermarsi ed aspettare che tutto là fuori si quieti.

Conto gli ultimi minuti che rimango prima che il paziente prima di me esca dallo studio. Forse parlerò di oggi alla dottoressa, un altro caso irrisolto della mia vita di mettere al vaglio dell’indagine introspettiva. Vorrei dire che l’indagine introspettiva alle volte è proprio una rottura di palle ma poi ecco all’improvviso dei passi, qualcuno che va di fretta, che sale; arriva prima lo sbuffo per la corsa sulle scale e poi lei. Finalmente lei.

È accaldata e in disordine. Con un mucchi di libri sotto braccio che le stanno per cadere e i capelli confusi che si confondono tra il giaccone e la maglia. È bellissima.

Ci salutiamo come sempre e aspettiamo. Tra poco la dottoressa aprirà, noi entreremo e poi ognuno per la sua stanza, ma oggi no.

Oggi le cose devono andare diversamente, oggi devo avere il coraggio di sporgermi dal parapetto, guardare l’abisso e poi in alto al cielo e provare a credere che questa vita è la mia e che se ci credi nemmeno la morte esiste più e buttarmi finalmente.

Sorrido, respiro e mi lascio cadere e alla fine solo una cosa mi viene da chiederle: “Ti piacciono i Labrador?”.

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