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Narrativa

Selfie? Si, No, Forse

Pubblicato il 11/10/2018

Insofferenza, fastidio, sono i sentimenti che la protagonista prova di fronte all'insolita mania del Selfie dimostrata dai due ragazzi seduti sul treno vicini a lei. Ma basta riflettere per scoprire che in questo caso il Selfie non è solo una moda insulsa, ma qualcosa di più.

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 “ Ridicola e insopportabile questa moda del Selfie”, penso mentre due ragazzi, una bella ragazza accompagnata da un giovane alto e aitante, seduti accanto a me sul vagone del treno che si sta dirigendo verso Milano non fanno che scattarsi dei selfie. Sistemate le valigie hanno dato il via a quello che ormai è diventato il balletto più amato da tutte le persone, pronte a immortalarsi dentro la piccola scatola piatta del proprio cellulare. Li guardo, li osservo mentre allungano il collo o lo piegano di lato ora di qua ora di là per catturare la luce che penetra dal finestrino. Sono curiosa e nello stesso tempo infastidita. Vorrei rilassarmi un po’, ho dormito poco stanotte per un forte dolore al fianco, ma è impossibile con questi due ragazzi vicini che si muovono come anguille e, incuranti della mia presenza, continuano a filmarsi con il cellulare stretto nelle loro mani, artefice di tante prodezze. Con un sorriso mi guardano come per scusarsi, ma è pura formalità non rinuncerebbero mai a quello che è diventato un gesto direi planetario che coinvolge tutti, giovani e non. Ho una certa età e resisto a questa strana mania. Giudico quel continuo sorridere dietro lo schermo, sottile e quasi invisibile, responsabile inconsapevole di una foto assurda, frutto di un conformismo allucinante. Mentre osservo sale il ricordo dolce e amaro di un lontano passato fatto di foto patinate e corrette dall’abile fotografo per uno scatto di insolita bellezza da deporre sulla mensola del salotto sotto lo sguardo meravigliato dei vicini di casa. Quel mondo oggi è finito ma non si può accettare supinamente questa nuova tendenza tanto invadente. Vorrei tanto dire a questi due ragazzi che mi stanno accanto che ora basta, che sono infastidita e che il loro cellulare trabocca di scatti, come trabocca la mia collera repressa in una sottomessa rassegnazione. La mia sola via d’uscita è arrivare al più presto a destinazione. Quando il fischio del treno in arrivo risuona nelle mie orecchie provo un certo sollievo. E’ ora di scendere. Mi alzo, mi ricompongo e do un’ultima occhiata ai giovani compagni di viaggio di cui ora distinguo nitidamente i loro volti, fermi, immobili nell’attesa di scendere. Basta uno sguardo per accorgermi quanto siano diversi da me per il colore della pelle tanto scura in cui risaltano grandi occhi neri sopra a labbra ben disegnate. Non sono di queste parti, non so nulla di loro, il loro parlare a me incomprensibile testimonia l’estraneità al mio mondo. Mi fermo un momento a riflettere, quei selfie snocciolati sotto il mio sguardo forse non sono il frutto della moderna mania che impazza da un po’travolgendo giovani ragazzi, vittime di uno scatto mortale. I loro selfie tanto spontanei forse non cercano la notorietà, né estreme avventure, forse invece riflettono il loro bisogno di sentirsi vivi in un contesto tanto diverso dalla loro vita di sempre. Mi viene in mente l’autoscatto con la polaroid che utilizzavo da giovane per ritrarre il mio volto in un momento di gioia e paragono il mio sorriso al loro fermato dallo scatto del cellulare. In entrambi i casi, al di là delle differenze, una somiglianza: la speranza di un futuro migliore. Il treno è in stazione, scendo, i due ragazzi con gambe svettanti, mi superano. Sorrido e intanto ripenso a tutti i loro scatti custoditi dal cellulare che stringono nelle mani quasi fosse un amuleto porta-fortuna. Non mi rimane che augurar loro Buona Fortuna mentre li vedo allontanarsi. Nel camminare scorgo altri giovani intenti a fare dei selfie. Non provo più disagio, sono serena e penso che un giorno o l’altro me ne farò uno, perché non si può vivere nel mondo con il paraocchi.

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