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Poesia

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle… e questa siepe»

Pubblicato il 18/01/2022

Intorno al principio di autorità. Liberamente tratto da «Gilet fantasia» di Pitigrilli.

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Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e rimirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.


Un capolavoro. O almeno così dicono. Sarà. Io di poesia non capisco nulla, però…


L’attacco, più che poetico, mi sembra prosastico. Come dire sempre mi piacque andare in ascensore.


In quel fu c’è un grossolano errore di grammatica, un verbo singolare che regge due soggetti, il colle e la siepe; furono, intendeva dire, solo che furono ha due sillabe di troppo per l’endecasillabo; e io mi chiedo se le necessità della metrica possano davvero giustificare un così grave strappo alla sintassi.


In quattro e quattr’otto e quattro dodici e tre quindici endecasillabi ci sono due quelle e sei questo, il che non è tollerabile nemmeno nelle lettere di Toto e Peppino o di Benigni e Troisi.


Noto poi cinque enjambement: un verso enjambe sul successivo quando il pensiero sta a cavallo tra i due, come se dicessi il presidente della corte – a capo – d’appello, un cucchiaio di bicarbonato – a capo – di sodio. È una costruzione viziosa, tipica dei cattivi versificatori, o dei grandi poeti che per un momento si lasciano andare, buttano giù, non hanno trovato di meglio, non sapevano come cavarsela.


Nel secondo verso la siepe è vicina a chi parla (“questa siepe”), tre versi dopo è lontana (“quella siepe”). D’accordo che la fisionomia della crosta terrestre è in continuo movimento, ma se nel frattempo non si è verificata una di quelle convulsioni che inghiottono Atlantide e formano la Cordigliera delle Ande, non è verosimile che la siepe si sia allontanata. O prima o dopo, il poeta ha preso male le misure. O forse no. Forse “quella” non è la siepe, ma la parte – a capo – dell’ultimo orizzonte. Ma allora, santo cielo, come si può appoggiare su un pronome, su uno slavatissimo pronome così staccato, un concetto del quale il lettore, a tale distanza, ha il diritto di non ricordarsi più?


Sedendo e rimirando ricorda una canzone della mia bisnonna, ai tempi di Re Umberto I, per celebrare le vertigini della bicicletta: sempre correndo, fantasticando…


Io nel pensier mi fingo; mi fingo vuol dire mi raffiguro, sottointeso mentalmente, perché non può essere altrimenti, quindi nel pensier è un di più, è una zeppa, quel gruppo di parole che il facitore di versi è costretto ad aggiungere allo stretto necessario per completare la riga: non troverete mai una zeppa in Dante o in Petrarca.


E la presente e viva il suon di lei. Chi è lei? Una donna, immagino, una donna che suona, perché altrimenti, se il riferimento fosse al suono della voce, si direbbe essa. Ma se questa donna non è mai stata nominata, come facciamo a capire di cosa si parla?


Il pensier mio si annega. Annegamento, dunque. Ma nell’ultimo verso si parla di naufragare. Cos’è che naufraga? Un vascello fantasma apparso all’ultimo momento? Decidiamoci: annegamento o naufragio? E poi, scusate, si annega in e non tra.


Se poi tutto ciò lo giustificate col jolly della licenza poetica, questo asso pigliatutto che azzera le balordaggini irreparabili dei grandi classici, allora alzo le mani in segno di resa.

Ma invece – temo – lo giustifichiate solo perché non avete la forza di ribellarvi, perché, insomma, che figura ci faccio se parlo male di una cosa che sin dall’infanzia mi hanno detto essere sublime?

E sapete, amici miei, a nulla vale leggere, seguire corsi di scrittura e riempire la propria libreria di tante belle cose, se poi tutta questa conoscenza non sfocia nel suo esito naturale: lo spirito critico e l’autonomia di giudizio, la forza di ribellarsi all’autorità, quando l’autorità va deposta.

