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Non-fiction

Se una ragazza

Pubblicato il 14/06/2019

Della libera circolazione delle persone e di altro

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“Se una ragazza, vuole di sera / Andare sola per strada / Non lo può fare / Non è corretto / Che non sia accompagnata”

Questo è l’incipit di una canzone di Bennato in cui da adolescente mi cullavo spesso e volentieri. La canzone colpiva esattamente nel segno di quel sottobosco culturale in cui mi sentivo scoppiare e che rifiutavo con tutte le forze. In città come in campagna la litania che accompagnava le mie uscite era sempre la stessa: mio papà ripeteva “cerchi rogne” ogni volta che condividevo uscite e gite in luoghi più o meno ameni e lontani, tristemente conscio del fatto che nessuno mi avrebbe fermata. Mamma cercava come sempre di colpevolizzarmi e al contempo sgravare se stessa del senso di responsabilità che la attanagliava buttandomi addosso i suoi traumi adolescenziali e dipingendo a tinte fosche situazioni senza via d’uscita, i nonni recriminavano e lodavano i bei tempi andati, esponenti (dignitosi, col senno di poi) di un’arcaica civiltà contadina definitivamente avviata alla disgregazione, in cui le donne non uscivano se non accompagnate da sorelle, amici fidati o meglio parenti. All’epoca la parte materna della famiglia, apparentemente emancipata e professionalmente attiva, era ancora priva di elementi maschili: tre figlie e tre nipoti femmine. Mai sentita una parolaccia, un accenno volgare, niente che non fosse in odor di santità, esempi integerrimi quindi se non altro nessuna incoerenza da denunciare. In campagna eravamo protette dal gruppo, entità minacciosa ma rassicurante fatta di energumeni garanti della nostra incolumità, in realtà essi stessi minaccia su più fronti. Ma in città i miei ormoni adolescenziali arrabbiati decretavano a tavola che il mondo mi apparteneva e non c’era allora strada buia, faccia strana, minigonna, orario notturno che potesse fermarmi. Nell’Inter Rail con i compagni di scuola dormivamo in sacco a pelo sulle rive dei laghi all’aperto, in tenda, sui sedili e perfino nei corridoii dei treni in una gara di libertà e pauperismo perché negli anni ’90 si usava così. Coerente anch’io, giravo indisturbata per la città con i pullman e la bici prima e con l’auto dopo, padrona delle strade. Se qualcuno mi avesse importunata era un problema suo, dicevo sempre a tavola o sulla soglia davanti a parenti esterrefatti. Me ne successero di cose strane tra i 14 e i 20 anni, tante che potrei scriverci un libro. Strane, inquietanti ma, per fortuna mia che sono qui a raccontare, mai irreparabili. Anche in pieno giorno, anche ai pranzi con la mia famiglia presente, perché il lato oscuro della luna non si manifesta necessariamente in un locale di un quartiere multietnico alle 4 del mattino come alcuni pensano. Ho dovuto educare la mia famiglia, le mie colleghe, tutti quelli (e tristemente e puntualmente quelle) che a parole hanno cercato di scoraggiarmi e colpevolizzarmi in quanto donna che non accetta limitazioni di movimento, perché anche questa è violenza. Non è stato facile ma l’incoscienza della gioventù mi è stata di aiuto: ho dovuto tante volte nascondermi, sparire, subire senza riuscire a reagire, far finta di niente, evitare cordialmente e perfino scappare fermando un taxi al volo o semplicemente correndo, perché purtroppo succede.

Sono certa solo del fatto che io non ho fatto niente di male, mai, ad andare ovunque senza paura e armata solo della mia buona fede, perché il mondo è di tutti.

E oggi che ho paura di tutto e di tutti tremo all’idea che i miei bambini debbano affrontare qualcosa di vagamente simile appena usciranno da soli, perché so che mi è andata sempre tutto sommato bene.

Che fare? Chiuderli in casa? Limitare il loro raggio di azione e i loro spostamenti? So già che lo farò. Quello che di certo non farò sarà buttare su mia figlia la responsabilità della violenza del mondo.

E’ per questo che diffidavo già decenni fa di quegli insulsi corsi di autodifesa in cui si insegna alle donne a difendersi dalla violenza maschile, di fatto facendosene carico, mediante complicate manovre, allenamenti e spray al peperoncino da tenere in borsa. Già intuivo quel che adesso mi è chiaro: la violenza maschile è un problema maschile e non saranno le donne a farsi carico anche di questo. Tocca che se lo risolvano loro, con dei corsi ad hoc, percorsi, conferenze, programmi di rieducazione culturale e via discorrendo, al bisogno. C’è tutta una cultura da cambiare e ognuno è chiamato a fare la sua parte.

“Sola per strada col suo sorriso / E chi può farle del male / Se ci saranno mille ragazze / Che la vorranno imitare”, concludeva Bennato. Perché le reazioni a catena sono un modo potente di modificare la realtà.

E perché, citando Concita De Gregorio, “Verrà un giorno, ed è adesso. Bisogna vivere come se il mondo fosse già quello che vorremmo. Lui ci seguirà, pazienza se fa tardi. Arriverà.”

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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