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Narrativa

Secondo tempo

Pubblicato il 09/05/2019

Impressioni di un giovane

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Si può iniziare a vagare stando fermi, si può sognare solo rimanendo svegli. Questo era il pensiero con il quale Jacob cominciava solitamente le sue giornate; un intrepido intreccio di emozioni e sensazioni erano le protagoniste indiscusse delle sue dilazioni temporali, il filtro attraverso il quale registrava tutto ciò che lo circondava. Ragazzo intuitivo ed abile nel gioco degli specchi delle apparenze era quasi riuscito a carpire i silenti segreti poiché la sua mente allenata raramente si rifiutava di percorrere i sentieri più impervi e di frequentare le piazze troppo affollate.

Sapeva farsi cogliere dalla profondità dei suoi pensieri e rimanerne impressionato, interpretare le anime latenti nelle persone e riuscire in qualche modo a descriverle, una ad una, snocciolandole; porta dopo porta entrava in stanze nelle quali vedeva riflesso qualche parte di sé stesso, rassicurandosi così della circolarità del mondo.

La sua intuizione era in grado di spingersi ben aldilà delle sue sensazioni presenti, poteva creare ponti immaginari tra lui e i suoi obiettivi rendendosi conto che la loro permanenza era dovuta esclusivamente all’energia che decideva di investire in ciò che desiderava. Era quindi giunto alla conclusione che gli uomini non conoscessero la verità che si trova alla base dei loro desideri.

Si era sempre sentito rassicurato dal fatto che lo stesso Dostoevskij nella parte prima de “L’adolescente” esprimesse il rammarico di pensare cose molto più intelligenti rispetto a quelle che dicesse.

Jacob supponeva esistesse una sorta di schizofrenia globale che faceva spingere gli uomini oltre confini inutili, faceva desiderar loro oggetti vuoti e provare affetti morbosi. L’idea di fondo era che il velo di maya non si trovasse più, insomma, solo davanti agli occhi, ma che in qualche strana maniera si fosse anche impossessato dell’intimità di ognuno di noi.

Con passo incerto e vago, tornando da un venerdì sera partito carico di aspettative e finito con qualche sbaffo di rossetto o poco più, Jacob perso nei suoi deliri alcolici, colse dentro di sé una verità, più che una verità potrebbe forse dirsi una constatazione che però nel suo cervello febbrile e in eterna marcia assumeva tutte le caratteristiche di una rivelazione, con quella immancabile sfumatura di paradosso che gli dava la certezza di non essersi sbagliato.

Un pensiero gli venne a coscienza, un pensiero che solo quando svelato è capace di mostrare la meccanica del suo lavoro latente, uno di quei pensieri che si concludono nel punto esatto in cui sono cominciati, ispirandogli così quel senso di circolarità che tanto gli piaceva e a cui tanto sentiva di appartenere.

Il mattino ebbe come protagonista il suo tragico risveglio: un senso di gonfiore al viso che si estendeva fin dentro la testa e la fastidiosa sensazione di aver incontrato persone che non avrebbe dovuto incontrare e aver detto parole che sarebbe stato bene non dire. Afferrò la bottiglia d’acqua che teneva preventivamente di fianco al letto, a grandi sorsate fece entrare il liquido benefico nella bocca arsa dall’alcool godendo così del risveglio del suo apparato masticatorio.

Gran parte delle intuizioni raggiunte sotto l’effetto di sostanze capaci di smussare gli angoli che rendono le cose incomprensibili e le relazioni inestricabili andavano perse nella mente di Jacob. Forse per mancanza di spazio. Ma non questa. L’immagine che era balenata come un lampo nella sua mente in maniera così chiara aveva continuato a ripresentarglisi tutta la notte sotto vesti e colori che sentiva di non riconoscere, dentro quello strano intruglio mistico con cui i sogni mettono alla prova ciascuno di noi.

Sconvolto, si diresse verso la scrivania strabordante di fogli, romanzi, penne, opuscoli e manuali. Son convinto che in tutto quel disordine Jacob si trovasse bene, credo in realtà che in tutto quel disordine sperasse di trovare ciò che realmente stava cercando. Ma ciò che gli interessava quella mattina colpì la sua attenzione dopo pochi secondi: Vocabolario della lingua italiana.

Aveva sempre creduto che tutto ciò che viene circoscritto, etichettato o riassunto perdesse la sua vera identità, e quindi la definizione in quanto tale piuttosto che affermare, negasse. In fondo gli piaceva vivere in maniera paradossale quindi andò avanti sfogliando il dizionario finché non trovò la lettera m. Gli bastò far scorrere lo sguardo per poche righe, gli saltò all’occhio la parola ma: “Esprime, con valore avverso più o meno esplicito, contrapposizione tra due elementi di una stessa proposizione o tra due proposizioni dello stesso genere […]”

U(ma)nità. Pensò. Proprio quel ma che serve a esprimere un valore avverso allo stesso tempo univa e disuniva, creava e distruggeva. Provò a mettere per iscritto lo scintillio che era convinto d’aver colto, il risultato fu pietoso. Decise di desistere galoppando le parole di Checov che arrivarono in suo soccorso: “Non permettere alla lingua di oltrepassare il pensiero.”

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Le riflessioni sono valide e profonde, ma forse un po' a danno della narrazione Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Nico la ha votato il racconto

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Giuseppe Cecere ha votato il racconto

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molto fluido, complimenti :) !Segnala il commento

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di Mino Namatita

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