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Sei tu il mio papà?

Pubblicato il 18/05/2018

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In caso di guasto tenere premuto il pulsante fino all’accensione del segnale visivo, seguito dall’attivazione dell’allarme sonoro, quindi attendere pazientemente l’arrivo dei soccorsi. L’uomo si trattiene dal guardarsi attorno. C’è uno specchio nell’ascensore. L’uomo guarda il tasto per le emergenze, lo studia, cerca di memorizzarlo, di farlo diventare il centro dei suoi pensieri. Ma quali pensieri? Non ci sono pensieri. Ci sono denti esposti e pupille che mandano riflessi vetrosi. Potrebbero far parte dei ricordi oppure no.

“Sei tu il mio papà?”, aveva chiesto il bambino.

“No.” Una risposta data dopo aver osservato la faccia del bambino senza trovare alcuna somiglianza, alcuna eco genetica. Solo una vaga attrazione spirituale, riesumata dalla nostalgia: ‘Sono stato anch’io bambino’. Lo è davvero stato? L’uomo non è molto convinto. La quantità di tristezza che offusca il teleschermo dei ricordi lascia supporre che sia stato un bambino molto diverso da questo, che adesso gli sta accanto dentro all’ascensore, e gli sorride, lo tiene per mano.

“Ti sei perso?”, aveva domandato l’uomo, già terrorizzato all’idea di venire linciato dalla folla per un frainteso sulle reali intenzioni.

“Sto cercando il mio papà.”

L’uomo rimane fermo, in mezzo al corridoio del centro commerciale, e aspetta che qualcun altro si accorga del bambino e decida di occuparsene. Passano tutti oltre, come se il bambino fosse uno spettro, un ologramma pubblicitario. L’uomo chiude gli occhi, pensa agli ostacoli che evita ogni giorno percorrendo i vicoli trascurati e i sottopassaggi anonimi che rappresentano la sfida del labirinto quotidiano per raggiungere il formaggio. Spunta l’elenco mentale: carcasse di animali per sedurre gli affamati all’ultimo stadio; tane improvvisate in cui si infrattano disillusi e rinnegati dalla reazione imprevedibile, fattrici dall’animo nobile inaridite nel profondo che si dedicano al taccheggio ludico, i predicatori in giacca e cravatta che per non importunare distribuiscono in silenzio i depliant sull’aldilà.

Quando riapre gli occhi il bambino è ancora lì. Lo sta fissando. “Non sono il tuo papà”, ribadisce l’uomo. Il bambino continua a fissarlo, non si capisce se è stupito o deluso, la sua espressione è rassegnata, quasi indifferente, come se fosse abituato a sentire quella risposta. ‘Esisti? Sei vero? Sei un clone robotizzato?’, con questi pensieri l’uomo allunga il braccio e il bambino gli afferra la mano.

“Ti porto…” Dove? All’ufficio oggetti smarriti? Alla polizia? L’uomo cerca il coraggio di chiedere aiuto, di farsi prestare un telefono per avvertire l’autorità. Poi si ricorda che non ci sono più autorità da chiamare, ci sono telecamere, dispositivi innestati, collegamenti satellitari. Col braccio libero gesticola per sollecitare l’algoritmo che analizza i video di sorveglianza.

“Dove andiamo, papà?”

L’uomo chiama l’ascensore per raggiungere al pianterreno, nella convinzione che l’altezza sia un fattore di rischio, forse la causa di una parentesi delirante, e che una volta giù la faccenda si chiarirà. Il bambino potrebbe anche sparire, tornare nella dimensione delle allucinazioni.

Da un diffusore occultato esce una musichetta distorta, consumata, obsoleta, e una voce severa interrompe la gracchiante litania per annunciare a ciechi e distratti l’arrivo del secondo piano, primo piano, piano terra.

L’uomo esce dalla cabina evitando di proposito un’occhiata allo specchio. La sua paura è che non rifletta il bambino che tiene per mano, o peggio rifletta il bambino soltanto.

“Papà, dove stiamo andando?”

“A cercare aiuto”, dice l’uomo, “E non sono il tuo papà.”

Una matrona da telenovela lo guarda storto, strizzando gli occhi per intensificare la cattiveria, ma solo perché l’uomo le sta impedendo un rapido e facile accesso all’ascensore. “Si tolga di mezzo”, sibila una volta passata oltre, rivolgendosi a un interlocutore immaginario, forse in collegamento telefonico, comunque lontano, troppo lontano.

“Non sei tu il mio papà?”, insiste il bambino.

A guardarlo meglio, pensa l’uomo, chissà, potrebbe. Ho mai avuto figli? Come si fa a saperlo? Dovremmo fare degli esami del sangue, gli verrebbe da rispondere, ma non vuole urtare la sensibilità del bambino, non vuole essere brutale, almeno per una volta. Dice: “Non lo so.” Il bambino sorride, comprensivo, docile, come un apparecchio scarico che sia entrato in modalità risparmio batteria.

L’uomo tira un calcio a una bottiglia di plastica e la manda a sbattere contro il mucchio di spazzatura più vicino. Il pavimento del corridoio è appiccicoso e la scuola delle scarpe emette rumori fastidiosi di strappo e di risucchio. Nel naso dell’uomo c’è ancora il profumo che usano i ricchi per creare intorno a loro quella che lo spot definisce ‘una calda bolla di conforto sensoriale’. I megaschermi rimangono inerti fino a quando gli occhi del passante non inciampano nella loro direzione. Il corridoio del centro commerciale è spento e silenzioso perché il bambino guarda l’uomo e l’uomo guarda per terra.

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