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Narrativa

Sei ancora qui?

Pubblicato il 30/05/2021

Quando ritorno a scrivere dopo una pausa, è sempre grazie a Gloria. Questo è un altro passo della sua vita. Da "Smalto rosso e spaghetti scotti" tutto continua e si evolve.

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Sono in auto da circa quaranta minuti, il traffico è sfiancante e lo è anche pensare. Il mio corpo ha preso lentamente la forma del sedile, le mie narici hanno accettato l’odore di pelle nuova, e la mia, di pelle, si è stabilizzata al microclima di ventitré gradi sparato dai bocchettoni dell’aria condizionata. Non mi abituo spesso alle cose, anzi sono una che non si abitua proprio. L’abitudine è madre della noia, e a me la noia fa paura, anche più di quando avevo diciott’anni e la metafora dello “spaccare il mondo” era ciò che sentivo di più mio. Quando si è giovani si crede di avere davanti tutta una vita, invece, superati i ventisei, il tempo lo inizi a sentire, quando scorre ti pesa. Il flusso più lento l’ho sempre ricondotto al mio periodo milanese. È durato fino ai diciotto. Diciotto anni passati a scappare di casa, a trovare vie di fuga tra mura troppo strette, una madre assente e un padre intollerante. A correre dietro ideali che ormai sento lontanissimi, irrealizzabili, ma sono ancora parte di me, che conservo come dei portafortuna. Parole come socialismo, razzismo, picchettaggio, partigianeria, che stavano sempre in bocca a nonno Vanni, insieme al suo sigaro, lasciavano i miei occhi spalancati per ore. Mi piaceva sentirlo parlare. Nonna Adele, invece, era quella che un libro in mano lo aveva sempre, che d'incenso ne consumava sempre troppo, che sosteneva che leggere Virginia Woolf mi avrebbe salvato la vita. Era solita dirmelo in tinello, dopo aver insultato un po’ quello sciovinista di mio padre e avermi raccomandato di non commettere gli stessi errori di sua figlia. Mio padre faceva parte di quegli errori, noi no. Non me, non Greta, non Giacomino. Noi eravamo stati, secondo nonna, una manna. L’unica cosa buona “cavata dal cappello”, e quel cappello, lo specificava sempre, era il matrimonio di sua figlia. Altre parole che io immagazzinavo a bocca aperta, che mi ripromettevo di ripetere a casa, a scuola, con fierezza, ma che puntualmente dimenticavo. Solo negli anni ho iniziato a collegare concetti e parole comuni, senza vederci più la bellezza di un tempo. O forse era solo cambiata, nel corso degli anni... un po' come te. Ci stavo ripensando prima, davanti al semaforo rosso. Non mi hai riconosciuta neanche oggi, ma vedermi ti ha fatto sorridere. Non ti chiamo più "mamma", sono certa che ti spaventerebbe, non ti farebbe parlare più con me. Oggi abbiamo mangiato insieme a Villa Angela, eri l'unica ad avere compagnia a tavola. Ti ho raccontato il tuo matrimonio, ti ho mostrato delle foto. Mi hai detto "avevo lo smalto rosso", ti sei incantata su quel dettaglio, "Mi faceva bella", hai detto. Mi hai chiesto se tu sia ancora bella, me l'hai chiesto più volte, poi all'eloquio ripetitivo e ridondate hai aggiunto la parola "felice". Bella e felice. Allora ti ho chiesto di dirmi come, in che modo ti vedessi bella, dove riconoscessi quella bellezza, in quel momento. Mi hai guardato ed hai sorriso. Hai detto: "Ho ancora le mani belle, guarda... le ho lunghe, da pianista". Mi hai fatto piangere, mi hai ricordato nonno. Ci metteva le mani giunte e le scrutava a fondo, ogni domenica a pranzo, prima del caffè. Ti ricordi? "Hai le mani da pianista, proprio come mamma", mi diceva. E allora tu sorridevi e gli dicevi di smetterla, io ti chiedevo di mettermi lo smalto rosso, proprio come il tuo, ma tu rispondevi che fossi troppo piccola. Ti ricordi?

"Anche tu hai delle belle mani... da pianista..." mi ripeti, mangiandoti le unghie.