La grandezza dei grandi del passato sta in tante, tantissime cose, ma mai nel loro stile. Mai. Ostinarsi a perpetuarlo – solo perché i grandi scrivevano così, uno, due, tre secoli fa – mi fa venir voglia di parafrasare la sconsolata osservazione di Keynes, per cui molti individui apparentemente colti e raffinati, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza, sono generalmente schiavi di qualche poeta o scrittore defunto.

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Jordan ha votato il racconto

Esordiente

Hai raschiato il fondo del barile, cosa ci riserverai in futuro??? "Dante", son certo che una "zeppa" troverai..... Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

La poesia che hai scelto per criticare Leopardi è tutto sommato la più bella e coinvolgente. Molto peggio A Silvia ad esempio. In realtà, non me ne vogliano i cultori, Leopardi poeta non mi ha mai colpito, niente a che vedere con Novalis per capirci. Trovo che l'opera più riuscita di Leopardi sia "Le operette morali". Più prosa in effetti.Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Testo deliberatamente provocatorio, ma non posso fare a meno di commentarlo. Intanto, non è “rimirando” ma “mirando,” e poi, mi chiedo com’è possibile mettere a confronto la grammatica di oggi con quella dei primi anni dell’800, umiliando così un componimento che è un caposaldo del bagaglio culturale di ogni studente. Nel finale del “passero solitario” Leopardi scrive “Ahi, pentirommi e spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro”. Pare assurdo, oggi, un linguaggio del genere, ma allora mettiamo in discussione tutti i classici, tutto il clan dei romantici e anziché far fare la parafrasi ai ragazzi facciamogli fare questa sorta di autopsia. Riduciamo dei capolavori, perché questo sono, in qualcosa da sezionare verso per verso. “E viva il suon di lei.” Ti chiedi chi è lei? Lei è la stagione presente, lo si intuisce senza difficoltà. Mi chiedo anche se sei mai stato a Recanati e se ti sei mai seduto proprio lì. Io sì, e l’ho percepita la sua idea di infinito, ma tu stesso dici che di poesia non capisci nulla, per cui dubito che tu possa godere dell’emozione che può venire dalla sua lettura. Senza farti tante domande.Segnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Sul quelle e sul questo: l'autore attraverso lo smodato utilizzo tende a esasperare il principio di indeterminatezza proprio di quel paesaggio. Personalmente è una delle cose che più mi colpiscono di questi versi. Segnala il commento

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Italo ha votato il racconto

Scrittore

Mi appello alla licenza poetica, tutto è plausibile tutto si può scrivere. Di reale e irreale, di metafisico surreale, ed ermetico. La fantasia l'immaginazione degli umani non ha limite, come l'universo, i multiversi. Sei troppo rigido reale, troppo attaccato alle leggi molto spesso sbagliate di questa realtà. Esiste la magia, l'irrazionale, il non definito.Segnala il commento

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Stugots ha votato il racconto

Esordiente

Di tutte queste stronzate l'unica plausibile è quando scrivi che di poesia non capisci nienteSegnala il commento

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ill0gica ha votato il racconto

Esordiente
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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

La grammatica dei suoi tempi forse lo permetteva, o forse il poeta per creare musicalità scompone e compone a suo piacere ogni verso, io ci vedo tanta classe e musica, la grammatica che cambia forse ci può stare. Per quanto riguarda la siepe a me mi sembra una genialità, egli la fa diventare "quella", solamente perché la siepe all'occhio umano appare congiunta all'orizzonte che sta lontano.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Fabiani, come sempre ho letto con piacere. Apprezzo che la tua critica porti il dibattito al di là di un semplice atto provocatorio, ma mi tengo le mie opinioni diverse dalle tue. Anche perché per avere una opinione così fredda, obiettiva e 'distaccata' (come la tua...) occorre molta passione,sì, ma soprattutto preparazione e studio al fine di creare spontaneo il processo mentale di un pensiero autenticamente critico... Un caro saluto!Segnala il commento

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di Signor Fabiani

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