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Umoristico

Senza bruciarsi

Pubblicato il 12/11/2020

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19 Voti

Anche oggi ho odiato mia madre.

Persa nel salvare i cetriolini sottaceto affogati nell’insalata russa spappolata nel mio piatto, mentre il vuoto del posto capotavola mi invadeva le narici, ero certa che il male N.2 al mondo fosse la maionese: subdola, invischiante, falsamente innocua e compiacente verso ogni palato.

Ma dove diavolo era finito?

Mia madre, dal lato opposto del tavolo, mi stava facendo segno con la forchetta. Voleva chiedermi Tutto bene? oppure Buono? Boh, a prescindere, ho annuito. Anche David seduto accanto a lei, con il labbro superiore macchiato di maionese, sorrideva mostrandomi il pollice in su. Era il primo Natale in cui David era con noi, il primo Natale in cui avrei voluto non essere mai esistita.

All’improvviso una mano rugosa e fredda mi strinse la coscia sinistra.

Sei tutta ossa cara mia, sarà meglio che metti su un po' di chili se vuoi trovare marito!

Scansai la gamba evitando di incontrare i piccoli occhi della prozia Miriam. Una cosa certa a questo mondo c’era: mai e poi mai mi sarei sposata.

Allora Nina hai già deciso cosa farai il prossimo anno?

Mentre decifravo la voce di mio zio, in un fulmineo silenzio, gli sguardi degli invitati presero a giocare a domino sino a precipitare tutti su di me.

-Quante volte vi ho detto di non chiamarmi Nina?!- Ecco cosa avrei voluto rispondere.

Proverà il test di medicina il prossimo autunno.

Sentenziò il sorriso tagliente di mia madre, seguito da un’ovazione generale.

Una futura collega del nostro David allora!

By mio nonno = fan N.1 di David.

David mi strizzò l’occhio.

Arrivarono i tortellini in brodo. I miei, al contrario di quelli nei piatti degli altri, sembravano non riuscire a stare a galla come a pretendere di essere recuperati dal fondo. Nel momento in cui impugnai il cucchiaio, tutti sentimmo aprirsi la porta principale.

Comparve Eugenio in sala da pranzo come un temporale in pieno Agosto e il vuoto, di fianco a me, si riempì dell’odore d’armadio che il gilet -che mio padre indossava una volta all’anno per Natale- emanava.

Il Galilei! Buon Natale!

E tutti alzarono i calici verso mio padre.

Ecco Eugenio: mio padre, detto Il Galilei, professore di fisica all’Università di Genova. Ecco, mio padre: l’incarnazione umana della teoria del fallimento, incartato in una camicia di flanella che gli faceva grattare il filo di pancia che da qualche anno gli si era bloccato sull’addome. Allungò una mano per farmi una carezza, mentre con l’altra si riempì subito il bicchiere di rosso sino all’orlo.

Nonostante la sua incapacità a tenere un discorso con chiunque dei presenti a quel dannato tavolo, il suo arrivo mi diede un segnale di salvezza: Il Galilei non si era dimenticato di me.

Mi sussurrò un Come stai? che mi fece attorcigliare le viscere a forma di una fune alla quale, forse, potermi aggrappare.

Nel frattempo un tintinnio di forchetta scoppiò la nostra bolla padre-figlia. David richiamando l’attenzione di tutti, con le braccia rivolte verso mia madre, come fossimo a una prima teatrale:

Aspettiamo un bambino!

Tra gli applausi e i fischi, con la coda dell’occhio, scorsi il braccio del Galilei cercare alla ceca la bottiglia di vino, mentre i suoi occhi si disperdevano in un buco nero di consapevole esilio.

Fu in quell’attimo che vidi tutti morti: mia madre con il ventre coperto di sangue compresso dal peso morto di David. I nonni accasciati sulle sedie, gli zii sgozzati, le cugine con la testa a penzoloni sulla tovaglia avorio e infine mio padre vestito da Babbo Natale, come quando ero piccola, scappare via per sempre. Tra le mie mani un coltello da cucina coperto di sangue.

Alla faccia del futuro medico.