"Non lo fanno le pianiste, le unghie non le mangiano", ti dico, mentre le stringo tra le mie. Poi, le scosto dalla tua bocca. Ti chiedo se vada tutto bene, mi dici di sì. Sorridi. Mi dici che sia bello vedermi, ti fa stare bene.

"Sei una cara ragazza, Gloria. Sei così bella. Potresti fare l'attrice..." proprio come te. Come quando dicevi "No, qui non funziona", ad ogni battuta sbagliata, o ancora, "Leggila tu, vediamo quel che ne esce". Usciva sempre male, ma io lo so che quel che ne usciva è ancora qui. Deve essere ancora qui, tra le sinapsi del tuo cervello, tra i recettori sensoriali e le cellule nervose. Hanno solo perso la bellezza di un tempo, come le parole di nonno, o i libri di nonna, ma sono ancora qui. E tu, sei ancora qui?

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Graziano ha votato il racconto

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Molto bello, forte e profondo.Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Cesarina Ansalone ha votato il racconto

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Anle ha votato il racconto

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Commozione... Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Davvero ottimo.Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Bruno Gais ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, scorre via leggero ma rimane addosso. Solo un piccolo appunto: "A correre dietro a ideali..." oppure "A rincorrere ideali" , e poi, "Mi hai chiesto se eri ancora bella" forse funziona meglio, narrativamente, di "Mi hai chiesto se tu sia ancora bella" e, infine "Ti chiedo se va tutto bene, mi dici di sì. Sorridi. Mi dici che è bello, vedermi, ti fa stare bene". L'uso del presente crea uno "scarto" temporale, e rende più chiara la sua collocazione.Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Sempre detto che sei brava. Organizzi i pensieri in un flusso che non si perde, e ce li srotoli davanti nel tuo stile denso. Muove, commuove.Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Preferisco il sale, al miele. La tua scrittura lo è, salata. Ed è efficace, sicura. Segnala il commento

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

secondo me, hai indovinato un bel flusso narrativo, scandito da dettagli che lo rendono vivo ed efficace.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Umberto ha votato il racconto

Esordiente

Toccante proprio perché evita con intelligenza scene madri e facili commozioni. La sensibilità rifugge dalle parole proclamate ad alta voce, ha bisogno di dettagli che alludono al dolore e al senso di impotenza di chi è consapevole, al disorientamento di chi giorno dopo giorno pare perdere un pezzo di sé. Fino all'ultimo interrogativo, che esplode dentro il nostro cuore.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

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Nina Stein ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Bello, e vero come il dolore che descrive. Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo e profondo Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

I ricordi che assalgono nei momenti di stanchezza e davanti a un semaforo rosso... Gli anziani, la malattia e la perdita di memoria ("Ti ho raccontato il tuo matrimonio")... I torti subiti, le incomprensioni, certe frasi che risuonano nella testa... E, su tutto, l'effetto del tempo, che travolge le persone e lava le cose... BelloSegnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Certe memorie, che in qualche misura appartengono a tanti, hanno dita sottili da pianista e inducono fatalmente a commozione. Bello.Segnala il commento

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Mauro Serra ha votato il racconto

Esordiente
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omALE ha votato il racconto

Esordiente

Il Tempo è un vero mistero sembra passsre veloce sfuggirci tra le mani ma allo stesso tempo sembra immobile. È un piacere leggertiSegnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

“tocca” . bellissimoSegnala il commento

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Elkele ha votato il racconto

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Una perla, sono senza parole! Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Gloria è uno dei personaggi che amo di più in Typee. Mi riempie di gioia costatare come riesci adesso a descrivere le situazioni attraverso dettagli appena accennati. Ad esempio: la solitudine degli anziani e delle persone più fragili espressa con la frase "eri l'unica ad avere compagnia a tavola" è efficacissima; la domanda più volte ripetuta "Ti ricordi?", sottolinea l'angoscia di chi è consapevole del declino mentale altrui e tenta invano di arrestarlo; "Ho ancora le mani belle, guarda", lascia Gloria da sola di fronte alla malattia della madre, sempre meno consapevole di sé e della realtà. Insomma Marì, è uno splendido racconto.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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occhineri ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Piaciuto. Brava.Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente

Bentornata visto che dici di essere tornata a scrivere. È il tuo primo racconto che leggo e mi piace il tuo stile. BelloSegnala il commento

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di MMarianella

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