Sono in auto da circa quaranta minuti, il traffico è sfiancante e lo è anche pensare. Il mio corpo ha preso lentamente la forma del sedile, le mie narici hanno accettato l’odore di pelle nuova, e la mia, di pelle, si è stabilizzata al microclima di ventitré gradi sparato dai bocchettoni dell’aria condizionata. Non mi abituo spesso alle cose, anzi sono una che non si abitua proprio. L’abitudine è madre della noia, e a me la noia fa paura, anche più di quando avevo diciott’anni e la metafora dello “spaccare il mondo” era ciò che sentivo di più mio. Quando si è giovani si crede di avere davanti tutta una vita, invece, superati i ventisei, il tempo lo inizi a sentire, quando scorre ti pesa. Il flusso più lento l’ho sempre ricondotto al mio periodo milanese. È durato fino ai diciotto. Diciotto anni passati a scappare di casa, a trovare vie di fuga tra mura troppo strette, una madre assente e un padre intollerante. A correre dietro ideali che ormai sento lontanissimi, irrealizzabili, ma sono ancora parte di me, che conservo come dei portafortuna. Parole come socialismo, razzismo, picchettaggio, partigianeria, che stavano sempre in bocca a nonno Vanni, insieme al suo sigaro, lasciavano i miei occhi spalancati per ore. Mi piaceva sentirlo parlare. Nonna Adele, invece, era quella che un libro in mano lo aveva sempre, che d'incenso ne consumava sempre troppo, che sosteneva che leggere Virginia Woolf mi avrebbe salvato la vita. Era solita dirmelo in tinello, dopo aver insultato un po’ quello sciovinista di mio padre e avermi raccomandato di non commettere gli stessi errori di sua figlia. Mio padre faceva parte di quegli errori, noi no. Non me, non Greta, non Giacomino. Noi eravamo stati, secondo nonna, una manna. L’unica cosa buona “cavata dal cappello”, e quel cappello, lo specificava sempre, era il matrimonio di sua figlia. Altre parole che io immagazzinavo a bocca aperta, che mi ripromettevo di ripetere a casa, a scuola, con fierezza, ma che puntualmente dimenticavo. Solo negli anni ho iniziato a collegare concetti e parole comuni, senza vederci più la bellezza di un tempo. O forse era solo cambiata, nel corso degli anni... un po' come te. Ci stavo ripensando prima, davanti al semaforo rosso. Non mi hai riconosciuta neanche oggi, ma vedermi ti ha fatto sorridere. Non ti chiamo più "mamma", sono certa che ti spaventerebbe, non ti farebbe parlare più con me. Oggi abbiamo mangiato insieme a Villa Angela, eri l'unica ad avere compagnia a tavola. Ti ho raccontato il tuo matrimonio, ti ho mostrato delle foto. Mi hai detto "avevo lo smalto rosso", ti sei incantata su quel dettaglio, "Mi faceva bella", hai detto. Mi hai chiesto se tu sia ancora bella, me l'hai chiesto più volte, poi all'eloquio ripetitivo e ridondate hai aggiunto la parola "felice". Bella e felice. Allora ti ho chiesto di dirmi come, in che modo ti vedessi bella, dove riconoscessi quella bellezza, in quel momento. Mi hai guardato ed hai sorriso. Hai detto: "Ho ancora le mani belle, guarda... le ho lunghe, da pianista". Mi hai fatto piangere, mi hai ricordato nonno. Ci metteva le mani giunte e le scrutava a fondo, ogni domenica a pranzo, prima del caffè. Ti ricordi? "Hai le mani da pianista, proprio come mamma", mi diceva. E allora tu sorridevi e gli dicevi di smetterla, io ti chiedevo di mettermi lo smalto rosso, proprio come il tuo, ma tu rispondevi che fossi troppo piccola. Ti ricordi?

"Anche tu hai delle belle mani... da pianista..." mi ripeti, mangiandoti le unghie.

"Non lo fanno le pianiste, le unghie non le mangiano", ti dico, mentre le stringo tra le mie. Poi, le scosto dalla tua bocca. Ti chiedo se vada tutto bene, mi dici di sì. Sorridi. Mi dici che sia bello vedermi, ti fa stare bene.

"Sei una cara ragazza, Gloria. Sei così bella. Potresti fare l'attrice..." proprio come te. Come quando dicevi "No, qui non funziona", ad ogni battuta sbagliata, o ancora, "Leggila tu, vediamo quel che ne esce". Usciva sempre male, ma io lo so che quel che ne usciva è ancora qui. Deve essere ancora qui, tra le sinapsi del tuo cervello, tra i recettori sensoriali e le cellule nervose. Hanno solo perso la bellezza di un tempo, come le parole di nonno, o i libri di nonna, ma sono ancora qui. E tu, sei ancora qui?