Quando tornai in me, sentii girare la testa. Il coltello era al suo posto adagiato sul tovagliolo accanto alla forchetta e l’unica morta, in mezzo a tutta quella felicità, mi accorsi essere io.

Mio padre mi allungò il sacchetto del pandoro nel quale aveva versato la bustina di zucchero a velo. Quando ero piccola mi piaceva tantissimo sbattere quel sacchetto per far diventare il pandoro tutto bianco. Provai una morsa alle budella e dovetti stringere i pugni per non scoppiare a piangere.

Per distrarmi andai a preparare la moka. Quello del caffè era un rito di cui mia nonna mi aveva lasciato in eredità il compito. Ancora qualche minuto e sarei finita in bagno, come al solito, a restituire alle fogne la viscida finzione di tutto quel pranzo.

Smontando la vecchia moka ne scrutai i pezzi e pensai -a come sarebbe stato- se solo mi fossi potuta scomporre anche io in quel modo. Avere un filtro in grado di distillare la propria parte migliore per scartare tutto quello che non serve. Avere un meccanismo semplice e una forma che è sempre quella, da risciacquare dentro quando se ne sente il bisogno.

Essere come una caffettiera. Poter stare sul fuoco senza bruciarsi.

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Commenti degli utenti

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Sara Peverini ha votato il racconto

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Forse ti perdi in alcuni tratti il ritmo del racconto, ma è una piacevole lettura anche se non lo trovo davvero umoristico, nel senso che, anche se presa con ironia, è anche piuttosto realistico e crudo in alcuni passaggi. Comunque mi è piaciuto, brava Segnala il commento

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Maceto Pobbi ha votato il racconto

Esordiente

Verdeacqua, detto papale papale, scrivi bene, vivi male! E' un peccato.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

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Archibux ha votato il racconto

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Violante ha votato il racconto

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Immagini vivide. Dritte al petto. Qui si legge tutta la tua sensibilità e la capacità di saper esprimere sensazioni ed emozioni, anche le più complesse e difficili. Stile molto molto interessante, forse qualche periodo un pò troppo "contorto", ma nel complesso assolutamente efficace. Piaciuto molto!Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Sai bene come costruire le immagini, e rappresentare sentimenti ed emozioni senza scadere nel patetico. Scrittura sobria, efficace. Accurata la scelta dei dettagli. Asciuga il testo, lima i periodi troppo lunghi. Benvenuta. Non vedo l'ora di leggere ancora i tuoi testi.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Bello Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

In complesso buono. La prima riga - Anche oggi ho odiato mia madre - ci precipita subito in "medias res", poi rallenti, con quel "Persa nei cetriolini sott' aceto affogati nell'insalata russa spappolata nel mio piatto... etc, che smorza l'affetto dall'incipit, allungandosi troppo, a mio avviso. Poi è un crescendo, fino a quando li vedi tutti morti, descrivendo la scena esilarante- e inaspettata, almeno per me, e dunque sorprendente - e rimani con il coltello sanguinante in mano. Bello anche il passaggio della caffettiera, verso la quale provi invidia, per la sua capacità filtrante e "selettiva" , con un corpo che non cambia mai... e perfetta l'ultima riga, pre e post catartica, perché il fuoco non ti brucerebbe mai, rendendoti capace di sopportare qualunque "contenuto. o sostanza... e quasi indistruttibile.. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Piaciutissimo. Le immagini sono nitide, le sensazioni arrivano dritte a colpire. Forse qualcosa nella punteggiatura da aggiustare, ma davvero bello. Non è umoristico, però.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

un terremoto. il pandoro da agitare nel sacchetto con lo zucchero a velo e il rito del caffè sono le uniche note positive e anche le più dolorose. Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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blu ha votato il racconto

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bello . piaciuto Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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stefano querti ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente

Tragicomico Segnala il commento

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[K] ha votato il racconto

Esordiente

Giuro: mi hai trasmesso e rievocato l'insofferenza e la prigionia dello stare a tavola nei momenti 'sacri'.... Segnala il commento

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di Verdeacqua

Esordiente
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